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GLI
EBREI A SAN DONATO V.C. Questa ricerca sulla presenza di alcune famiglie ebraiche a San Donato durante la guerra, si basa esclusivamente su ciò che ricordano le persone che erano presenti nel paese negli anni che vanno dal '40 al '44. Non mi è stato possibile consultare documenti scritti, fatta eccezione del libro dei battesimi dell'archivio parrocchiale per quanto riguarda Margarete Bloch e di due schede anagrafiche conservate nell'archivio comunale. Forse ci si potrà meravigliare che l'archivio anagrafe non possieda le schede degli Ebrei internati nel nostro paese, ma questo è, a mio avviso, un primo indizio di solidarietà da parte di alcune famiglie sandonatesi nei loro confronti. Il signor Bruno Massa, attuale responsabile dell'archivio anagrafe del comune, mi ha informato che il sig. Coletti Donato, che lo ha preceduto, durante l'occupazione tedesca distrusse le schede per timore di controlli. Questa pagina di storia sandonatese quindi, non essendo suffragata da documentazione scritta, si presenta come un memoriale collettivo delle persone che ricordano gli avvenimenti dell'epoca, fatta eccezione per due brevi introduzioni che io ho ritenuto di dover fare perché possa delinearsi il valore di una solidarietà reciproca. Una introduzione riguarda il popolo ebraico, l'altra la situazione socio-economica del paese all'epoca degli avvenimenti. Gli Ebrei, nelle loro lunghe e fatali peregrinazioni in qualsiasi parte del mondo, sono stati guardati sempre con ostilità e perseguitati per reati mai commessi. Un'analisi del comportamento politico e sociale delle società che hanno ospitato e ospitano questo popolo sarebbe lunga e complessa. Gli studi recenti hanno messo in evidenza che le società arcaiche, nel momento in cui entravano in crisi (e parlo di crisi economiche, di crisi dei valori morali, di pestilenze, di sconfitte belliche), altro non facevano che andare alla ricerca del colpevole e lì dove era presente una comunità ebraica a questa attribuivano la colpa, facendo diventare l'elemento ebraico il capro espiatorio del proprio fallimento e della propria impotenza. Veniva così a crearsi un cliché sociale che si è tramandato di generazione in generazione fino ai nostri giorni. Il popolo ebraico, a seguito di insensate e traviate filosofie e di degenerati pseudo concetti storico-religiosi, diventa, in pieno ventesimo secolo, l'olocausto più ambito da parte dei responsabili della catastrofe mondiale, che immolarono oltre sei milioni di vittime nei campi di sterminio. Anche l'Italia fascista diede il suo contributo. I dati che cito sono stati ripresi dalla ricerca del prof. Alfonso di Nola, "Antisemitismo in Italia 1962/1972". Dal censimento del 1938, in Italia risultano presenti 47.252 Ebrei residenti e 10.380 Ebrei stranieri e di passaggio nel nostro territorio. Le leggi razziali in Italia iniziano in quest'anno con la pubblicazione del manifesto della razza e dal 6 ottobre dello stesso anno ha inizio la persecuzione contro gli Ebrei. I vari decreti legge che seguono impediscono i matrimoni misti, il possesso dei beni, professori ed alunni sono espulsi dalle scuole del Regno e gli impiegati civili della Pubblica Amministrazione sono messi in congedo definitivo. Sono deportati nei campi di sterminio ben 7495 Ebrei e solo 610 riescono a salvarsi. A San Donato, negli anni che seguirono, furono confinate oltre una ventina di persone tra Ebrei e Slavi di cui si ricordano i nomi che cito: Il Dr. Marco Tenenbaum e sua moglie Ursula da tutti chiamata affettuosamente Ulla; il signor Enrico Levi con la moglie Gabriella ed il figlio Italo; Léon, un ebreo polacco che per sostentarsi faceva zoccoletti di legno e dopo la guerra, salvatosi dai campi di sterminio, diventerà un alto esponente politico del partito comunista polacco. Sidona e Rosa Myler, due sorelle che abitavano in casa di Coletti Giuseppe. Reich una valente attrice di Berlino. Enrichetta e Buchsbaum che soggiornarono nella casa dei Gaudiello. Mila Michaloivic in Mazura moglie di un