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SAN DONATO IN TERRA DI LAVORO, DUE CATASTI A CONFRONTO 1753-1816

     

PRESENTAZIONE

Prof.ssa Sonia Giusti

Per un’antropologia storica: diritti consuetudinari e mappe rurali

Nella Relatione familiare de lo Stato d’Alvito fatta a l’Ill.mo sig.re Card.le di Como - 1595, in merito al territorio di San Donato si legge:

 Ha poco territorio, ma vago, et bello, seminatorio, et parte pieno di vigne, con casette piccole, et di posessioni arborate con viti, che chiamano chiuse, e sotto gli arbori si sementa grano miglio, legumi, ò erba, prativa per ingrassare gli animali.

 Il catasto onciario si potè fare prendendo come base di riferimento lo status animarum il primo documento utile concepito per altri scopi che non quello di tassare i cittadini. Pensato come anagrafe lo Status animarum fu istituito nel 1600 quando Paolo V fece obbligo ai parroci di compilare i registri per controllare il rispetto del precetto pasquale. Nel periodo post tridentino, infatti, l’attenzione della Chiesa era rivolta al dilagare delle eresie che combatteva anche con il capillare controllo del rispetto dei precetti liturgici.

Rispetto ai secoli precedenti il Settecento si caratterizza per un miglioramento del tenore di vita, e per l’aumento dei matrimoni intesi soprattutto come contrattazioni economiche.

I gruppi domestici si distinguevano in famiglie nucleari e famiglie allargate. Le prime erano costituite da una coppia con figli; nelle seconde alla coppia si aggiungevano i rispettivi ascendenti, i fratelli, le sorelle, i cugini, celibi o sposati, consanguinei o acquisiti fino a oltre cinquanta individui.

In entrambi i tipi di famiglia, secondo l’antico diritto romano, vigeva il potere del pater familias che vigilava sulla comunanza dei beni e sull’intera organizzazione familiare legata alle consuetudini ereditarie e tesa ad evitare la frammentazione della proprietà terriera per cui si privilegiava l’endogamia che, in sostanza, ostacolava la libera circolazione dei beni.1

Fino alla fine del ‘700 il costume e l’ordine sociale conservarono l’antico diritto di famiglia controllato dalla Chiesa e, mentre nei ceti medio alti le famiglie tendevano a perpetuare i patrimoni immobiliari, l’economia di sussistenza del ceto contadino era basato sui proventi dell’orto e, quando andava bene, sull’allevamento di animali da cortile e pochi tomoli di terra. L’integrazione dei guadagni provenienti dal lavoro bracciantile risolveva poco, perché spesso era pagato in natura ( carne, farina, sementi) e aggravava il ristagno dell’economia.

All’interno del ceppo familiare l’ordinamento giuridico riconosceva il potere del pater familias che si estendeva anche sulle scelte matrimoniali dei figli i quali non erano liberi se non in quanto rispondevano agli interessi della famiglia ratificando così il controllo della rigida struttura familiare e sociale dell’ancient régime.

Attraverso la famiglia, infatti, lo Stato assicurava la difesa sociale, la solidarietà economica e la mutua assistenza.

In questo stato di cose non può essere taciuto l’esperimento di Ferdinando IV di Borbone alla fine del Settecento che ha un sapore di favola: l’idea di San Leucio, realizzata da Re Ferdinando ispirato a principi illuministici, realizzava il concetto avveniristico di particolari modalità matrimoniali da stipulare nella ‘colonia felice’:

 I matrimoni saranno celebrati in una festa religiosa e civile. La scelta sarà libera de’ giovani, né potranno contraddirla i genitori degli sposi. Ed essendo spirito ed anima della società di San Leucio l’uguaglianza fra i coloni, sono abolite le doti. Io, il Re, darò la casa con gli arredi dell’arte e gli aiuti necessari alla nuova famiglia. Voglio e comando che tra voi non siano testamenti, né veruna di quelle conseguenze legali che da essi provengono. 2

