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LE
CANTINE DI SAN DONATO VAL DI COMINO Le
cantine di San Donato mi offrono lo spunto per continuare la ricerca sull’etno-musica
della Valle di Comino. Le romanze che si cantavano in questi locali, pur essendo
dal punto di vista linguistico più raffinate dei canti agresti, restano
comunque l’espressione ed il simbolo di un ceto popolare e proletario.
Il 29 marzo del 1993 è una data storica per il mio paese; infatti in
questo giorno, l’ultima cantina di San Donato, sopravvissuta agli
aristocratici bar, ai moderni pubs e alla concorrenza della televisione,
chiudeva i battenti. Moriva così, all’inizio di una primavera, un simbolo che
da sempre aveva caratterizzato il piccolo centro; e per gli avventori più
affezionati finiva il tradizionale incontro serale intorno al classico “tre
quarti ed una gassosa”.
Negli anni Cinquanta, nel centro abitato di S. Donato erano aperte al
pubblico ben venticinque cantine, senza contare, nel periodo estivo, una decina
di banchi provvisori abilitati alla mescita ed alla vendita del vino,
autorizzati da un patentino speciale che rilasciava il Comune: le cosiddette
“frasche”. Tenendo conto che le cantine o osterie, tutte ubicate nel centro
abitato del paese, servivano una popolazione reale di circa tremila anime,
spesso mi sono chiesto come fosse possibile che i gestori potessero ricavarne un
congruo guadagno. E’ pur vero che nella valle di Comino il Sandonatese ha come
blasone popolare la nomea di essere beone, ma non credo che gli habitués,
oltretutto quasi sempre al verde, potessero far quadrare il bilancio economico
dei 25 osti.
Il numero eccessivo di questi locali è da ricercare in diversi motivi e
uno di essi è la posizione
geografica del paese che, posto all’estremo nord della valle, è l’ultimo
centro del versante laziale che si incontra per chi si reca in Abruzzo.
All’epoca, lungo l’antica mulattiera e la rotabile che da S. Donato portano
alla Valle del Sangro, si svolgeva un intenso traffico commerciale e per il
centro del paese, nel periodo estivo, transitavano a piedi, con muli, con asini
e con carretti oltre settecento persone forestiere al giorno che facevano sosta
nelle osterie del paese. Sull’emblematica
figura del carrettiere come assiduo frequentatore delle osterie riporto un
significativo passo del pubblicista ciociaro Luigi Alonzi del 1933 a S. Donato
V. C. “Carrettieri
in fusciacca multicolore con la frusta a tracolla, sensali loquaci appoggiati
alla mazza di corniolo lustreggiante, villani di più luoghi, in costume
entravano e uscivano. taluni prendevano posto o s’approvvigionavano, altri
prenotavano e a gran voce lanciavano saluti all’oste; altri fuori, bevevano in
piedi e trattavano. C’erano vetturali che trattavano a testa levata, le gambe
allargate, la frusta penzoloni; vedevi le protuberanze delle gole muoversi in su
e in giù, e seguire i movimenti
della deglutizione. Bevevano rumorosamente e a occhi socchiusi, ciascuno alla
salute di tutti.
Le donne, in minor numero, vincevano la tentazione del pranzo occasionale
con timidezza duplice, innata e campagnola; e perciò si tenevano d’accosto
agli uomini, talune dietro la schiena loro. Vidi una bimbetta piangere, e
piangendo esortar la madre ad uscire: “Jammocenne ma’ ... Jammocenne”.
Vestiva come le grandi, e sembrava l’assennatezza adolescente[1]”.
Un altro motivo consiste nel fatto che oltre la metà delle cantine erano
abbinate alle rivendite di generi alimentari. La popolazione di S. Donato,
all’epoca, era prevalentemente composta da artigiani: muratori, stuccatori,
imbianchini, scalpellini, semplici operai i quali difficilmente trovavano lavoro
nel periodo invernale e, pertanto, per poter sopravvivere erano costretti a
comprare i beni di prima necessità a credito. Il debito, poi, veniva estinto
con i primi salari. Era giocoforza, pertanto, per
rivenditori e commercianti offrire più prodotti possibili per non
perdere la clientela[2].