alto magistrato iugoslavo fatto prigioniero nel Nord-Italia per la sua attiva politica antinazista e antifascista. Reiner madre e figlia, i coniugi Adler ed infine Margarete Bloch la donna che amò Kafka. Queste persone nel 1940 entrarono a far parte della comunità sandonatese e vissero con essa, per circa quattro anni, tutte le esperienze negative e positive di una piccola comunità quasi ignara dei gravi eventi che stavano precipitando nella maggior parte del globo terrestre. Ma vediamo quale era la realtà sociale ed economica del nostro paese all'epoca degli avvenimenti. I Sandonatesi nella loro storia non hanno mai avuto un'economia stabile, poiché, fatta eccezione per pochi proprietari terrieri, fino agli anni '50, la maggior parte della popolazione trovava la sussistenza nel bracciantato, nella manovalanza e nell'artigianato, a quei tempi poco rimunerativo. Il Sandonatese quindi, viveva alla giornata con il futuro sempre incerto fidando sull'offerta delle sue sole braccia. Negli anni che vanno dal 1940 al 1944 il paese attraversò una forte crisi economica, come tutto il resto della Nazione, dovuta agli eventi bellici in atto; infatti quasi tutti gli uomini attivi del paese erano impegnati sul fronte e il compito di provvedere alla sussistenza restò nelle mani delle donne sandonatesi. I generi di prima necessità scarseggiavano ed erano razionati dalla tessera annonaria che, racconta Bruno Massa, consentiva l'acquisto di 200 grammi di pane pro-capite al giorno e questo fino a quando fu possibile panificare. Mancava la pasta e soprattutto il sale, condimento indispensabile per la cucina. I pasti che giornalmente si alternavano sul desco erano rappresentati da cipolle, patate, verdura per chi poteva coltivare un orticello, qualche uovo, fette di lardo o ventresca, pane rosso o nero che i ragazzi molto spesso trafugavano dalle cucine tedesche dislocate nel paese. Per un periodo vi fu carne in abbondanza ma senza pane, poiché fu giocoforza mattare i capi di bestiame per non farli requisire dall'esercito tedesco. Dal gennaio 1944 al maggio dello stesso anno, cioè fino al giorno della liberazione del nostro paese dovuta alle truppe neozelandesi che avanzavano da Alvito, la popolazione per sopravvivere dovette ricorrere a mangiare la crusca e finanche la ghianda senza esclusione di alcun ceto sociale. In questo periodo molte furono le famiglie che si privarono dei loro ori, cari ricordi, per acquistare al mercato nero un chilo di farina o un po' di sale che allora aveva raggiunto il prezzo di mille lire al chilo. Ebbene, in questo contesto socio-economico, molte famiglie sandonatesi divisero il pasto giornaliero con gli Ebrei qui confinati e con i molti militari alleati che erano fuggiti dai campi di prigionia o che erano stati paracadutati all'interno della linea Gustav per facilitare l'avanzata delle truppe alleate. Erano in molti: essi si trovavano in località La Vorga, alla Fonte di San Cataldo, alle Grottelle, a Pedicone e altri nel sottobosco montano. Di notte questi ultimi scendevano in paese per rifocillarsi, ritornando poi nei loro nascondigli. I Sandonatesi si prestavano dando aiuti nei limiti delle loro possibilità, incuranti del pericolo che correvano: infatti tutto il paese era tappezzato di manifesti che comminavano la pena di morte a chiunque avesse dato aiuto ai soldati alleati sbandati sul territorio. Vittima di questa solidarietà clandestina è stato il sig. Piselli Vincenzo, il quale fu arrestato dai Tedeschi e deportato a Dachau, dove trovò la morte nei forni crematori. Lo storico alvitano Giulio Prudenzi, nel lontano 1574, parlando dei Sandonatesi scriveva: tutti sono robusti e stentati et dediti al guadagno: non portano in groppa; sono leali ed osservatori delle promesse: accarezzano paesani e forastieri assai cortesemente e liberamente. E queste caratteristiche emergono in maniera schietta in questo contesto storico dove, non si può purtroppo parlare di una solidarietà totale da parte di tutto il popolo sandonatese. E' difficile riassumere in poche pagine il rapporto