IL DIALETTO SANDONATESE

Questa particolare ricerca di Domenico CEDRONE attiene, più in generale, alla storia del ruolo e  dell'influenza che le popolazioni germaniche hanno esercitato sui processi di alterazione della lingua latina e di formazione delle nuove parlate "volgari". Il periodo storico considerato copre l'arco di un millennio; dalla fondazione dell'Impero Romano, alle soglie dell'anno "mille", in pieno medioevo.

Definire gli etimi germanici, entrati in quell'epoca nel lessico italiano, è un problema di non facile soluzione. La presenza di parole, che possono essere spiegate risalendo alla lingua tedesca di quei secoli, va riferita a situazioni storiche da delimitare nel tempo con meno imprecisioni.

Una prima e fondamentale questione concerne l'attribuzione dell'etimo tedesco di un vocabolo, ad uno fra i tre contesti sotto cui è possibile classificare la vicenda dei rapporti delle genti di lingua tedesca, con la civiltà romana. Il contesto più antico, "paleogermanico" (ovvero "antico-alto-tedesco"), va ricondotto ai contatti tra Romani e Germani prima e durante l'Impero.      

Il contesto  "gotico" (anche erulo) ed il contesto "longobardo" fanno riferimento al dilagare di questi popoli "barbari" dentro i confini della parte occidentale dell'Impero Romano, dopo la sua caduta.

La storia della linguistica, aiutata dalla filologia, distingue:

    - radici "paleogermaniche" rintracciabili nella lingua latina dell'alto e basso impero;

    - radici "gotiche", riscontrabili nell'italiano, nel francese, nello spagnolo, di fatto legate alla vicenda delle invasioni barbariche che avevano interessato l'Italia, la Gallia, la penisola iberica;

    - radici "longobarde" come fenomeno invece esclusivamente italiano (i Longobardi trovarono più conveniente stanziarsi stabilmente in Italia).

Il contesto "paleogermanico" deve essere stato poco consistente, per ovvie ragioni, mentre il primato civile, politico e militare della Roma imperiale dominava incontrastato e la lingua dei romani godeva di una indiscussa situazione di prestigio.

 

Alcune voci germaniche, introdotte dai barbari che sempre più numerosi militavano nelle legioni imperiali, esercitarono maggiore suggestione e si diffusero con più facilità; tanto è che, entrate negli idiomi "volgari", si sono conservate nel tempo e sono pervenute fino a noi.

La ricerca che vado esaminando conferma, in definitiva, la scarsa incidenza dell'elemento paleogermanico e gotico rispetto a quello longobardo, Le radici di termini dialettali, classificate da Domenico Cedrone sotto le diciture  " antico-alto-tedesco" ovvero "gotico", sono poche come una lettura meticolosa consentirà di scoprire. Le parole di origine longobarda, rintracciate nel nostro dialetto, risultano essere evidentemente più numerose.

 

Mi permetto di riportare alcuni esempi, sperando di stimolare adeguatamente la curiosità dei lettori.

Rùscia (forfora), trnkià, varda sono termini riferiti nell'ordine dell'antico-alto tedesco: kruf = sozzura, trinkan = bere, bardi = scudo.

Le parole fiask, gnakkul, sgamà, squinc, tr'scà, varvagl', vramà sono spiegate come provenienti dal gotico e dal longobardo. Lascio ai lettori il gusto di ritrovare per ogni parola l'etimo specifico. Il rapporto fra le parole di origine paleogermanica, gotica, longobarda potrà essere determinato con precisione se qualcuno, leggendo, avrà la pazienza di raccogliere e classificare tutte le voci.

 

Non si tratta in fondo di una grossa fatica. Come si potrà constatare il numero delle voci dialettali definite risulta essere contenuto al di sotto dei duecento vocaboli.

Domenico CEDRONE riferisce testualmente:

"nel lessico della lingua italiana sono presenti circa duecentottanta lemmi di origine longobarda e una trentina di origine gotica; di questi mi è stato possibile rinvenire oltre duecento quasi tutti presenti nel linguaggio sandonatese."

Una conferma definitiva dunque della limitata presenza degli etimi tedeschi nel nostro vocabolario, nonostante una storia di rapporti millenaria.

Può essere sufficiente ribadire le circostanze storiche che limitarono di fatto il ruolo degli elementi linguistici paleogermanici e gotici.

Occorre invece rintracciare e comprendere le ragioni che non consentirono ai Longobardi di esercitare una maggiore e più incisiva influenza linguistica. L'invasione dei Longobardi ebbe anzitutto la forma di una colonizzazione militare cui non corrispose anche una colonizzazione di tipo linguistico.

 

L'ambiente romano, detentore di una "civiltà" ritenuta superiore, impose ai Longobardi la sua lingua e la sua cultura. In quella situazione poteva avere avuto importanza, anche per i Longobardi, l'invito di Cassiodoro rivolto ai Goti: "ROMANORUM PRUDENTIAM CAPERENT ET VIRTUTEM GENTIUM POSSIDERENT".

 

Per un certo tempo i Longobardi riuscirono ad evitare che, con la "romanizzazione", andasse perduta l'individualità etnica e la virtù guerriera del loro popolo. Purtroppo, con la lingua e con la cultura romana, assorbirono abitudini di vita che progressivamente corruppero la sobrietà dei loro costumi "barbarici".

 

E' possibile sottolineare aspetti e momenti significativi di questo processo di romanizzazione relativamente rapido. Il re Liutprando, come attestano alcuni storici, centocinquanta anni dopo l'invasione guidata da Alboino, sembrava possedesse  una scarsa conoscenza della lingua longobarda.

Nello stesso periodo Paolo Diacono, il dotto longobardo storico del suo popolo, scriveva in latino con rara perizia. Più tardi la conquista dei Franchi accelerò, in maniera definitiva, i tempi della romanizzazione linguistica che si sarebbe conclusa prima dell'anno "mille", come attesta un passo del Chronicon Salernitanum (978 d.C.).

" LINGUA TODESCA QUOD "OLIM" LONGOBARDI LOQUEBANTUR".

 

Tutte queste considerazioni inducono a ritenere, piuttosto limitata e circoscritta, l'influenza del tedesco sulla nostra lingua nazionale e sui nostri dialetti.

