CENNI STORICI SULL'APPROVVIGIONAMENTO IDRICO DEL COMUNE DI SAN DONATO VAL COMINO

Gli abitanti di San Donato hanno avuto da sempre l'impellente problema dell'approvvigionamento idrico sia per uso potabile ed igienico sia per l'espletamento di alcune attività lavorative che potessero agevolare le condizioni socio-economiche del paese.

Prima di prospettare tutta la problematica legata all'argomento, mi sembra opportuno tracciare a grandi linee la configurazione idrografica della Valle di Comino ed in particolare del nostro territorio.

La valle attualmente è irrigata da due fiumi, il Melfa ed il Riomolle; il primo chiamato dal geografo greco Strabone il "megas potamos", nasce in località Capodacqua in Val Canneto nel territorio di Settefrati e scorrendo nei territori di Picinisco, Atina e Casalvieri, attraverso la gola del Tracciolino di Roccasecca va ad immettersi nel Liri; l'altro, dal corso molto breve, originandosi nel territorio di San Donato in località Castagneto (ed in tempi passati alimentato dal torrente Forca d'Acero), dopo aver bagnato il territorio di Gallinaro si unisce al Melfa. In tempi antichi la purezza e l'abbondanza delle acque del Melfa hanno favorito l'insediamento di genti proto-italiche sulle alture della valle a questo propinque ed in modo particolare sulla collina di Santo Stefano di Atina che nel volgere dei secoli ha ospitato etnie diverse quali: i Siculi-Liguri, gli Osci,i Volsci ed infine i Sanniti. Su questa collina, durante il periodo dell'impero romano, fu realizzata la prima opera di ingegneria idraulica nella valle, ovvero l'acquedotto di cui oggi restano considerevoli vestigia. I due fiumi insieme con il torrente Mollarino e con le molti fonti esistenti nella valle, oltre a dissetare la popolazione cominese e ad irrigarne i territori, hanno contribuito alla realizzazione di modesti opifici (mulini, gualchiere ed una ferriera) che in tempi passati hanno alleviato alquanto la precaria situazione del sostentamento quotidiano. L'importanza delle fonti sorgive nella valle in tempi passati è rimarcata dall'esistenza di materiale archeologico nelle vicinanze delle stesse. Mi riferisco ai resti di un antico santuario nei pressi della fonte di San Fedele, come dimostrano le mura poligonali ivi esistenti e ad una metopa lì rinvenuta e conservata nella scuola media di San Donato; alle molte monete italiche raffiguranti un guerriero con elmo crestato rinvenute in Val Canneto, dove è certo esisteva un tempio dedicato alla dea Mefiti; ai resti dell'antico tempio dedicato a Cerere, oggi Santa Maria del Campo, edificato presso il torrente Bagnara in località di Alvito e ai resti di un insediamento preromano in località Colle Arceto alle cui pendici esiste una fonte denominata "Fontanella dei monti". Parimenti si può dire delle località Pescarola e Muracce tra i territori di Alvito, Vicalvi e Casalvieri, dove sono stati rinvenuti resti di mausolei funerari e resti di un probabile stabilimento termale; nella zona infatti sgorga acqua sulfurea. In località Santo Janni sono state rinvenute molte lapidi tombali alcune conservate nel palazzo Giustino Quadrari ed una nella scuola media di San Donato.

Restringendo il campo di osservazione al nostro territorio, che come è noto è poverissimo di acque sorgive nella zona alta e montana del paese, la permanenza dei toponimi Fonte San Cataldo, Fontanelle dell'Obaco, fonte Javoca, fonte la Cardegna, Preta Kellacqua, ci conferma che in tempi passati furono zone dove era possibile dissetare il pecoraio, il boscaiolo o piccole greggi. Nella zona a valle del territorio invece ancora oggi possiamo registrare la presenza di acque sorgive che, prima della realizzazione dell'acquedotto (come confermano alcuni documenti), furono utilizzate dai Sandonatesi per l'approvvigionamento idrico.