 Il confronto elaborato da Domenico Cedrone fra il catasto onciario che si compì nell’arco di un decennio (1741-42 /1751-52) e quello murattiano del 1816 è di grande pregio storico, perché documentato filologicamente e inserito in un contesto socio-economico che riflette i grandi temi del secolo. 1 dati elaborati in grafici sui patrimoni zootecnici, sulla appartenenza delle terre, sul tipo di colture; la documentazione puntualmente utilizzata e l’impianto critico del saggio ne fanno un utile strumento per approfondire la ricerca storico-antropologica in questa zona. La cura, inoltre, con la quale si ripercorre l’iter burocratico ci permette di entrare nel vivo di un momento storico straordinario nel quale sono coinvolti per 10 anni tutti i cittadini, dai baroni ai contadini: partendo dal bando comunale per il rilevamento delle rivele, che si affiggeva per la lettura pubblica, all’informazione urlata per chi non sapeva leggere, che il banditore annunciava al suono del corno (ad Alvito si preferiva il rullo dei tamburi) si capisce che gli avvenimenti di quegli anni contribuirono a maturare la consapevolezza civica dei sandonatesi. Il coinvolgimento fu totale: dal sindaco, cui fu riconosciuto il potere giudiziario di comminare ammende ai trasgressori degli ordini emanati, al Parlamento cittadino, che si riuniva nel periodo di fine agosto inizio settembre cioè alla fine dell’estate e prima della vendemmia, in un periodo senza impegni agricoli affinché i capifamiglia potessero partecipare ai lavori parlamentari, agli ecclesiastici che insofferenti per non essere stati esclusi dalle ‘rivele’ che dovevano servire alla compilazione del catasto su cui si calcolava il reddito per poi definire le tasse, alla nascente classe media rappresentata da coloro che lavoravanoe producevano, una categoria particolare di lavoratori che si distinguevano dai semplici manovali e affittuari, intenti a una produzione mercantile che dinamicizza i rapporti economici e caratterizza l’età moderna.

Nel 1741 Carlo III di Borbone aveva stipulato il concordato con la Santa Sede che stabiliva l’abolizione di alcune franchigie e la tassazione per metà della rendita di alcuni beni, mentre i beni delle parrocchie, dei seminari e degli ospedali rimanevano totalmente esenti da tasse. La volontà di re Carlo tendeva ad una riforma economica che prevedeva la riduzione delle gabelle che più pesantemente pesavano sui poveri, ma le tasse, comunque, piovevano come la grandine senza risparmiare nessuno (tanto che a leggere le pagine di Cedrone, sembrano meno pesanti le attuali): bovi 10 carlini, vacche 6 carlini, pecore 2 grana a capo, capre 4 grana a capo, i muli e i cavalli per uso domestico non erano tassati, ma per vettura 10 carlini e i somari 3 carlini. Solo il lavoro delle donne e dei bambini sfuggiva al fisco, non tanto per un etico senso umanitario, ma perché sarebbe stato difficile controllare gli esigui introiti. Eppure la ricchezza prodotta da queste figure era notevole. I bambini già a 6-7 anni erano guardiani di pecore o garzoni di bottega, visto che la scolarità era molto bassa come risulta dal catasto dove sono indicati solo 24 scolari maschi.

Per quanto riguarda le donne poi, se quelle appartenenti ai ceti medio-alti svolgevano lavori di cucina o di cucito, quelle del terzo ceto lavoravano senza orario in casa, in cantina, nelle stalle, sulle aie, nei cortili, nei campi, nei boschi.