tra i Sandonatesi e gli Ebrei qui confinati; a esemplificazione di ciò e per fornire esempi di solidarietà e non, mi soffermo a parlare della famiglia Tenenbaum, oggi presente in questa sala, della famiglia Levi, e di Grete Bloch. La famiglia Tenenbaum è riuscita a sfuggire molto abilmente, con l'aiuto di alcune famiglie sandonatesi e del professor Zeri, allora primario dell'ospedale civile di Sora, alla deportazione nei campi di sterminio tedeschi. Tutti gli anziani sandonatesi ricordano il dr. Marco Tenenbaum e sua moglie Ulla e in questa ricerca ho avuto la fortuna di intervistare i diretti protagonisti della storia. Prima della persecuzione, Marco e Ulla si trovavano, per motivi di studio a Firenze, e alcuni giorni dopo l'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania essi furono arrestati. Marco, dapprima rinchiuso nelle carceri di Firenze, fu internato nel campo di concentramento di Ferramonti Tarsia in provincia di Cosenza e Ulla fu confinata nel nostro paese. Ulla passando per Roma chiese ed ottenne di parlare con il responsabile della polizia centrale fascista, al quale chiese il trasferimento del marito a San Donato V.C.. Non ebbe risposta, ma dopo alcuni mesi Marco, accompagnato da un questurino, raggiunse il nostro paese. L'obbligo per gli internati era quello di presentarsi due volte al giorno nella locale caserma dei carabinieri per testimoniare la loro presenza in paese. In più vi era l'obbligo da parte dei confinati e da parte della popolazione residente di non fraternizzare. Marco racconta molti episodi della sua permanenza a San Donato, episodi a volte lieti a volte tristi. Nei primi tempi, egli dice, sembrava di essere in villeggiatura e l'unico rammarico per lui e la moglie, in quel periodo, era quello di non poter esercitare la loro professione liberamente: infatti, se li avessero sorpresi a lavorare come medico lui e come levatrice lei, li avrebbero trasferiti nei campi di concentramento. Essi comunque prestarono la loro opera per le famiglie che abitavano lontano dal centro abitato ed, in seguito, per i molti soldati alleati fuggiti dai campi di prigionia italiani e nascosti nel nostro territorio. Ricorda Marco che il sussidio governativo era di cinquanta lire al mese per la pigione, otto lire giornaliere per lui, sei lire per la moglie e tre lire per la figlia Katia. Ben poca cosa per vivere e pertanto Marco dovette trovare un lavoro. Il primo lavoro gli fu offerto dall'imprenditore edile Fabrizio Carmine che lo ospitava in via Aiadonica, e che lo fece lavorare in una cava di sabbia in contrada Vico, a metà strada tra San Donato e Settefrati. A questo lavoro saltuario si alternavano altri lavori come quello di taglialegna in località Forca d'Acero. Anch'egli, come i Sandonatesi, per sopravvivere fu costretto a piegarsi a qualsiasi lavoro. Dal suo racconto ho capito che Marco, oltre ad essere un valente medico, è stato anche una persona cosciente e consapevole del pericolo rappresentato dai nazisti e sarà proprio la sua diffidenza a salvarlo dai campi di sterminio tedeschi. I suoi rapporti con i Sandonatesi furono buoni, improntati sulla generosità e sull'aiuto reciproco, familiarizzava con quasi tutti e sua moglie strinse amicizia con molte donne e soprattutto con Costanza Rufo. Marco però era inquieto e questa inquietudine gli fece tentare di stabilire contatti con alcuni Ebrei internati a Pescasseroli e a Picinisco, rischiando più volte di essere imprigionato per aver abbandonato il paese di San Donato. Fallito questo tentativo, strinse amicizia e contatti con il professor Zeri e con il dr. Vincenzo Rossi. Alla fine del '41 la famiglia Tenenbaum cambia abitazione e si stabilisce in un casolare di campagna in località la Vorga e ai primi di luglio del '42 è allietata dalla nascita di Katia. Ma l'attività clandestina di Marco e Ulla inizia dopo il settembre del '43, quando nella zona cominciano ad affluire i prigionieri alleati che tentano di superare la linea Gustav per ricongiungersi con l'esercito. Marco presta la sua opera professionale e Ulla, vestita