La sorgente più vicina all'abitato di San Donato, dalla quale la popolazione ha attinto l'acqua per uso domestico fino alla fine del XIX secolo, è la sorgente denominata la Fonte sita in località Cortina, oggi quasi del tutto asciutta. Notizie su questo approvvigionamento sono fornite da G.P.Mattia Castrucci nella descrizione del Ducato di Alvito; egli informa che: "... la terra di San Donato è sterilissima di acqua, poiché la fonte che hanno più vicina è lontana dall'abitato un buon miglio, ma li più civili e commodi abitatori, hanno nelle loro case cisterne cavate nel sasso, piene d'acqua piovana". Attigua alla fonte della località Cortina è la sorgente di San Fedele; da qui,proseguendo in senso antiorario si giunge alla località "Fermentine", sotto Castagneto, dove bulica una sorgente di acqua sulfurea. Proseguendo lungo la linea di confine con il territorio di Alvito, si incontra la località Capodacqua dove inizia il Riomolle. Nella zona in tempi passati scorreva acqua sufficiente ad azionare la mola per la macina del grano, come ci attesta oggi l'esistenza di un diruto molino che fu costruito a spese dei cittadini di San Donato nel lontano 1600 per concessione del duca Tolomeo Gallio. Sempre dal Castrucci, si apprende inoltre che il molino durante il periodo estivo macinava a "ravolta", ovvero a raccolta, per la scarsezza dell’acqua. Il procedimento avveniva in questo modo: l'acqua veniva raccolta in un ampio fossato o vascone, quando il fossato era colmo veniva aperta una saracinesca che era alla base del fossato e l'acqua, uscendo a pressione, azionava la mola per macinare. Ricordo che un analogo molino è esistito fino a pochi anni fa in località Grottelle. Questo procedimento ci spiega perché una zona del nostro paese viene chiamata Largo Lago: la zona infatti si trova a ridosso della località " Mole" dove in passato esisteva un mulino che molto probabilmente macinava con il sistema descritto. Proseguendo lungo la linea di confine territoriale di San Donato si giunge alla località Monticchio dove si ritrovano le acque sulfuree che in un passato recente furono utilizzate per la balneoterapia. A poca distanza si trova la fonte di Santo Janni; la località è citata insieme con S.Fedele nella donazione del duca Ildebrando. Lungo un fossato di circa un chilometro si perviene alla fonte delle Grottelle dove esiste un grosso vascone che in tempi recenti è servito per la bagnatura delle pecore prima della tosatura.

Queste sono le fonti sorgive più cospicue del nostro territorio e, come si comprende, tutte lontane dal centro abitato di San Donato e cosa grave le loro acque, in tempi in cui la risorsa principale per la nostra economia era l'agricoltura, andavano ad irrigare ed irrigano tuttora i territori di altri comuni. L'agricoltura quindi nel nostro paese incontrava un grosso "handicap" non essendo possibile utilizzare le acque per l'irrigazione dei campi; e come se ciò non bastasse essa era penalizzata anche quando si verificavano abbondanti piogge. Infatti, come si legge in molti documenti, nei periodi estivi i grossi temporali ingrossavano il torrente Forca d'Acero tanto che nella piena spazzava via tutto ciò che incontrava lungo il suo percorso. Vittima illustre di questo torrente impetuoso e capriccioso è stata la chiesa dell'Annunziata di cui oggi a ricordo resta solo il nome della strada. Il Castrucci descrivendo l'irruenza del torrente così scrive:" Torrente che nelle grandi piogge porta seco grandissima copia d'acqua, sassi di smisurata grandezza e tronchi d'alberi". Quindi per un eccesso o per un altro l'acqua è stata sempre un pericolo per l'economia del nostro paese, quasi fosse un castigo divino, tanto da essere stata bandita dalla tavola del sandonatese.

Prima della realizzazione dell'acquedotto, l'approvvigionamento dell'acqua oltre ad aversi da queste sorgenti si aveva anche tramite cisterne e pozzi. Le cisterne erano alimentate dalle acque piovane che si raccoglievano nelle grondaie dei tetti, esse erano situate all'interno dei cortili delle abitazioni o nei largari antistanti le case rurali. Lascio immaginare quanti e quali batteri fossero presenti in queste acque o quanti animaletti vi cadessero dentro; per la disinfestazione di questi ultimi venivano utilizzate le tinche. Inoltre l'acqua piovana si sa è povera di sali minerali e soprattutto di iodio e da ciò si spiega la presenza nella valle in tempi passati del gozzo in forma endemica e i frequenti decessi per colera registrati nei libri dei morti della parrocchia di Santa Maria e San Marcello.

