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SAN DONATO IN TERRA DI LAVORO, DUE CATASTI A CONFRONTO 1753-1816 NOTA
INTRODUTTIVA Il Settecento fu il secolo della borghesia e dell’Illuminismo e le
aspirazioni della classe borghese in ascesa trovarono riscontro nel nuovo
movimento di pensiero ispirato ad una realtà politica ed economica in ascesa.
La nuova filosofia investì anche gli stati dell’Italia dando inizio ad un
rinnovamento civile ed economico
attraverso riforme che si ebbero a Milano, Firenze e Napoli. Nel 1738 Carlo III
di Borbone salì sul trono di Napoli col proposito di dare un volto nuovo al
Mezzogiorno d’Italia. Questo suo proposito fu assecondato da giuristi ed
economisti napoletani illuminati quali Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani,
Gaetano Filangieri; ed in più si ebbe la collaborazione del Ministro Bernardo
Tanucci che lo favorì nella lotta contro lo strapotere politico ed economico
del Clero. Sotto il suo governo furono intrapresi lavori pubblici di grande
utilità, furono bonificate alcune regioni malariche e furono avviate riforme
fiscali fra le quali anche il catasto che avrebbe dovuto dare una maggiore
giustizia fiscale fra le classi sociali e rivitalizzare le attività economiche,
l’industria, il commercio e l’agricoltura. Ma la partenza di Carlo nel 1759
per Madrid, come successore del padre sul trono di Spagna, arrestò il processo
di rinnovamento. Il vecchio ceto nobiliare rialzò la testa, il catasto si rivelò
un fallimento e in alcune Università non fu mai adottato, per cui alla fine del
secolo, come si può constatare negli scritti del Galanti e del Longano, nelle
oltre duemila Università del Regno si ebbe una confusione totale sul sistema
dei pagamenti fiscali .
Scrive il Galanti che il Re, nel 1736, avendo constatato che molte
Università del Regno avevano debiti arretrati col pubblico Erario, dovuti al
fatto che le Università non erano tassate per i reali fuochi posseduti, rimise
ai comuni il debito e, nel 1737, fece fare un nuovo censimento dei fuochi
stabilendoli in perpetuo. Ma, «[...] ravvisando, che col fissare i fuochi non
aveva portato quella riforma che bramava, a sollievo dei comuni, procurò prima
di tutto che a’ publici pesi contribuissero ancora per metà dei beni
ecclesiastici. Questo era quello che si poteva fare nel 1741». Da qui la
formazione del general catasto che doveva avvenire tramite le istruzioni della
Camera Sommaria. La procedura per la formazione del catasto, atti preliminari,
rivele, apprezzi, accatastamento e formazione della tassa si avrà modo di
conoscerla man mano che si analizzano i documenti; quello che preme qui è
vedere, attraverso le disposizioni contenute nella prammatica IV, i beni e le
persone che dovevano essere tassati ed in quale misura.
Erano soggetti alla tassa tutti i terreni del Regno nella misura del
cinque per cento sul reddito annuo, ovvero tre carlini ad oncia, dedottene le
spese di coltivazione. Erano esenti i
beni feudali e i terreni appartenenti al patrimonio sacro, secondo il
concordato, purché questi ultimi non avessero una rendita inferiore a
ducati ventiquattro e non superassero la rendita di ducati quaranta, dei quali
però si doveva fare la rivela. La casa adibita a propria abitazione era immune
da tassa, delle altre si tassava il reddito del fitto, detratte le spese di
manutenzione. Gli animali che formavano l’oncia d’industria erano tassati
alla metà della tassa dei terreni, fatta eccezione degli animali ad
instructionem feudi che facevano parte dei beni feudali che erano esenti.
Era tassato il denaro che si aveva in commercio e i censi attivi.
Per quanto riguarda i cittadini, oltre a pagare per i beni
posseduti, erano tassati anche per la testa nella misura di un ducato (questa
tassa era dovuta dal solo capofamiglia) ed in più erano tassati per
l’industria o arte che esercitavano. Erano esenti per il ‘testatico’ tutte
le persone che vivevano nobilmente o con la rendita dei propri averi e tutti
coloro che esercitavano una professione nobile, ovvero medici, dottori di legge,
giudici e notai. Non pagavano i 10 carlini i sessagenari e i minori di 18 anni.