da pacchiana, fa la spola tra i nascondigli dei prigionieri ed il paese, portando scarponi a risuolare e racimolando del vitto per rifocillare e tenere in vita i fuggiaschi. Per questa loro attività, la polizia fascista ed i Tedeschi promettono una ricompensa a chi fornisce notizie su di loro. Con molta probabilità la taglia fece gola a qualche Sandonatese che fece la spiata ai militari tedeschi, indicando il luogo dove si trovava la famiglia Tenenbaum. Nottetempo i Tedeschi ed i Repubblichini fecero una retata in località La Vorga, rastrellando tutti i rifugiati, ma non trovarono la famiglia Tenenbaum poiché era stata fatta avvertire dal falegname Cellucci Antonio che operava clandestinamente a favore dei prigionieri. Siamo agli inizi di marzo del '44 e dopo questo fatto Marco trovò rifugio per alcune settimane presso una famiglia di contadini, di cui non ricorda il nome, in contrada Selva e nel frattempo contattava il dr. Zeri per fuggire a Roma, dove pensava di trovare rifugio in Vaticano. Mentre erano nascosti nella casa del contadino, Ulla pensò di riprendere un microscopio che avevano murato nella stalla di Rufo Costanza in località Portella, per poterlo poi rivendere una volta giunti a Roma. Si recò nottetempo sul luogo, smurò l'apparecchio ma, essendosi fatto giorno, fu colta dal timore che, nel tornare in campagna, qualcuno avrebbe potuto riconoscerla. Allora Rufo Costanza, tipica donna sandonatese energica e risoluta, ideò uno stratagemma: fece rannicchiare Ulla in un grosso cesto che di solito veniva utilizzato per salare il maiale, le stese sopra un telo e ricoprì il telo di letame; Ulla pesava allora 48 chili. Quindi mandò a chiamare il sig. Coletti Donato, e si fece aiutare a mettere il cesto sulla testa e con tale fardello si allontanò dall'abitato per oltre un chilometro; giunta in una località isolata, posò il cesto su un muretto e Ulla poté incamminarsi senza timore. Alcuni giorni dopo Tenenbaum raggiunse Sora ed il professor Zeri mise a sua disposizione un'autoambulanza in cui Marco era il medico accompagnatore, Ulla una paziente da trasportare urgentemente a Roma, la piccola Katia, la figlia della paziente, ed una parente di Zeri l'infermiera. Con questo stratagemma la famiglia Tenenbaum raggiunse Roma, superando tutti i posti di blocco. Ma le peripezie di Marco non finiscono qui: per caso Marco si trovò nei pressi di via Rasella il giorno dell'attentato e, consapevole del pericolo che correva, tornò nell'abitazione in cui era rifugiato dove l'avvertirono che pochi minuti prima erano andati in cerca di lui la Polizia Africana Italiana ed uno di San Donato. Marco, diffidente, dormì per alcune notti fuori casa, salvandosi così dall'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Della famiglia Levi mi hanno parlato un po' tutti i Sandonatesi, ma la testimonianza diretta me l'ha fornita la signora Laura Fabrizi, figlia di Maria Paglia che ospitò per quattro anni Enrico, Gabriella, Italo e Noemi. Laura parla diffusamente, raccontando con nostalgia gli anni in cui vissero insieme. Enrico era un impresario teatrale e Gabriella, sua moglie, una ballerina ungherese; Enrico era un uomo attivo e si prestava a qualsiasi lavoro anche il più umile come quello di scaricatore e di facchino. Uomo intelligente e svelto, in precedenza aveva lavorato come acrobata in un circo; nel tempo libero allestiva delle rappresentazioni teatrali a carattere sacro di cui erano protagonisti i giovani del paese che ancora oggi portano il nomignolo del personaggio interpretato: Gesucristo, Lazzaro, San Giuseppe. Laura racconta che nei primi tempi, in occasione della Pasqua, la comunità ebraica di Roma inviava agli Ebrei che erano a San Donato un pacco contenente dei viveri insieme con pane azzimo e con una bottiglia di vino per il rito pasquale. Ma non era la comunità ebraica di Roma bensì, come mi spiegherà Marco Tenenbaum, un'associazione clandestina siglata DELASEM, organizzata da un Ebreo iugoslavo, di nome Levi, che aveva il compito di aiutare soprattutto gli Ebrei internati nei campi di