L'aver individuato e sottoposto alla nostra curiosa attenzione (come ha saputo fare Domenico CEDRONE) l'origine germanica di alcune voci dialettali è, proprio per questo, un merito sicuramente maggiore.

Le argomentazioni di Domenico CEDRONE sviluppano argute ipotesi interpretative, riferendo, in ogni caso, le parole del dialetto direttamente alla lingua tedesca. Un problema che si pone riguarderebbe la distinzione delle radici germaniche, assunte dal dialetto tramite la lingua italiana.

 

Si tratterebbe di definire la derivazione di ciascun lemma considerato secondo due possibili direzioni: dal tedesco ---> al dialetto, ovvero dal tedesco ---> all'italiano --->  al dialetto.

Compito oltremodo impegnativo, per niente agevole e sicuramente esorbitante rispetto alla economia di questa breve ricerca opportunamente intitolata;

 TRACCE LINGUISTICHE DI ORIGINE GERMANICA...

A modo di conclusione, se a questo punto ce ne fosse ancora bisogno, dopo tutte le considerazioni e riflessioni riferite, mi preme sottolineare l'importante funzione culturale che il dialetto può e deve continuare a svolgere.

Dobbiamo fare i conti purtroppo con i fenomeni che hanno facilitato una generalizzata diffusione della lingua italiana, a scapito delle parlate locali; fenomeni contrassegnati in ordine di tempo:

    - da un progressivo spopolamento dei centri rurali;

    - da una diffusa scolarizzazione di massa;

    - da una massiccia presenza, intorno a noi, dei mezzi di comunicazione di massa (mass-media) ed in modo particolare dei "media" elettrici e della televisione soprattutto. Non possiamo assistere inerti ad un anacronistico trionfo delle teorie sostenute con convinzioni dai "manzoniani" che, sopraffatti da ben altre esigenze 1, avevano inteso estirpare la "malerba dialettale".

Da più parti viene sottolineato con forza come possa essere importante ripristinare una effettiva circolazione dei dialetti, ormai sempre di più precaria, sottraendoli ad una definitiva scomparsa.

Il tentativo di Domenico CEDRONE, di individuare come possa essersi formata una certa categoria di parole, è un'operazione di recupero del dialetto lodevole.

L'amico Domenico CEDRONE (come spero i suoi lettori) saprà comprendere e giustificare queste conclusioni influenzate da una mia  "deformazione professionale".

Una volta di più mi sono lasciato condizionare dal ruolo di "educatore" che professionalmente mi compete.

All'interno di una tale praspettiva, da questo mio punto di vista privilegiato, individuo una esigenza educativa fondamentale in grado di offrire alle nuove generazioni un punto di riferimento indispensabile.

Il recupero delle tradizioni popolari, a partire dai dialetti, è una sicura ancora di sopravvivenza di fronte alla provvisorietà, alla precarietà, alla profonda crisi di valori che investe e caratterizza la nostra società nella attuale fase di sviluppo.

      

                                                                                                                                                         Antonio Pellegrini         

 

 

     

TOPONOMASTICA

 

 

 I nomi della località dell'area presa in considerazione sono in  prevalenza  agiografici;    ciò  è  dovuto  soprattutto ad un processo  di  bonifica  o  di  "esaugurazione",  ad opera dei benedettini  di  Montecassino,  avvenuto  intorno  al  IX-X secolo  allorché i monaci cassinesi  ebbero  modo di controllare un vasto territorio della valle di Comino. Non si esclude comunque che gli stessi Longobardi, dopo la conversione al cristianesimo, acquisirono il  costume di dedicare chiese ed altari a Santi a loro particolarmente cari,  come  "S.Donato"  Vescovo  di  Arezzo, "S.Vito", "S. Angelo", "S.Quirico" e "Santo Stefano." I toponimi che si incontrano nel territorio preso  in  considerazione sono: "Maiolf'" in territorio di Alvito   dove  è  presente  il  lemma a.a.tedesco Wolf  = lupo, uguale al termine  gotico vulfas,1 associato  alla radice “mai”, che  si  riscontra nei toponomi, "Mainarde" (gruppo montuoso del Meta)  e la " Maiella" (massiccio dell'Appennino  Centrale  fra  la  "Pescara" e il "Sangro"). Altra  località è  "Caprald" toponimo  recante  il  lemma longobardo ald  =  ministro, servo o uomo semilibero.2       

Sempre  in  territorio  di  Alvito  si  ritrova  la  località "Colle della Recca"; il  termine "Recca" deriva  dalla  parola longobarda rihhi  che significa ricco.  L'espressione "colle del ricco"  non  ha significato se si prende tradotto  alla lettera; in  verità  l'etimo  longobardo ha valore di forte o potente,  da cui il moderno tedesco Reich = prevalere,  affine al gotico reicks : Il toponimo   va  quindi inteso come  "colle  potente"  o  "colle in  felice  posizione",  non  dimenticando  che  a  ridosso della località  in  questione  vi  è  "Colle Arceto"  e  "arceto" viene  dal participio passato del verbo latino "arcére" = difendere.      