L’esenzione però era limitata ai dieci carlini e, nel caso in cui
l’università non riuscisse a fare il ‘pieno’, dovendosi aumentare la
tassa della testa, gli esenti, eccetto i minori di diciotto anni che «de
jure non sono sottoposti al pagamento di testa in qualsivoglia somma venga
la medesima tassata», dovevano contribuire pagando la quota eccedente i dieci
carlini. Per quanto riguarda la tassa dell’industria o dell’arte essa non
era uguale per tutti ma differente per categoria. Le once d’industria dovevano
essere pagate anche dai lavoratori compresi nella fascia di età tra i 14 ed i
18 anni in ragione della metà. Non erano tenute a pagare il testatico e la
tassa del mestiere le donne e le persone che vivevano nobilmente. Le categorie
di persone che pagavano le tasse erano suddivise in: forestieri bonatenenti che
contribuivano alla tassa dei carlini 42 per fuoco per quanti erano i fuochi
fiscali dell’Università; forestieri abitanti che, oltre a contribuire alla
tassa per i fuochi, pagavano anche lo jus
habitationis nella misura di 15 carlini ed in più contribuivano a pagare
alcune spese ‘comunitative’; cittadini dell’Università i quali dovevano
contribuire a coprire tutti i pesi che essa sopportava. Per quanto riguarda il
clero, si hanno due categorie: gli ecclesiastici in minoribus e gli ecclesiastici ascesi agli ordini sacri. I primi
dovevano pagare per i beni posseduti a seconda della categoria di appartenenza
(forestieri bonatenenti, forestieri abitanti o cittadini), ma non pagavano il
testatico e la tassa delle once d’industria. Gli ecclesiastici ascesi agli
ordini sacri erano tassati
solamente per l’eccedenza del patrimonio sacro. I beni appartenenti ai luoghi
pii, secondo il concordato, erano tassati per la metà se i beni erano stati
acquisiti prima del concordato e per intero se erano stati acquistati dopo. Non
erano soggetti a tassa i beni di seminari, parrocchie e ospedali. Vi erano poi
delle persone che godevano di alcuni privilegi che davano diritto ad una
esenzione totale o parziale (cittadini napoletani, padri onusti di dodici figli,
gli abitanti di Cave).
La formazione del catasto onciario, molto elaborata e complessa, avviene attraverso una sequenza di atti prescritti nelle prammatiche emanate dalla Regia Camera. Le disposizioni emanate con la prammatica I, che poi erano le prime istruzioni, risalgono al 17 marzo del 1741; esse riguardavano gli atti preliminari spettanti alle Università ed erano: atti, apprezzi e rivele che una volta portati a termine, dovevano essere inviati all’autorità centrale a cui spettava la formazione dell’onciario, cioè la determinazione del censo da pagare. Ma a poca distanza di tempo, nel mese di giugno dello stesso anno, Carlo III nella sua lotta contro il potere ecclesiastico giungeva ad un concordato con la Santa Sede, il che comportò una serie di integrazioni e modifiche delle prime istruzioni. La Regia Camera integrò le prime istruzioni con disposizioni che vanno sotto il nome di ‘Avvertimenti’ e il 23 di agosto stabilì di inviarle a tutte le università del Regno con l’ordine di immediata esecuzione delle stesse ed in più decretò di affidare il compito alle stesse Università per la formazione dell’onciario. Queste seconde istruzioni furono inviate alle Università il 28 settembre del 1742, concedendo quattro mesi di tempo per il completamento delle operazioni. Il ‘librone dell’onciario’ doveva essere redatto in doppio esemplare, uno destinato alla stessa Università, l’altro corredato da tutti gli annessi (preliminari, apprezzo, rivele, atti) doveva essere inviato al grande Archivio della Camera della Sommaria di Napoli.
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