concentramento. Enrico era un uomo socievole e si integrò molto bene con la comunità sandonatese ed essendo vicino al clero si convertì al cattolicesimo, battezzandosi e facendo battezzare la sua famiglia. Gli anni passati con questa famiglia, continua Laura, sono indimenticabili; indimenticabile è il giorno della nascita di Noemi in casa Paglia, ma soprattutto indimenticabile è il giorno in cui essi furono prelevati dai soldati tedeschi e portati alla casa del Fascio. Si era agli inizi della primavera del 44 e la situazione per gli Ebrei confinati stava precipitando: si avvertiva nell'aria il pericolo che essi correvano e l'approssimarsi del tragico epilogo. La madre di Laura da giorni si stava adoperando per metterli in salvo e su consiglio di Tenembaum, aveva preso contatti con alcune famiglie di Pescasseroli. Una mattina giunse a San Donato un abruzzese per vendere un quintale di patate, la donna chiese all'uomo di accompagnare la famiglia Levi fino a Pescasseroli e per non fargli perdere tempo avrebbe comprato tutte le patate. Si stavano facendo le trattative, quando giunse trafelata e tutta esultante Enrichetta, dicendo che il comando tedesco avrebbe rilasciato loro un salvacondotto. Enrico non partì più e pochi giorni dopo furono prelevati dalla Polizia Tedesca. Fu allora che Laura e la madre si resero conto del destino riservato a questa famiglia. Maria Paglia non si rassegnò e corse da una sua amica,la signora Negrini Pierina, per raccontarle l'accaduto. La signora Negrini credette di poter salvare almeno la piccola Noemi e insieme con Maria si recarono al comando tedesco e chiesero di poter portare la piccola a casa per darle da bere un po' di latte. Il comandante tedesco non si oppose, ma fece pedinare le due donne e dopo circa venti minuti due militi, armati di mitra, bussarono alla porta richiedendo indietro la piccola. Dice Pierina: " Cosa potevamo fare, erano quelli col medaglione". " Il giorno dopo - continua Laura - piangendo correvamo su e giù per il Tracciolino come impazzite, eravamo affrante per il dolore e per la nostra impotenza". La mattina del giovedì Santo, e precisamente il 6 di aprile, giunge a San Donato un autocarro tedesco, sosta in piazza della Libertà; qui vengono fatti salire alcuni confinati insieme a Reich e Rose. Stranamente vengono scovati in una soffitta di via Napoli alcuni Ebrei che all'ultimo momento avevano deciso di non presentarsi al comando tedesco e anch'essi furono fatti salire sul camion; qualcuno racconta che li caricavano come bestie. L'automezzo prosegue verso il Tracciolino e in piazza Carlo Coletti salgono Enrichetta, Clara, Mila e Grete Bloch. Il mezzo riprende la sua marcia e si ferma in piazza Laurenzana, vicino la casa del Fascio; qui insieme ad altri salgono Enrico, Italo e Gabriella con la piccola Noemi; destinazione Fossoli per proseguire con treni piombati fino al campo di Auschwitz. Gabriella e i figli troveranno subito la morte, mentre Enrico si salverà miracolosamente. Enrico tornò a San Donato per salutare gli amici e morirà alcuni anni dopo di crepacuore per il ricordo dell'ultima volta in cui aveva visto sua moglie su una passerella, con in mano un pezzo di sapone e un asciugamano, avviata alle docce di Auschwitz. Un abbozzato gesto di saluto con la mano e nulla più. A conclusione del racconto Laura dice: "Alcuni degli Ebrei che stavano qui a San Donato si salvarono, i nostri purtroppo no." E quel pronome "nostri", detto con tanta spontaneità, è l'espressione più eloquente di quale legame affettivo si fosse stabilito tra la famiglia Levi e la famiglia Paglia. La stessa sorte di Gabriella toccò a Grete Bloch. Il suo nome non risulta negli elenchi delle vittime di Auschwitz, ma la testimonianza di Rosa Myler, pubblicata dal giornalista Enzo Tortora su "La Nazione" nel 1970 e riportata da Costantino Jadecola nel recente volume: "Linea Gustav", offre questa lettura: "Ci portarono da San Donato a Fossoli e di qui in vagone piombato ci portarono in Germania. Ci fecero scendere ad una stazione dal nome tragico: Auschwitz: E