A far fronte a questa situazione malsana del paese di San Donato intervenne nel 1884 l'allora sindaco Cav. Carlo Coletti, persona energica e lungimirante, che in ventitré anni di amministrazione comunale, realizzò molte opere pubbliche di rilevante interesse e tutt'oggi degne di attenzione. Egli pensò di costituire un consorzio con i comuni di Alvito e Settefrati per la realizzazione di un acquedotto che distribuisse l'acqua della sorgente di Canneto ai tre comuni oltre che alla frazione di Gallinaro. Anticipava così di ben quattro anni una legge dello Stato e precisamente la n. 5849 del 22 dicembre 1888 riguardante l'igiene e la sanità pubblica. L'articolo 44 disponeva che ogni comune doveva essere fornito di acqua potabile batteriologicamente pura e di buona qualità. Qualora l'acqua mancasse all'interno dell'abitato o fosse insalubre o insufficiente ai bisogni della popolazione il comune poteva essere obbligato da parte dello Stato a provvedersene.

Ebbene egli invitò i comuni di Alvito e quello di Settefrati a dare la propria disponibilità, il comune di Settefrati prontamente aderì all'invito, Alvito invece, non volle partecipare ritenendo opportuno realizzare un acquedotto indipendente attingendo l'acqua da una delle sorgenti esistenti nel proprio territorio. Dalla frammentaria documentazione relativa agli anni che vanno dal 1884 al 1892 esistente presso l'archivio comunale di San Donato, si intuisce che già dall'anno 1884, cioè prima della costituzione del Consorzio, il sindaco Carlo Coletti aveva commissionato la realizzazione del progetto all'ingegner Pedone per la quantificazione della spesa; così quando il progetto fu pronto, ritenendo opportuno affrontare l'onere delle spese, si stipulò con il comune di Settefrati il contratto per la costituzione del consorzio e per fissare in dettaglio i diritti- doveri pertinenti ai due comuni. Il contratto, redatto dal notaio Berardino Massa in data trenta giugno 1892, vide come contraenti il sindaco Carlo Coletti per il comune di San Donato ed il vice sindaco Ferdinando Gramegna (Era sindaco il giudice Pasquale Venturini, assente per motivi di lavoro) per il comune di Settefrati. Esso fu approvato dalla giunta provinciale di Caserta il tre agosto e registrato in Atina il trenta dello stesso mese. In esso sono contenuti nove articoli, riferisco succintamente le clausole essenziali a cui dovettero attenersi le due amministrazioni. Il comune di San Donato, quale capo consorzio, fu autorizzato a prelevare dalla fonte Capodacqua di Canneto nove litri d'acqua al minuto secondo da distribuire nella misura di tre litri al minuto secondo al comune di Settefrati, di cinque litri al comune di San Donato, e di un litro alla frazione di Gallinaro. Si autorizzò inoltre il comune di San Donato ad effettuare i lavori della conduttura nel territorio di Settefrati a patto che, a proprie spese realizzasse nel paese di Settefrati una pubblica fontana con abbeveratoio ed un lavatoio pubblico così come erano previsti nel progetto dell'ingegner Pedone. A sua volta il comune di Settefrati si fece obbligo di rinunciare a qualsiasi diritto potesse competergli per la presa d'acqua e di versare in un'unica soluzione la somma di £.46.600 quale onere per la realizzazione dell'acquedotto a due anni di distanza dal collaudo dei lavori.

A garanzia della predetta somma furono ipotecati al comune di Settefrati un titolo di rendita di £. 1.050 che aveva sul debito pubblico dello Stato, tre corpi terrieri incolti dall'estensione di 176 ettari più il molino in contrada " la Mola". A questo punto è opportuno chiarire che la spesa di £. 46.600 fu pattuita a corpo e non a misura ovvero a "forfait", restando a vantaggio o a carico del comune di San Donato la probabile spesa minore o maggiore per la realizzazione dell'acquedotto. Dalla data della registrazione del contratto, agosto 1892, al mese di febbraio del 1893 si susseguirono i preparativi per l'appalto del progetto e tutto sembrava andare per il meglio, quando nella primavera del 1893 si incontrarono grosse difficoltà di ordine amministrativo dovute ai ricorsi presentati alla prefettura di Caserta da alcuni cittadini di Atina e dall'amministrazione comunale di Casalvieri.