Un altro motivo era che questi locali davano la possibilità agli operai
ed artigiani di potersi incontrare la sera; molti si recavano nelle cantine
proprio per cercare lavoro e quando tornavano a casa alticci o ubriachi la
giustificazione era che la cantina dava la possibilità di trovare
sostentamento. Una giustificazione a cui non credevano nemmeno loro, ma in
effetti, essendo il paese di S. Donato un centro di maestranze, soprattutto
nella muratura, molti operai erano costretti a ruotare intorno alla figura del
capomastro, offrendogli la bevuta per tenerselo amico.
Il motivo della frequentazione delle osterie, che ha un ruolo di grande
importanza per l’approccio ad una analisi socio - antropica, è che nel
piccolo centro, all’epoca così come oggi, non esistevano sale
cinematografiche o teatrali che potessero offrire uno svago o un diversivo alla
monotonia del lavoro quotidiano. La mancanza di queste strutture, che potevano
porsi come valvola di sfogo per una società in perenne frustrazione, spingeva
le donne ed i fanciulli a seguire le funzioni religiose in chiesa e gli uomini a
rifugiarsi nelle cantine. La cantina, quindi, nel paese di San Donato,
rappresentava e surrogava il cinematografo, l’opera, il caffè ed il teatro
dei grandi centri cittadini frequentati comunque da un ceto medio - alto.
La popolazione all’epoca era divisa in due ceti sociali: il ceto dei
contadini ed il ceto degli artigiani che avevano un diverso modo nel frequentare
le cantine. I contadini si recavano
alla cantina in prevalenza la domenica. Verso le dieci di mattino si riunivano
nelle osterie ed essendo l’ora in cui abitualmente facevano una sostanziosa
colazione nei campi, ordinavano una o due porzioni di “trippetta”, poi
iniziavano il gioco delle carte, trattenendosi nel locale fino alla chiusura,
quasi una giornata intera, e ciò bastava ed avanzava per gli altri giorni della
settimana.
Per gli artigiani, invece, il ritrovo nelle cantine era serale e la
giornata più propizia era il sabato, giorno in cui avevano ricevuto il salario.
Verso le cinque o le sei pomeridiane, l’oste cominciava a soffriggere
in un tegame le cipolle che emanavano un odore accattivante. “Un odore di
tegame ben drogato[3]”
scrive l’Alonzi, che si spandeva nei vicoli del paese diventando un richiamo
irresistibile per gli avventori.
Essi cominciavano ad affluire nella cantina alla spicciolata ed il locale
faceva il pieno verso le otto di sera. In un angolo quattro persone stavano
portando a termine la passatella, in un altro due compari discutevano di lavoro
o di politica, al centro una ventina di persone sedute intorno ad un lungo
tavolo parlavano, ridevano e scherzavano davanti a boccali di vino che non
avevano tregua. L’odore di cipolla soffritta e di frattaglie in umido
cominciava a mescolarsi col fumo puzzolente dei sigari e delle sigarette alfa,
l’aria cominciava a farsi pesante, qualcuno degli avventori era già alticcio,
i quattro della passatella stavano litigando per l’ulmo e i due compari
stavano per venire alle mani per colpa della politica. L’oste, che aveva
sentore di rissa imminente, si guardava intorno alla ricerca di una persona che
potesse venirgli in aiuto. Quasi sempre lo sguardo si posava su avventori che
sapessero cantare e tra questi in modo particolare sul Sig. Domenico De Rubeis[4], al quale faceva segno di
allentare la tensione. L’interpellato sottovoce cominciava a canticchiare una
canzone, qualcun altro cominciava a pizzicare le corde di una chitarra o di un
mandolino. Alle prime note, come d’incanto, le voci degli alterchi si
affievolivano e qualcuno incitava il sig. De Rubeis a cantare una canzone,
reclamando soprattutto il suo cavallo di battaglia: Rosalba
sol minore – sol maggiore 4/4
Tremano
nel cielo
stelle
e serenate questa
notte vita
mia tu sola non
ascolti dimmelo
perché. Tremano
nell’ombra bocche
innamorate questa
notte sulla
mia chitarra nasce
un fiore dedicato
a te. Rosalba
dagli occhi come il mar Rosalba
sei nata per amar’ dischiudi
la tua veranda in fior ascolta
la voce del mio cuor scendi
ti voglio tanto amar’ nel
cuore ti sento palpitar’ rosalba
non aspettare più un
tuo bacio è la vita e
la vita mia sei tu.