Segue la località "Fontana la Sala".3 Premesso  che sono d'accordo con  quanto  scrive il prof. Iacobone sul lemma  Sala come  etimo preario con il significato di erba palustre perché ben si coniuga  con  la  parola  mediterranea  (K)lana   per "Chiana" (acqua stagnante), ritengo però che tale parola si sia mantenuta intatta nel  tempo  per  la  presenza  dell'elemento  longobardo in zona. Il termine Sala presso il popolo germanico  ha valore di "dimora" o di "possesso"  ritrovando  l'origine nella radice Sal comune al franco,  all'antico  alto  tedesco  e allo svedese. Nel diritto germanico esso indicava il rituale con cui si realizzava il passaggio di proprietà,  da  cui la  forma  verbale  Saljan = dare. D'altro canto  il  termine  "(K)lana", di  origine mediterranea, usato in Alvito  è  uguale al  termine  "lama" usato in San Donato; ancora oggi si ricorda  l'espressione "'na lama d'acqua" per indicare un sottile strato di acqua palustre. Questo termine viene riportato  da  Paolo  Diacono nella  "Storia  dei  Longobardi" col significato  di  "piscina".1 Secondo  il  Pianigiani il termine,che dovrebbe dare origine  alla parola "lago", deriva da un antico termine sassone, Klamon,  molto affine  alla "Chiana" di Alvito ed al termine "lama" in San Donato.  A confine tra il territorio di Alvito e Vicalvi si ritrova il toponimo  "Valle Romana"  così  pure in territorio  di Picinisco  dove  in  dialetto  è  pronunciato  "Varmana"  o  "Harmana". Una considerazione  superficiale  potrebbe far pensare che i toponomi stiano  ad  indicare  il luogo dove dovettero stanziarsi manipoli dell'esercito romano,  ma il Giammarco1      avverte  che  nel termine si riscontra  un substrato  di  origine germanica e propriamente longobarda proveniente dalla voce  hariman = "uomo dell'esercito". Gli Arimanni erano i guerrieri o gli uomini liberi per eccellenza del popolo longobardo.  In territorio  sandonatese  si  ha  la  località   "Il Posto" dall'etimo  germanico  Post  che significa "guardia". Il toponimo non  può  derivare  dal  participio  passato  latino "postum" che tradotto in italiano significa "cosa poggiata" e non spiegherebbe nel  dialetto  sandonatese le  espressioni "fà l' post'" per spiare qualcosa o qualcuno di nascosto o "app'stàrs'" nel significato di attendere  qualcuno per sorprenderlo. Un'altra località  sandonatese è " 'll'nguàgna"  o  "vall'nguàgna"  riportata  nelle  carte topografiche come "Le Guagne" o "Valle Inguagnèra"; il toponimo viene dalla forma verbale longobarda Waidanjan = "guadagnare" ma con il significato  di  pascolare che tradotto in italiano dovrebbe dare "Valle Guadagna".  Nel  termine  "Guadagna"  si  è verificata una caduta del gruppo fonetico "da" da cui "Guagna", oppure, a seguito della   rotacizzazione   del   grafema  "d",  regola  fissa   nel  dialetto sandonatese (es. piede = pér'), si è avuta anche una  metatesi per  arrivare alla parola "Vall' nguàgnera"; il significato è pertanto: "valle del  pascolo". Ancora oggi la valle, come in tempi  passati,  viene  utilizzata  per  il  pascolo di armenti allo stato  "brado"  previo  pagamento  della  "fida". Il termine "brado" è dalla voce

longobarda braida = pianura aperta e la parola  latina "fida"    origine  alla voce  "fiwaida" che  nel diritto longobardo indica  il  territorio comune destinato al pascolo. 

Sempre  in  territorio sandonatese si ritrova  la località "M'rron'  gl'  squann'".2 Qui si  è in presenza di due etimi: il  primo  di  origine  prelatina  o mediterranea da morra con il  significato  di  "mucchio",   in  questo caso mucchio di pietre  e  per  estensione  costone  roccioso  sconnesso pieno di detriti  calcarei  (tanto  ci  fa  pensare  l'espressione "so' it' m'bacc' bacc' a kigl' m'rrun' "  per "mi sono avventurato in mezzo a quei  dirupi"); il secondo di origine longobarda dalla voce skranna col  significato   di   rozza   panca.  Per  "squann'"   nel  dialetto sandonatese  si  indica  una  grossa  panca  con alto schienale e braccioli  posta  ai  lati  del  focolare e di  cui  ancora  oggi esistono alcuni esemplari. Potrebbe  nascere il dubbio che la parola "squann'" derivi  dalla   voce  latina   "scannum"  e da qui il   lemma  italiano  "scanno"  sinonimo  di  "scranna", ma i motivi  che  mi  portano  a scartare questa variante sono due: i  dizionari  della  lingua  italiana  nel  riportare le due voci "scanno"  e  "scranna"  definiscono  la  prima come sedia di forma variabile  ma  di  aspetto  austero  ed  imponente  e riservata a personaggi autorevoli; la seconda, pur definendola come sedia dottorale (ma con alto schienale e braccioli), la riportano anche come  regionalismo  nel  significato  di  rozza panca. Il secondo motivo  che  mi  induce  a  prendere  in  considerazione  l'etimo longobardo è la caduta della uvulare "r" che dà luogo al fenomeno della dittongazione "uà"; se ciò  non fosse non si spiegherebbero nel dialetto  sandonatese  le parole: "scannà" per  "scannare"  e  il  derivato  "scannatur'", in riferimento  al  grosso  coltello per ammazzare  il  maiale. 

Segue  la  località "Preta la zekka "1 in cui  è  presente  la   parola   longobarda  zekka  con  lo stesso significato  che  si    al  parassita  degli animali domestici. Dal  lemma  si  hanno  le locuzioni  dialettali "si' 'na zekka" e "k' zekka" per "sei un tipo  appiccicoso"  e  "che  sfruttatore". Dallo stesso etimo  si  ha  in San Donato l'espressione "zìkkur'", in italiano "zeccola", per indicare lo stecchetto  di paglia che resta  impigliato  nel  vello  delle pecore o le pallottoline che si formano in un indumento di lana infeltrito.        

 

Altre località degne di attenzione sono: "P'scina"," Pesc'-Kiàn'" e  "Stall' P'sciàra",   i   primi  due   toponimi  in  territorio sandonatese, l'altro in territorio di Settefrati. In "Nuove prove linguistiche della presenza longobarda nel ducato di Spoleto",1 lo  studioso Giovanna Arcamone fa  derivare   i  toponimi "Pescia" e "Pescina"  (esistenti  in Umbria,  Toscana, Lucca e Pistoia, cioè  nel  territorio che appartenne alla Tuscia longobarda), dall'etimo germanico baki  nel  significato  di torrentello o rigagnolo. Risultando i  toponimi "P'scina", "Pesc'kiàn"  e "Stall' P'sciàra",  di origine germanica, possiamo  anche  spiegarci  alcune  locuzioni  sandonatesi  come: "chiòv' a  p'sciariégl'" per  "piove  a  catinelle"  o "c'èsc' n' p'sciariégl' d'acqua" per  "vi  scorre  un  filo d'acqua"  oppure "biv'  agl'  p'sciariégl' d'lla cannata" dove per "p'sciariégl'" si indica una  bocchetta  della  brocca  in cui  scorre un filo d'acqua.       