Narro brevemente l'accaduto: Il comune di San Donato quale rappresentante del consorzio fece petizione alla Prefettura di Caserta di derivare dalla fonte Capodacqua in Val Canneto nove litri di acqua al minuto secondo da distribuire ai comuni di Settefrati, San Donato e Gallinaro per servire un'utenza reale di circa 5000 persone su circa 10.000 abitanti. Il 18 febbraio 1893 il progetto dell'acquedotto venne pubblicato sul foglio annunzi legali della prefettura di Caserta, e contro di esso era ammesso il ricorso dal 19 febbraio al 5 marzo dello stesso anno.

Contro il progetto furono avanzati due ricorsi, uno a firma di alcuni cittadini di Atina, l'altro a firma del sindaco e dell'intera giunta del comune di Casalvieri.

A titolo di cronaca gli abitanti di Atina che firmarono il ricorso furono: i fratelli Visocchi, proprietari di opifici e di terreni irrigabili, Berardino Mancini e fratelli, proprietari di molini e terreni irrigabili, i fratelli Palumbo, Errico Bologna, Giuseppe Vassallo, Carlo Tutinelli, Elia Raffaele, Giovanni Coppola, Filippo Panico tutti proprietari di terreni irrigui ed infine Vincenzo Bologna amministratore del canale d'irrigazione denominato OPOCA.

Il reclamo prodotto dagli Atinati tendeva a ridurre la captazione dell'acqua da nove litri a 2 litri al minuti secondo.

Se il reclamo fosse stato accolto non credo che il Consorzio si sarebbe sobbarcato dell'ingente spesa per portare in paese poche gocce d'acqua. La motivazione addotta per la riduzione dell'approvvigionamento era la seguente: dal censimento svolto nel 1881 nei centri di San Donato, Settefrati e Gallinaro risultavano presenti circa 4900 persone, mentre il resto della popolazione viveva in campagna e quindi non avrebbe potuto beneficiare dell'acqua; in più il comune di Settefrati poteva usufruire di una sorgente molto prossima all'abitato che da sempre forniva acqua ai suoi 2584 abitanti. Pertanto, secondo i ricorrenti, la concessione di due litri al minuto secondo era più che sufficiente per l'uso personale, per l'economia domestica, per le latrine e per i frantoi. Infatti secondo il parere di autori di ingegneria idraulica, per ogni individuo erano sufficienti circa trenta litri di acqua al giorno. Infine tra le righe del ricorso si paventava un legittimo diritto sul possesso delle acque del fiume Melfa da parte degli Atinati e si conclude che se esproprio ci doveva essere non si andasse oltre i due litri al minuto secondo. Questo ricorso, molto sottile come si può comprendere, preparava il terreno per il ricorso del comune di Casalvieri, che il 12 di marzo dello stesso anno a firma del sindaco Onorio Fanelli e dell'intera giunta veniva inviato alla prefettura di Caserta. Il reclamo era molto sintetico e senza retorica, con esso si chiedeva esplicitamente che venisse negata la concessione delle acque del Melfa ai comuni del consorzio e testualmente vi si legge: "Fra due comuni che si contendono un'acqua per i medesimi bisogni della vita, è più giusto garantirla a chi ne ha l'uso antichissimo e che ne sopporta i continui e rilevanti danni invernali, che concederla a quello che ora ne fa richiesta." In sostanza nei due ricorsi si avanzava il diritto di possesso delle acque del Melfa da parte dei comuni di Atina e Casalvieri. La prefettura di Caserta trasmise i reclami sopra accennati al comune di San Donato rappresentante legale del consorzio, per le dovute contro deduzioni.

Subito dopo la comunicazione della prefettura di Caserta, il sindaco Carlo Coletti riunì la giunta comunale composta dagli assessori: Francesco GRANCASSA, Gaetano TEMPESTA, Modesto MUSILLI, Loreto TEMPESTA, Carlo LEONE e Giuseppe ORLANDO rappresentante la frazione di Gallinaro. La giunta stilò un documento confutando le motivazioni dei ricorsi che fu approvato poi dal consiglio comunale nella seduta dell'11 aprile 1893 con atto n. 44. Le motivazioni addotte dal comune di San Donato per smantellare il preteso possesso delle acque del Melfa da parte dei ricorrenti si basarono su una serie di argomentazioni che riguardavano il diritto pubblico e privato. Le argomentazioni del diritto a derivare nove litri di acqua al minuto secondo dalla sorgente di Canneto furono:

1) La sorgente Capodacqua non è un bene demaniale dello Stato ma un bene del demanio del comune di Settefrati che con pubblico istrumento dava la facoltà al comune di San Donato di derivarne una parte di acqua per la realizzazione della conduttura.