Il catasto onciario di San Donato, come quello delle altre Università del Regno,  fu costruito sulla base dell’oncia, antica misura di peso, presa come parametro per stimare la rendita dei beni (terreni, animali, case, mestieri), anche se nel 1749 Carlo III di Borbone la fece coniare una moneta d’oro del valore di sei ducati chiamata oncia napoletana. L’attenzione con cui venne impostato il procedimento per la raccolta dei dati non trascurava i dettagli che nelle avvertenze ai rilevatori contemplava anche lo ‘squarciafogli’, specie di taccuino per la raccolta degli appunti da rielaborare a tavolino; giorno per giorno gli ‘apprezzatori’ andavano per la campagna secondo un percorso stabilito a priori allo scopo di non tralasciare niente; così, ‘girando intorno’, come annota il Cedrone, essi partivano da un punto del territorio da misurare e a quello ritornavano dall’altra parte, segnando i terreni che venivano distinti in chiusato, arativo, oliveto, boschivo.

Le difficoltà incontrate dal governo stavano soprattutto negli ostacoli frapposti da chi, come i feudatari e l’alto clero, si opponevano alle riforme che miravano ad abbassare le gabelle sulla povera gente; su 2000 Università del Regno borbonico solo poche completarono il catasto nel biennio previsto. A San Donato occorsero dieci anni. In tutta la valle di Comino, alle ragioni sopra esposte si aggiunse il fatto che a pagare le tasse erano tenuti tutti i proprietari terrieri, metà del clero, i capifamiglia e tutti coloro che avevano un mestiere. Non è un caso che i primi a rispondere alle rivele furono i nullatenenti e per ultime le famiglie benestanti e i membri del Parlamento cittadino.

I dati ricavabili dalle rivele sono utilissimi per una ricerca antropologica oltre che socio-economica; essi, infatti, riflettono la realtà sandonatese della metà del Settecento dove le persone sono classificate non solo per censo, ma per status o per difetto come ‘miserabile’, ‘cionco’, ‘storpio’, ‘vedovo’, ‘nubile’ e ‘celibe’, e dove la quasi totalità risulta analfabeta, perché ricorre al servizio dello scrivano comunale (sulle schede c’è la stessa calligrafia annota Cedrone). Per i mestieri la diversità della tassazione indica la misura in once del guadagno di ciascuno per cui in scala si hanno lavori più o meno richiesti e remunerativi, secondo una classificazione risalente ad una legge del 1639:

Speziali di medicina, Manuali, e Procuratori = once 16; Sonatori, Panettieri, Azzimatori (addetti alla cimatura dei tessuti), Cucitori, Mandesi (costruttori di carri), Carresi (Barrocciai), Calzolai, Massari, Carrai, Ferrai, Barbieri, Fornai, Bottegai, once 14; Vaticali (Vetturali), Tavernai, Ortolani, Putatori, Fabbricatori, Armieri, Pollieri, Chianchieri (macellai), Cernitori, Lavoranti = once 12.

Dall’analisi demografica del decennio 1742-1752 si ricava la composizione della famiglia: su 356 famiglie 107 erano ‘allargate’, 200 erano di tipo nucleare, spesso le famiglie erano anche composte da individui soli.

Fra entrate e uscite il passivo dell’Università di San Donato era molto alto e a far quadrare i conti potevano essere utili nuove tasse di diversa natura e l’elenco che si trova nel testo dà l’idea della creatività fiscale e il modo in cui era vissuta dai cittadini che si sentivano come sotto una gragnola di colpi; una metafora militaresca, questa, confermata dal termine con cui si indicava una della tante tasse, la “tassa a battaglione”, un misto, scrive Cedrone, fra tassa catastale, gabella o altro che di arbitrario si volesse aggiungere.

Il nuovo catasto di età murattiana fu realizzato nel 1816 ed è segnato dalla legge del 1806 con la quale sotto il regno di Giuseppe Bonaparte fu abolita la feudalità, per cui laghi e fiumi divennero di uso civico. Mentre nell’onciario si evidenziava il tipo di abitazione, nel napoleonico le abitazioni erano classificate in base al reddito secondo la distinzione in botteghe, cantine e case.