 

Vi sono poi i toponimi : "M'rron' la  bandiera"  e "Vuar' bannit'"2 dove  "bandiera"  e "bannit'" trovano  l'etimo  nella parola gotica bandwa  = banda = segnale e da  cui in sandonatese si ha  "buann'   per "bando",  "'mbannella"  per "cardine  della porta" e "banda d' scalmaniàt'" per "gruppo di scalmanati" e "gruppo"  è dalla voce gotica kruppa la cui radice germanica  o  celtica  significa  riunire, ammassare  e dalla stessa radice  si 

ha in sandonatese: "Jroppa" = "groppa".         

 

La località "V'r'cciara", che sta per "brecciaio", deriva dal longobardo brecha  e dalla  forma  verbale  gotica  brikan, col significato di rompere,  da  cui  poi "breccia" e la forma  verbale "sbr'kkat'"  (per indicare una tazza di coccio rotta sull'orlo), uguale all'italiano "sbreccato". Non può accomunarsi etimologicamente  a  questo  termine  il  toponimo "L' tre Bricc'(e)" dove la parola "briccia" deriva  dalla  voce  mediterranea brikka col significato di "rilievo dirupato".         

Altri toponimi sandonatesi sono la "Sbarra" dalla parola gotica "sparra"  = "trave di legno" da cui "sbarrà la porta"  e  "Sbarrà l' f'nestr'" per "chiudere la porta" e "chiudere le finestre".

Le  località,  "F'l'ngar'"  ( toponimo che in alcuni documenti cassinesi viene riportato sotto il nome di "Felenga)" e "Fonte la Cardegna",  secondo  gli studi di W. Bruckner  1  denotano  l'influenza  della lingua longobarda per l'uscita finale in  "enga" da  correlare anche al nome proprio Domenico che in  sandonatese troviamo abbreviato nel nomignolo "Mingh" e "Menga" al femminile. Parimenti  dicasi di parole contenenti suffisi in "isk" (esempio: "Francisk", " Frisk" ecc. ) che  si  ricollegano   al   suffisso  tedesco Isk. Così anche le costruzioni di forme alterative in "etto"  e  "otto"  ( es."Carlett'" e " sargiotta"  , quest'ultimo  termine  deriva dal francese  "sarge", tipo di tessuto di lana ) scaturiscono dal  suffisso germanico  ohta.       Spostandoci  nel territorio di Settefrati troviamo il toponimo "la  Ringhiera" che deriva dalla locuzione  gotica   "Hari-Hriggs" nel  significato di "circolo dell'esercito" da  cui  "arengo"  per luogo di riunione dei cittadini in epoca medievale  e il tedesco  "ring"  per "anello". A breve distanza dalla località citata si ha il  toponimo  di "Marzara"  che  secondo  il  Fatucchi doveva  indicare  nel Basso Impero e nei primi  secoli  dell'età barbarica il luogo di un  presidio militare.1          

 

Vi sono dei toponimi sospetti, non più in uso, ma rintracciabili nei documenti di Montecassino quali:"Fontana aduliscana", "Fossato Landone", "Barbisci", "Arsicci", "Petra Guidorum", "Montanisci" e "Colle Caimundi". Nel  termine  "aduliscana"  è  possibile  che si sia avuta una metatesi  e  che  originariamente  fosse "alduscana", ritrovando la parola ald  di  cui  si è detto, mentre "Landone" è  un nome di origine  germanica, e "barbisci", analogamente ad una serie di toponimi recanti  i  nomi  con  la  radice  "barba" in territorio aretino,2 può indicare il luogo dove si era stanziato un gruppo di Longobardi la cui caratteristica era proprio la lunga barba.3  Il toponimo  "Petra Guidorum,"  che si ritrova nella donazione del territorio di S.Urbano al monastero cassinese  avvenuta nel 1017 e  che  nel  mio  secondo  fascicolo  su  S. Donato 4  traduco  semplicisticamente  "Pietra  dei  Guidi",  significa  "pietra delle direzioni"; "guida",  infatti,  viene dal gotico Witan = indicare. Nel termine "Caimundi" è possibile ravvisare due etimi longobardi,  uno è gahagi  per recinto, da  cui "caggio"  o "cafaggio" in italiano, e l'altro  Mund  = protezione , da cui il "mundio". Il toponimo può essere  interpretato  come : "il  luogo  protetto dal mundio". Nel diritto germanico, il "mundio" è il potere domestico illimitato  esercitato dal capo famiglia.      

 

Il  prof.  Fatucchi, 5 inoltre, informa che  era  costume  dei Longobardi e dei Bizantini dare alle alture i nomi di "Castellone" e "Castelluccio";  il toponimo "Castellone" lo si ritrova nei  territori di Casalvieri, Alvito e Picinisco, mentre quello di "Castelluccio nei territori  di Alvito e S.Donato.

 

 

 

LINGUISTICA

 

 

Nel lessico della lingua italiana sono presenti circa duecentottanta lemmi di origine longobarda ed una trentina di origine gotica; di essi   mi è stato possibile rinvenire oltre duecento quasi tutti presenti nel linguaggio sandonatese. Il retaggio linguistico lasciatoci dai Longobardi riguarda in modo particolare le attività quotidiane dell'individuo, gli attrezzi  necessari al lavoro, la suppellettile domestica ed alcune  parti anatomiche  del corpo umano.       

        

Non essendo possibile seguire un ordine alfabetico di tali parole, esse vengono raggruppate per settore al fine di poter  realizzare addentellati tra etimo ed etimo.