2) Ammettendo pure che la sorgente non fosse un bene del demanio comunale ma del demanio statale, "a fortiori" il comune di San Donato avrebbe diritto ad attingervi l'acqua in virtù della citata legge sulla sanità pubblica.

3) In merito alle lamentele che la captazione di nove litri influisca negativamente sulla forza motrice degli opifici e sull'irrigazione, viene fatto osservare che detta quantità è del tutto irrisoria nei confronti dei mille e più litri al minuto secondo della portata del fiume Melfa e in tutta risposta alle querele del comune di Casalvieri per i danni invernali si precisa che i danni vengono provocati dal torrente Mollarino e non dal fiume Melfa.

4) A riguardo della presunta eccessiva derivazione di nove litri d'acqua al minuto secondo si fa rilevare che per ogni abitante delle grandi aree urbanistiche la legge assegna 75 litri al giorno a persona per il fabbisogno individuale e altri e 75 litri per i pubblici servizi e che tale quantità ridotta proporzionalmente per i centri minori non può comunque essere inferiore a 90 litri al giorno per ogni individuo, mentre il consorzio stava derivando dalla fonte di Canneto solo 74 litri al giorno per abitante.

Infine nella confutazione venne sollevata una questione pregiudiziale e cioè che i reclami erano stati presentati dopo il termine fissato nel foglio annunzi legali della prefettura.

Le decisioni prese in merito alle contro deduzioni prodotte dal consorzio da parte della prefettura di Caserta sono contenute in tre decreti prefettizi recanti tutti la data del 20 maggio 1893 e sono:

1) La prefettura non trova luogo a provvedere sulla domandata concessione dell'acquedotto e di conseguenza sui ricorsi presentati dal comune di Casalvieri e di alcuni Atinati.

2) le opere per la conduttura d'acqua potabile per il comune di San Donato, la frazione di Gallinaro ed il comune di Settefrati dalle sorgenti del Melfa sono dichiarate di pubblica utilità.

3) Le opere di conduttura dovranno essere eseguite entro il termine di due anni dalla data del decreto e l'amministrazione comunale di San Donato V.C. è autorizzata a concedere in trattativa privata l'appalto dei lavori per la conduttura d'acqua secondo il progetto ed il capitolato d'oneri già compilato.

In virtù di questo decreto il comune di San Donato in data 14 ottobre 1893 affidò l'esecuzione dei lavori all'Impresa per condutture di Terni con regolare contratto registrato in Atina il sette novembre dello stesso anno. Con questo contratto l'impresa di Terni assunse l'obbligo di eseguire il progetto Pedone per una somma forfetaria di £. 200.000. Tutto era pronto per l'inizio dei lavori quando un decreto del ministero dei Lavori Pubblici emesso il 30 ottobre 1893, su ricorso dei Visocchi, dichiarò demaniale la sorgente di Canneto annullando così il decreto prefettizio e rendendo necessaria la concessione governativa per la derivazione delle acque. Il comune di San Donato contro tale decreto ministeriale avanzò ricorso al Consiglio di Stato e in data 17 agosto 1895 ottenne finalmente la concessione per derivare dalle sorgenti del Melfa 13 litri di acqua al minuto secondo poiché nel frattempo Alvito aveva chiesto di entrare a far parte del Consorzio. La richiesta fatta dal comune di Alvito non fu ben accetta dal comune di San Donato poiché significava rivedere tutto il contratto stipulato con l'impresa di Terni e pertanto fu respinta.

Alvito allora fece ricorso alla prefettura di Caserta che con decreto del 29 novembre 1897 dichiarò obbligatorio il Consorzio con Alvito. Il comune di San Donato in tutta fretta dovette rispettare il decreto prefettizio tanto da deliberare il condomino per la conduttura di acqua con Alvito la vigilia di Natale dell'anno 1897 con adunanza straordinaria richiesta dall'allora sindaco Clementino Fabrizio. Già precedentemente in data 4 novembre del 1897 San Donato aveva ottenuto dall'impresa appaltatrice l'atto di sottomissione per l'ampliamento della conduttura da 9 litri a 13 litri portando il forfait da £. 200.000 a £ 250.000.