L’innovazione del catasto onciario, voluto da Carlo III di Borbone, è data dalla tassa imposta sui beni ecclesiastici, e, comunque, gli economisti del ‘700 ne denunciarono subito i difetti a cominciare dalla tassa del testatico; quindi, a seguire, le tasse arbitrarie decise dalle singole Università sotto la pressione del pareggio di bilancio, il perdurare dei privilegi che si nascondevano anche sotto la mancata verifica delle ‘rivele’, quasi sempre alterate dagli interessati. Meglio, sosteneva Antonio Genovesi, le tasse sui consumi che, pagandosi giornalmente, di fatto erano distribuite lungo l’arco dell’anno e controllate meglio da chi non si trovava a dover pagare in una sola volta con denaro contante.

Verso la fine del ‘700 le condizioni di vita dei contadini erano peggiorate, molti braccianti non riuscivano a lavorare che per metà dell’anno agrario tanto che molti di loro scivolarono nelle sacche del vagabondaggio o del brigantaggio.3

L’insofferenza del ceto contadino, angariato dalla miseria, si coagulò nelle rivolte contadine del 1799, placate in qualche modo dal Cardinale Ruffo che riuscì a far dimezzare le tasse sui capifamiglia.

Nella descrizione della vita rurale fatta dal Galanti, che Cedrone riporta, viene messo in evidenza il grave peso delle decime dovute agli ecclesiastici e ai baroni: sulle biade, sugli agnelli sui capretti e «financo quelle sugli acquisti illeciti». La proprietà fondiaria era nelle mani di pochi nobili ed ecclesiastici; per il resto vi erano piccolissime proprietà consistenti in orti o piccolissimi appezzamenti di mezzo tomolo, mentre il sistema fiscale gravava su coloro che lavoravano la terra più che su coloro che la possedevano.

Questa situazione sembrò aver fine sotto il governo francese quando nel 1806 furono emanate le leggi che abolivano la feudalità e stabilivano la divisione delle terre demaniali ai contadini. In realtà gli ostacoli per la realizzazione di questa legge furono tali da indurre i sandonatesi, nel 1812, a occupare le terre, che dissodarono, e vi seminarono patate e segala. Solo nel 1873, dopo il decreto regio, furono accordate le terre occupate e stabilito il canone complessivo a favore del Comune.

Il lettore apprezzerà di certo i riferimenti dell’autore ai confini fra San Donato e Pescasseroli e ai rapporti fra la gente della Valle di Comino con l’Abruzzo, annotazioni stimolanti e ricche di spunti per una storia antropologica, tutta da fare sulla base dei frequenti scambi di merci e di risorse umane, da quando nei secoli che vanno dal X al XIII, l’impronta dei conti Marsi contrassegnò l’incremento dei commerci attraverso il vallone di Forca d’Acero dove passavano i diversi prodotti che quelle terre si garantivano reciprocamente: pastorizia, boschivo, patate, fagioli e lenticchie da una parte, artigianato e bracciantato dalla parte di San Donato.

In questa storia Cedrone scende nei particolari di una vita confortata dall’amicizia delle famiglie che da San Donato si spostavano per la spigolatura, ospitate per la notte da famiglie abruzzesi; così accadeva per la raccolta delle patate come per le feste religiose i cui antichi elementi pagani, riassorbiti nei culti cattolici ancora univano questa gente. Protetti, un tempo, dalle divinità dei boschi, delle acque e dei villaggi, ora dai santi protettori, famiglie intere si spostavano di valle in valle accettando la diversità delle abitudini e dei costumi, anzi facendo di quella diversità occasione di arricchimento reciproco. E sotto i dati ripresi dal catasto, dentro i microsistemi strutturali il lettore percepisce l’ordine sociale complessivo di San Donato e dintorni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Sonia Giusti

                    1. A. Le Roy Ladurie, Le frontiere dello storico, Laterza, Bari, 1976.

            2. Cfr. in P. Ungari, Il diritto di famiglia in Italia, Il Mulino, Bologna, 1970.

            3. S. J. Woolf, Dal primo Settecento all’Unità, in Storia d’Italia, Einaudi, Torino, 1973.

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Via Ponte di Tolle  - 03046  - San Donato Val di Comino (FR) (by Pietro  Eramo)

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