        

Per quanto riguarda il corpo umano, dalla lingua longobarda sono stati ereditati i seguenti termini : knohha   col  significato di giuntura o  nodo,  corrispondente alla  parola "nocca" in italiano. Dall'etimo, in dialetto  sandonatese,  si hanno le parole "'n'kruòkk'" e "kròkk'ra" per  "nodo"  o "nodi"  riferendosi  ai nodi presenti nei  tronchi  d'albero,   ma anche alle giunture delle dita della mano quando esse sono particolarmente vistose; esemplicativa l'espressione "te' ciért'  réta a 'n'kròkk'ra" per:  "ha grosse dita nodose". Ma è anche  possibile che,  riferendosi  alle dita,  il termine  originariamente  avesse valore di "uncino" che deriva comunque dalla radice  scandinava  krokr = uncino (la Scandinavia è la terra d'origine dei Longobardi). Nell'etimo longobardo in questo caso è  avvenuta  la  rotacizzazione del grafema "n". In  altri  casi  invece nella parola knohha si verifica la caduta del "kappa"  iniziale con  il  conseguente rafforzamento del grafema  "n"  verificabile nella  forma  verbale sandonatese "ann'kkà"  nel  significato  di  colpire qualcuno con un pugno; da tale forma si hanno le  espressioni:  "mo' t'annòkk'" e "gl' so' ann'kkàt'" per "ora ti  do  un pugno"  e "l'ho steso con un pugno", ma anche " skun'kkià " con "s" peggiorativa.  La voce arcaica "annocca"  indica  il piegamento di uno stelo o di un tralcio (simile alla nocca di  un dito  che si piega) per porlo nel terreno e farne  una  margotta. "Ann'kkà" si dice anche per "ammazzare" e in questo caso ci si riferisce all'atto di infilare un coltello nella nuca di un ovino; esso dovrebbre derivare dalla forma verbale latina "necare" = uccidere, con  alfa  rafforzativo, a meno che non lo si  voglia  far derivare dall'arabo nukka = midollo spinale, con alfa privativo. Sempre dallo stesso etimo longobardo si ha  la parola sandonatese "'nnòcca" per "fiocco" fatto ad un nastro e "nastro", a sua  volta, viene dal gotico nastilò = correggia. In altri casi il "kappa" di  knohha, assumendo un suono gutturale, dà luogo al fonema "gn" che si riscontra nelle parole dialettali "gnuòkk'" e "gnàkkul'" dalle quali  si  hanno le locuzioni "si n'gnuòkk'" e " si 'n  gnàkkul'" indicanti una persona sempliciona o babbea. Per "gnuòkk'" si indica un tipo di pasta fatta in casa analogo ad un tipo di pasta  tedesca.  Per "gnàkkula" si intendono le funicelle legate alla  "varda" (basto)  dell'asino o del mulo  che servono per imbracare la  soma. Quest'ultima parola però potrebbe far sorgere dei dubbi: infatti essa potrebbe derivare dall'etimo longobardo per i nodi che vi sono o  per il  modo in cui le funicelle vengono raccolte quando non  servono più  (cioè a forma di fiocco) oppure dalla locuzione  latina  "in laqueo"  = "nel  laccio"; ma è preferibile farla   derivare  dalla lingua germanica in quanto accessorio del basto e la parola "varda" deriva  dall'a. a.ted. bardi col significato di  "scudo" e più specificatamente " armatura del cavallo".

        

Si  ha poi la parola zann = dente ed in sandonatese   "zanna"  da cui "azzannà" per "addentare"  e  "zannùt'"   per persona avente  grossi e lunghi denti e per traslato una persona  poco simpatica. Altra parola riferita al corpo umano è hanka = "anca"; in verità è poco usata nel dialetto sandonatese poiché si ritrova incrociata nella parola "fiank" di origine franca = flanc  = "fianco". Hanka la ritroviamo nella forma verbale "arrankàt'" che viene  dalla  parola gotica wrang = storpio,  da  cui  l'espressione sandonatese "s'é arrankàt'" sinonimo di  "s'é  strakkàt'". Quest'ultima forma  verbale deriva dall'attributo "stràkk", che viene dal longobardo  Strak = rigido, per indicare una persona inerte per la  spossatezza; e dalla forma verbale tedesca stracchen = esser teso e che,  a sua volta, dà origine alla parola sandonatese  "Strakkiàl'" indicante cinte di cuoio tese o le bretelle per reggere i  pantaloni e che erano  fatte di strisce di cuoio  intrecciate finemente;1 in ultimo da origine anche alla parola "strengh'" strisce di cuoio che si avvolgevano ai polpacci per reggere le cioce.2

Per "persona stanca" in sandonatese si usa anche l'espressione  "s'é allakkàt'" che  viene dall'a.a.ted. slach= debole,  floscio;  con  l'aferesi del grafema "s" dà origine  alla  parola italiana "lacco" che  si può  accostare ad  un'altra  forma  verbale sandonatese  "allaccià" nel significato di correre velocemente. Essa trova  l'etimo nella parola "lacca" col significato di coscia o  anca riferita soprattutto ad animali e che il Devoto    riporta come  parola  mediterranea. Il Pianigiani invece la fa  derivare  dall' antico  alto  tedesco lanka. Sinonimo di anca è "ciànka"  dal longobardo zanka = tenaglie o gamba difettosa; da cui la locuzione  sandonatese "te' 'na ciànka"  per  "ha un passo" o "ha  una gamba";  in  questo  secondo caso la  locuzione  va  intesa  come espressione ammiccante riferentesi alle gambe di una donna. Altra locuzione  è : "m'é fatta la ciankétta" per "mi ha  sgambettato"; sempre  da "ciànka" si ha  "sciankàt'" in cui si ritrova la  "s" peggiorativa.

       

In  tempi passati di frequente ho avuto modo di  sentire  usare espressioni come: "k'zazz'ra k' tié" e "k' ciùff' t' si  accunc'" col significato di: "che chioma ti sei fatto"; le parole "zazzera" e "ciuffo" vengono  dalla lingua longobarda  e rispettivamente  da zazza   e zupsa; ma mentre "zazzera" si riferisce  esclusivamente  ai  capelli, la parola "ciuffo" viene usata  per  indicare anche  un  cespuglio di erba. In quest'ultimo  caso  variante  di "ciuffo" è "trofa" ed essendo questa parola usata preferibilmente per   erbe  mangerecce  non  si ha  difficoltà a farla   derivare  dall'etimo  greco "trofè" = nutrimento. Molto significative  le espressioni : "'na trofa d''nzalàta", "na trofa d'erba mer'ca" e "'na trofa d''iolap'" (etimologia incerta).   