Il contratto con Alvito venne stipulato in data 4 aprile 1898 e le spese furono così ripartite: a carico del comune di San Donato £ 179.000 e a carico del comune di Alvito £. 79.000. Da considerare che nelle spese a carico del comune di San Donato erano comprese le 47.000 lire del comune di Settefrati , in più i maggiori oneri derivavano dalla diramazione necessaria per fornire l'acqua alla frazione di Gallinaro.

Consegnati i lavori all'impresa essi vennero realizzati in breve tempo anche se durante la loro esecuzione nacquero contestazioni tra l'impresa ed i comuni consorziati. Inoltre furono realizzati lavori, non previsti dal progetto Pedone, che si resero necessari.

Finiti i lavori l'Impresa di Terni richiese al comune di San Donato, quale capo consorzio, che le fossero corrisposte le indennità dovute per i danni subiti e che le fossero pagati tutti i lavori realizzati in più la cui somma sembra si aggirasse intorno alle 260 mila lire oltre naturalmente il forfait previsto dal contratto. San Donato, ritrovando esosa la somma richiesta, si rifiutò di pagare l'ingiusto e la ditta appaltatrice lo citò innanzi al tribunale di Cassino. Come era previsto dal contratto di appalto in caso di lite giudiziaria, nel tribunale fu costituito un Consiglio arbitrale per dirimere la vertenza. Il consiglio arbitrale ridusse della metà la somma richiesta dall'impresa Terni ed ingiunse al comune di San Donato quale capo consorzio di corrispondere alla ditta una penale di 126 mila lire. Il comune di San Donato, nulla potendo richiedere al comune di Settefrati per il precedente contratto, richiese ad Alvito la parte di penale spettante in qualità di condomino dell'acquedotto. In un promemoria conservato presso l'archivio comunale circa la contabilità per i comuni di San Donato ed Alvito derivante dalla conduttura d'acqua ritrovo che il comune di Alvito era debitore nei confronti del nostro comune di £ 50.617. Sta di fatto che nel 1930 tale somma con gli interessi legali era di £. 65.000 e ancora non era stata pagata; né il comune di San Donato aveva pagato la penale alla ditta di Terni che da 126 mila lire era arrivata a 140 mila lire.

Dopo tutte le traversie narrate l'acqua di Canneto zampillò nel nostro paese nell'anno 1900, non mi è stato possibile reperire la data precisa dell'avvenimento, ad esso sono legati alcuni aneddoti non suffragati da documentazione scritta; certo è che il sindaco Carlo Coletti, che si era prodigato tanto per la realizzazione dell'acquedotto, non fu presente all'avvenimento poiché morì il 12 dicembre dell'anno 1893 Per comprendere poi perché il Consorzio si batté tanto per ottenere nove litri di acqua al minuto secondo è sufficiente considerare che a distanza di alcuni decenni dalla realizzazione dell'acquedotto era necessario, nel periodo estivo, chiudere l'acqua di notte. Da un discorso pubblico tenuto dal Podestà Guido Massa nel 1930 stralcio una pagina relativa al problema idrico in cui testualmente vi si legge:"...I nostri cinque litri d'acqua, di cui uno per Gallinaro, dovrebbero servire per alimentare 12 fontane pubbliche, 3 abbeveratoi, alcuni vespasiani, una latrina pubblica, quattro prese per innaffiamento, il lavatoio e 148 prese private di cui 13 frantoi. 'E evidente che se non ci si impone un regime di risparmio finiremo col rovinare i pubblici servizi e stabilimenti." E continua illustrando i provvedimenti da porre in opera per il risparmio dell'acqua, ovvero: rivedere la condotta dell'acqua dalla sorgente al ripartitore, riparare le eventuali perdite, rimodernare le prese alla sorgente e controllare la ripartizione, applicare alle fontane pubbliche un bottone intermittente ed infine applicare a tutte le prese private un contatore per frenare gli abusi.

Nella storia dell'approvvigionamento idrico del nostro paese sono da segnalare altre due tappe di rilevante interesse: la prima riguarda la realizzazione dell'acquedotto rurale avvenuta negli anni 1960-65 e l'altra la "corvée" volontaria a cui si sottoposero alcuni Sandonatesi anni or sono, per realizzare un tracciato di alcuni chilometri dove posare la tubatura che serviva ad ampliare la portata d'acqua, avendo il Parco Nazionale d'Abruzzo fatto divieto di intervenire sul territorio con mezzi meccanici.

Domenico Cedrone

Sito Ufficiale dell' Associazione Culturale Genesi

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