Finito il canto, gli animi si erano calmati e l’avventore più
facoltoso offriva la bevuta a tutti i presenti purché si continuasse a cantare,
e dal vasto repertorio del sig. De Rubeis veniva fuori: Tremano
le foglie al vento la minore – la maggiore 3/4 Tremano
le foglie al vento
vibra
in aria una canzon’ questa
notte più non sento sentimento
di passion’. Chi
mi ha preso il cuor Maria chi
fu il mio primo amor Maria nome
che una notte ascoltai e
che non dimentico mai. Forse
ti parrà follia quanto
mi tormenti il cuor tu
non sai che cosa sia viver’
con te Maria. Vivere
vorrei la vita ma
tu non sai dir perché sono
un’anima smarrita senza
vita senza te. Chi
mi ha preso il cuor Maria…
A volte, ad ora inusitata si vedeva far l’ingresso nel locale una
persona non abituata a frequentare la cantina. La persona, molto spesso del ceto
contadino, dopo aver dato uno sguardo intorno come alla ricerca di qualcuno si
dirigeva verso il tavolo del Sig. De Rubeis ed iniziava con lui un parlottio
sommesso. L’inconsueto avventore era il padre di una fanciulla che andava
sposa e chiedeva al cantante la disponibilità per allietare con canti e suoni i
commensali nel giorno dello sposalizio. A questo punto i presenti non si
facevano sfuggire l’occasione di farsi offrire la bevuta ed in cambio
anticipavano al padre della ragazza la canzone di rito dal titolo: Sei
bella sei splendida re maggiore ¾ tango
Sei
bella sei splendida
di
bianco vestita adorna
di fiori di
gemme e di rose e
in cielo sta scritto il
nostro destino che
un giorno mia sposa sarai
nel ciel’. O
vaga fanciulla o
angel’ divino riposa
tranquilla nei
sogni d’amore e
in mezzo ai profumi sei
forse pentita mi
sembri una santa discesa
dal ciel’.
A volte erano i giovani innamorati che chiedevano consigli al De Rubeis
per far breccia nei cuori delle ragazze ed egli quasi sempre suggeriva loro di
cantare la seguente serenata: Il tuo amore e’
come il fuoco - do minore – do maggiore - tango
Sulla
verde collinetta in
un giardino tutto in fior c’era
un giorno una casetta ch’era
fatta per l’amor e
la fiamma un dì passò e
la casa si bruciò come
tu passando un dì m’hai
distrutto il cuor così. Il
tuo amore é come fuoco che
mi brucia a poco a poco i
tuoi baci son scintille che
col vento se ne van’ si
dileguano col fumo le
promesse e i giuramenti dell’amor
che mi dai tu sai
che cosa mi rimane solo
cenere e non più. Sei
tornata e cosa chiedi vuoi
burlarti ancor di me non
so piangere e non vedi che
il mio cuore più non c’è e
il mio cuor che non c’è più me
l’hai distrutto un giorno tu come
fiamma che passò e
che tutto devastò. il
tuo amore e’ come fuoco…
Nell’economia di questa breve comunicazione, ritengo fuori luogo
riportare tutte le romanze che si cantavano nelle cantine. Ho voluto proporre un
esempio di ricerca sull’etno-musica, offrendo stimoli per uno studio
approfondito.
[1] L. ALONZI, La fiera di San Donato, in AA. VV., Ciociaria, Frosinone 1957, p. 137 [2]
E’ rimasta famosa in San Donato “la libretta”, un taccuino con
copertina nera che quasi tutte le famiglie tenevano depositata nella
credenza. Nel quadernetto, giorno dopo giorno, il rivenditore di generi
alimentari annotava gli acquisti a credito che la famiglia faceva. [3] L. ALONZI, cit., p. 136. [4] Il Sig. De Rubeis Domenico è una figura rappresentativa nel paese di San Donato per la sua voce di cantore. Per oltre sessanta anni ha fatto ascoltare il suo canto, e lo fa tutt’oggi quasi ottantenne, in chiesa e nelle feste conviviali e sempre con la stessa tonalità.
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