        

Si hanno poi le parole longobarde : skina = schiena e skinka = femore o stinco. Quello che meraviglia in   alcuni   termini (e come si vedrà anche in altri) è la fonetica rimasta intatta nel nostro dialetto. skina  in  longobardo  è  un termine esteso a tutto il corpo umano, per  cui  è  comprensibile la locuzione  sandonatese  "mo' t' facc' 'na skina" nel significato di "ora ti massacro in tutto il corpo" ed esso resta inalterato in alcuni toponimi quali "skina d'jas'n'" e "skina cavàgl'".  Per  "stink"  in  sandonatese  si  indica  "gl' uoss' sp'zzigl'"   che tradotto in italiano diventa "osso  spuntato"  in quanto "sp'zzigl'" deriva da "pizzo" = punta con "s" estrattiva.  

        

Le locuzioni : "mo' t' storz'" e "t' stià a st'rzzà", col  significato  di "ora ti soffoco" e " stai soffocando", derivano  dalla voce  longobarda  strozza = gola nella quale in dialetto sandonatese  si  è verificata una metatesi. Ad eccezione di queste espressioni, in sandonatese per "gola" si  usa il termine "kanna" dal greco "kanna" che dà origine  alle  parole: "kannarìn'" =  esofago ", kannaruòzz" = grosso esofago,  "kannarùt'" = uomo goloso, "kannardìzie" = leccornie e  "skannà"  nel  significato   di uccidere, tagliando la gola, riferendosi soprattutto al maiale, es.:  skannà gl' puork'".       

        

Sempre riferita al maiale si ha poi  la  parola "varvagl'" dal termine longobardo wankya = guancia;  per traslato la parola viene usata per indicare  le guance di una persona  dal volto  molto grasso come  l'espressione : "t'é ciért'  varvàgl'"   = ha grosse mascelle;  "mascéll'"viene  dal latino "Maxilla".

        

Un altro termine longobardo rimasto intatto nella fonetica è  zizza = mammella, il quale dà origine ad una serie di locuzioni e  parole quali: "zizza d' ninna"   e  "zizza d' tata",  espressioni affettuose rivolte ad un pargolo che piange o frigna. Sinonimo di zizza  è  zinna  sempre di origine longobarda da  cui  si  ha l'espressione: "Mitt't' 'n'zin'" per "vieni in grembo". Dall'etimo  deriva anche la parola "z'nàl'"  = grembiule o espressioni come : "s'é fatt' 'n zin' d' robba" = ha raccolto un  grembiule di  roba. Altro derivato è  "z'nàta"  =  strofinaccio, sinonimo di "mappina" dal latino "mappa" = tovagliolo.      

        

Intatto nella fonetica  resta il termine palla.  Dall'etimo, in sandonatese, si ha "palluòtt" e "pallànt'" col  significato  di grossa pietra rotonda. Una variante  è  "rava"2 termine  prelatino  che  indica un masso  roccioso  di  montagna.  "Palla"  dà origine anche a "pallòtta'" = ruota e alla  forma verbale "app'll'ttà" = rotolare.   Al plurale si ha anche: "k'pàll'"  con riferimento a termini anatomici e col  significato  di: "che  noia"  o "che lagna". Dallo  stesso etimo deriva "balla" inteso  come  "balla di fieno" e "balla di paglia", ma  anche  le locuzioni: "s'é  abbal'nzàt'"  per "è caduto rotolando"  e "mo' t'abbalénz'  quest'  appriéss'"  per "ora ti  scaglio  un  oggetto contro".       

        

Seguono adesso alcune  forme verbali.       

Nel dialetto sandonatese, esse  al modo infinito sono tutte tronche ovvero prive delle desinenze "are" "ere" "ire", una caratteristica  questa dei dialetti  dell'Italia Cento-Meridionale.      

        

Il verbo "rampà" per "graffiare", viene dalla parola longobarda Kramphen  = uncino, da cui  "ramp'"  per gli artigli della  zampa anteriore  di un felino e da qui l'espressione "m'e  ranciàt'  la jàtta"  o "m'e ramfàt' la jàtta" per "mi ha graffiato il  gatto". Sinonimo  è  il verbo "arraffà"  da hrapson = arraffare, da  cui deriva l'espressione  "alla riffa" o "alla raffa" nel  significato di "a chi prende di più". Simile a "rampà" è  "raspà" dalla voce  germanica   raspon = raspare. Altre forme verbali sono: "spaccà" dalla voce longobarda spahhan = spaccare, forma verbale molto usata nel dialetto sandonatese  e dalla quale si hanno le seguenti locuzioni : "spaccà gl'  puòrk"  per "squartare il maiale" e "mo' t'spàkk gl'muss'"  e  "mo' t'spàkk' la faccia" in tono minaccioso per  "ora ti spacco il muso o la faccia" e ancora i termini  come  "spaccòn'",  "spaccamùnn ","spaccatùtt'" e "spacconata" per "smargiasso"  e "smargiassata". Significativa l'espressione  "c'iav'fatt' 'n  spàkk'"  riferendosi ad una delicata  o  sofferta  operazione chirurgica subita da una persona.    

Per "persona stanca" in sandonatese si usa anche l'espressione  "s'é allakkàt'" che  viene dall'a.a.ted. slach= debole,  floscio;  con  l'aferesi del grafema "s" dà origine  alla  parola italiana "lacco" che  si può  accostare ad  un'altra  forma  verbale sandonatese  "allaccià" nel significato di correre velocemente. Essa trova  l'etimo nella parola "lacca" col significato di coscia o  anca riferita soprattutto ad animali e che il Devoto    riporta come  parola  mediterranea. Il Pianigiani invece la fa  derivare  dall' antico  alto  tedesco lanka. Sinonimo di anca è "ciànka"  dal longobardo zanka = tenaglie o gamba difettosa; da cui la locuzione  sandonatese "te' 'na ciànka"  per  "ha un passo" o "ha  una gamba";  in  questo  secondo caso la  locuzione  va  intesa  come espressione ammiccante riferentesi alle gambe di una donna. Altra locuzione  è : "m'é fatta la ciankétta" per "mi ha  sgambettato"; sempre  da "ciànka" si ha  "sciankàt'" in cui si ritrova la  "s" peggiorativa.