qui, all'ingresso del campo (eravamo tantissimi) adottarono una tattica curiosa. Facevano entrare i deportati a coppie, Greta Bloch e io eravamo vicine, ci tenevamo per mano. Un tedesco ci smistava. Uno a destra, uno a sinistra. Non c'era un disegno logico; sembrava che volessero semplicemente alloggiarci in baracche lontane l'una dall'altra. Invece, chi andava a sinistra, entrava (come capitò a me, per puro caso) in un baraccamento. Chi andava a destra, finiva subito nelle camere a gas. Alla povera Greta dissero "a destra". Tutti i Sandonatesi ricordano molto bene Grete. Di lei mi hanno parlato: Caterina Bartiromo, moglie di Coletti Cesidio Rocco, che la ospitò per un anno, il Dr. Vincenzo Tocci, il Dr. Auro Massa, Bruno Massa, Laura Fabrizi, Pierina Negrini e Marco Tenenbaum. Dalle notizie che mi hanno fornito emerge che Margherita, come tutti la chiamavano qui in paese, era cinquantenne, esile, capelli bianchi, occhi neri scintillanti e inquieti; persona molto colta, dalla viva intelligenza, generosa e, aggiunge Marco, alquanto mistica. Aveva bisogno di parlare, di comunicare con la gente per non sentirsi estranea e, soprattutto, avvertiva la necessità di rendersi utile, per non essere di peso alle famiglie che la ospitavano a pranzo o a cena. Dice Caterina: "Molto spesso rientrava a casa, portando frutta e ortaggi di stagione, non so come se li procurasse, Margherita non voleva essere soggetta a noi e si rendeva utile come poteva." Quando a Caterina nacque il primo figlio, Grete, dopo l'esultanza che la stessa Caterina ritenne eccessiva, in pochi minuti riuscì a reperire una scatola di borotalco per l'igiene del bambino, un prodotto di cui a quei tempi forse in paese non si conosceva neanche il nome. Margherita frequentava quasi tutte le famiglie sandonatesi; spesso si recava in casa Paglia per parlare con Enrico e Gabriella, dalla famiglia Carcone che poi la ospitò fino al giorno della deportazione, dai Gaudiello e dai Massa. "La sera - dice Bruno Massa -spesso veniva a casa nostra e parlava con mio padre per ore intere, ma non so di cosa parlassero." Molto probabilmente parlavano di Kafka, poiché il Dr. Massa aveva una biblioteca di oltre quindicimila volumi fra cui alcune opere dello scrittore, o forse parlavano di concetti filosofico-religiosi. Il Dr. Guido Massa era un uomo religioso ed esercitò indubbiamente una forte influenza sulla conversione di Grete al Cattolicesimo. Nel giugno del '43, Grete si fece battezzare nella chiesa di Santa Maria e San Marcello e i padrini furono proprio il dr. Guido Massa e la signora Francesca Sipari, sua moglie. Ho chiesto a Marco Tenenbaum se la conversione di Grete fosse stata dettata dalle esigenze del momento o se fosse stata spontanea. Marco mi ha risposto, dicendo che Margarete era una mistica, assillata da problemi esistenziali e, avendo trovato appagamento nei valori universali del concetto filosofico-religioso, aveva abbracciato volentieri il Cattolicesimo. Al suo rapido spostarsi tra le famiglie di San Donato, alternava lunghe e solitarie passeggiate verso il Tracciolino o verso il cimitero, a volte giungendo fino a Gallinaro, dove reperiva gli ortaggi di cui ha parlato Caterina. Con Pierina parlava spesso del suo amore per Kafka e di un figlio avuto da lui, così come ne parlava con il Dr. Vincenzo Tocci e con lo stesso Tenembaum. Oggi Marco dice con rammarico: " Credevo che parte di quello che diceva fosse frutto della sua estrosa fantasia e dei suoi problemi interiori, e penso anche che qualcuno in paese la giudicasse male, ma era normale che, a quei tempi, gente semplice come i Sandonatesi, non potesse comprendere il comportamento di una persona vissuta in una capitale come Berlino". La presenza di Grete a San Donato V.C. è stato motivo principale di questo convegno. In altre occasioni essa ha portato alla ribalta il nome del nostro paese per l'interesse storico-letterario che ha prodotto negli ambienti di cultura. Nel cuore dei Sandonatesi, però, ci sono tutti:
Domenico Cedrone
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