       

In  tempi passati di frequente ho avuto modo di  sentire  usare espressioni come: "k'zazz'ra k' tié" e "k' ciùff' t' si  accunc'" col significato di: "che chioma ti sei fatto"; le parole "zazzera" e "ciuffo" vengono  dalla lingua longobarda  e rispettivamente  da zazza   e zupsa; ma mentre "zazzera" si riferisce  esclusivamente  ai  capelli, la parola "ciuffo" viene usata  per  indicare anche  un  cespuglio di erba. In quest'ultimo  caso  variante  di "ciuffo" è "trofa" ed essendo questa parola usata preferibilmente per   erbe  mangerecce  non  si ha  difficoltà a farla   derivare  dall'etimo  greco "trofè" = nutrimento. Molto significative  le espressioni : "'na trofa d''nzalàta", "na trofa d'erba mer'ca" e "'na trofa d''iolap'" (etimologia incerta).   

        

Si hanno poi le parole longobarde : skina = schiena e skinka = femore o stinco. Quello che meraviglia in   alcuni   termini (e come si vedrà anche in altri) è la fonetica rimasta intatta nel nostro dialetto. skina  in  longobardo  è  un termine esteso a tutto il corpo umano, per  cui  è  comprensibile la locuzione  sandonatese  "mo' t' facc' 'na skina" nel significato di "ora ti massacro in tutto il corpo" ed esso resta inalterato in alcuni toponimi quali "skina d'jas'n'" e "skina cavàgl'".  Per  "stink"  in  sandonatese  si  indica  "gl' uoss' sp'zzigl'"   che tradotto in italiano diventa "osso  spuntato"  in quanto "sp'zzigl'" deriva da "pizzo" = punta con "s" estrattiva.  

        

Le locuzioni : "mo' t' storz'" e "t' stià a st'rzzà", col  significato  di "ora ti soffoco" e " stai soffocando", derivano  dalla voce  longobarda  strozza = gola nella quale in dialetto sandonatese  si  è verificata una metatesi. Ad eccezione di queste espressioni, in sandonatese per "gola" si  usa il termine "kanna" dal greco "kanna" che dà origine  alle  parole: "kannarìn'" =  esofago ", kannaruòzz" = grosso esofago,  "kannarùt'" = uomo goloso, "kannardìzie" = leccornie e  "skannà"  nel  significato   di uccidere, tagliando la gola, riferendosi soprattutto al maiale, es.:  skannà gl' puork'".       

        

Sempre riferita al maiale si ha poi  la  parola "varvagl'" dal termine longobardo wankya = guancia;  per traslato la parola viene usata per indicare  le guance di una persona  dal volto  molto grasso come  l'espressione : "t'é ciért'  varvàgl'"   = ha grosse mascelle;  "mascéll'"viene  dal latino "Maxilla".

        

Un altro termine longobardo rimasto intatto nella fonetica è  zizza = mammella, il quale dà origine ad una serie di locuzioni e  parole quali: "zizza d' ninna"   e  "zizza d' tata",  espressioni affettuose rivolte ad un pargolo che piange o frigna. Sinonimo di zizza  è  zinna  sempre di origine longobarda da  cui  si  ha l'espressione: "Mitt't' 'n'zin'" per "vieni in grembo". Dall'etimo  deriva anche la parola "z'nàl'"  = grembiule o espressioni come : "s'é fatt' 'n zin' d' robba" = ha raccolto un  grembiule di  roba. Altro derivato è  "z'nàta"  =  strofinaccio, sinonimo di "mappina" dal latino "mappa" = tovagliolo.      

        

Intatto nella fonetica  resta il termine palla.  Dall'etimo, in sandonatese, si ha "palluòtt" e "pallànt'" col  significato  di grossa pietra rotonda. Una variante  è  "rava"2 termine  prelatino  che  indica un masso  roccioso  di  montagna.  "Palla"  dà origine anche a "pallòtta'" = ruota e alla  forma verbale "app'll'ttà" = rotolare.   Al plurale si ha anche: "k'pàll'"  con riferimento a termini anatomici e col  significato  di: "che  noia"  o "che lagna". Dallo  stesso etimo deriva "balla" inteso  come  "balla di fieno" e "balla di paglia", ma  anche  le locuzioni: "s'é  abbal'nzàt'"  per "è caduto rotolando"  e "mo' t'abbalénz'  quest'  appriéss'"  per "ora ti  scaglio  un  oggetto contro".       

        

Seguono adesso alcune  forme verbali.       

Nel dialetto sandonatese, esse  al modo infinito sono tutte tronche ovvero prive delle desinenze "are" "ere" "ire", una caratteristica  questa dei dialetti  dell'Italia Centro-Meridionale.      

        

Il verbo "rampà" per "graffiare", viene dalla parola longobarda Kramphen  = uncino, da cui  "ramp'"  per gli artigli della  zampa anteriore  di un felino e da qui l'espressione "m'e  ranciàt'  la jàtta"  o "m'e ramfàt' la jàtta" per "mi ha graffiato il  gatto". Sinonimo  è  il verbo "arraffà"  da hrapson = arraffare, da  cui deriva l'espressione  "alla riffa" o "alla raffa" nel  significato di "a chi prende di più". Simile a "rampà" è  "raspà" dalla voce  germanica   raspon = raspare. Altre forme verbali sono: "spaccà" dalla voce longobarda spahhan = spaccare, forma verbale molto usata nel dialetto sandonatese  e dalla quale si hanno le seguenti locuzioni : "spaccà gl'  puòrk"  per "squartare il maiale" e "mo' t'spàkk gl'muss'"  e  "mo' t'spàkk' la faccia" in tono minaccioso per  "ora ti spacco il muso o la faccia" e ancora i termini  come  "spaccòn'",  "spaccamùnn ","spaccatùtt'" e "spacconata" per "smargiasso"  e "smargiassata". Significativa l'espressione  "c'iav'fatt' 'n  spàkk'"  riferendosi ad una delicata  o  sofferta  operazione chirurgica subita da una persona.    

"Tr'nkià" dalla  voce a.a.ted. trinkan = bere e "svignà" dall'a.a.ted. svinan =  dileguarsi  e sparire, anche se tale termine alcuni studiosi lo  fanno derivare da "vigna" più "s" nel significato di persona che fugge da una vigna per non essere sorpreso dal padrone.

   

"Chiazzà" da  klazzjan = macchiare, da  cui  l'espressione t'é ciért' chiazz' m'bacc'" per "ha certe macchie sul volto" o  meglio "m's'jav' fatt' l' kiastrèll'"  per "mi si son fatte delle pustolette sulla pelle". "Takkunià"  o "takkarià" in sandonatese si dice per "chiaccherare"; viene dalla  parola longobarda  tahhala = chiacchera,  da  cui "takkuniégl'"  o "takkunèlla"  per persona chiaccherina ed intrigante; con questo termine si indica anche un tipo di pasta fatta in casa.            

        

"Sparagnià" sempre dal longobardo sparon = risparmiare, da   cui si  hanno le locuzioni : "sparàgnat' la fatìa",  "sparàgnat'  gl' piàss'" ed "é stat' fatt' a sparàgn'" per "risparmiati  l'impresa o  i passi" ed "è stato realizzato in economia"; da  notare  che  nel dialetto non si ha il suffisso "ri" e si mantiene inalterato  il termine longobardo.       

        

Segue poi la forma verbale "vuardà" da wardon = guardare, nel significato  di  stare in guardia. In  dialetto sandonatese  per "guardare" si hanno diverse forme. Una è  "vuardà" per badare,  es. "vuardà l' pécura" per "sorvegliare le pecore", ma il  significato germanico si ritrova nella sua pienezza nell'espressione "vuarda, s' m' fià s'azziòne..." che tradotta in italiano è "stai  attento se  mi fai quest'azione..." oppure nell'espressione  "vuarda! vuarda!..." per far osservare un avvenimento che potrebbe  comportare un pericolo immediato e quindi l'espressione è di avvertimento.       

        

Variante di tale forma verbale è "arò" e "arondarò" nel  significato di guardare con un certo stupore; la forma verbale  deriva dall'imperativo del verbo greco "oraw" = osservare.        Altra  variante è la forma verbale "tramiénd'" che deriva  dal verbo latino "mirare" = fissare intensamente, più la preposizione "inter" per stare in mezzo, da cui "'ntram'rà" per "ficcare  il naso" e "'ntraméra" = "pettegola". Sempre  per "guardare" in sandonatese si ha la parola "sgamà" =   guardare  cercando di capire, che viene dalla  parola  longobarda  scamaras  = spiare = informarsi, da cui  l'espressione  "t'  so' sgamàt'" per "ti ho capito" ed infine "cal'nià" dalla forma latina "caliginare" = vedere offuscato.

        

L'espressione  "camina  tutt' sganganàt'"  per  "cammina  in  malo modo" ci offre la parola "sganganàt'" che trae origine dal termine longobardo  gang = andatura  con "s" peggiorativa.   

        

Per quanto riguarda la muratura  si hanno le due forme verbali:  "r'n'zaffà"  per "intonacare" e "stukkà"  per "stuccare", esse provengono rispettivamente dalle voci longobarde zapso = tappo e stukjan = scorza.       

        

Altre forme verbali sono "staffà" da staffa da cui staffatura, staffale e staffa.   

"Sprangà"  da  spanga  da cui "sprànga la porta"  e  "sprànga l' f'nèstr'" per "chiudi la porta", e "chiudi le finestre".

    

"Att'zzuà" da  stuzzian = troncare, nel significato di squadrare  una pietra.  Affine a questa forma verbale è la  parola  a.a.ted.: stozan, moderno stossen = cozzare, urtare, da cui in sandonatese si hanno  l'espressioni "s'jàv' st'zzuàt'" o "jàv' fatt' a tuzza"   per "si  sono scontrati", con riferimento ad un impatto violento  fra persone, animali  o cose. Ricordo ancora l'espressione  "facém'  a tuzza", un gioco fatto da noi ragazzi che mimava la "tuzza", che si era  soliti osservare  nelle greggi di  pecore fra  due  montoni durante  il  periodo dell'accoppiamento. E, fatto  singolare,  la stessa  espressione  veniva usata da persone anziane,  che, volendo divertire  un  pargolo, mettendolo sulle  ginocchia,  andavano  a toccare  con la propria fronte le tenere tempie del bambino. 

La  parola "rattrappìt'" che incontriamo nelle espressioni "é  'n' rattrappìt'" o "stà tutt' rattrappìt'" per indicare una persona intirizzita  dal freddo, viene dalla voce  Trappa =  laccio  da cui "tràpp'la"  per tagliola e "catràpp'la"  per  indicare  un inganno  o un congegno meccanico di cui ci si deve  fidare  poco.          

        

"Guarì" per guarire  dal longobardo warjan = tenere lontano,  anche  se in sandonatese è preferita l'espressione  "s'é r'fàtt'" per "è guarito".

        

La  forma  verbale  "aggh'rià", nel significato  di  scagliare  o "lanciare vorticosamente" e che ritroviamo nelle locuzioni   "mo' t'agghìr' quest' appriéss'" o "s'é' aggh'riàt' p' l'aria" per "ora ti scaglio un oggetto dietro" e "è stato lanciato  vorticosamente in  aria", dovrebbe derivare dalla parola gair  = "punta di lancia", "asta".       

        

In  sandonatese  si hanno poi due forme   verbali:  "tr'cquà" = toccare e  "t'kkà", quest'ultima, oltre ad avere il  significato di toccare, ha anche il significato di spingere. La prima forma verbale  dovrebbe  trovare  l'etimo  nella  parola a.a.ted. zucchon  o  nella  forma verbale  gotica  tekan in cui si incontra la  radice   tek  comune alla parola latina "tactus" da "tangere" = toccare con mano. Mentre  "t'kkà", nel senso di spingere, come ci fanno intendere le   espressioni sandonatesi: "t'kkà l' pecura" e  "tòcca, tòcca" nel significato  di  "spingere le pecora" e l'espressione esortativa per " cammina spingendo il  passo", deriva dalla forma verbale a.a.ted. drucchen = al moderno druchen =  spingere.  Quello  che va sottolineato in queste due  forme  verbali sandonatesi è che  si è  avuto uno scambio fonetico tra  drucchen  e tekan.      

        

E  ancora : "ammastì"