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GLI
EBREI INTERNATI A SAN DONATO VAL
DI COMINO: 1940-1944 ( PARTE V ) Margaret
Bloch
di Alessandrina
De Rubeis Margaret
Bloch, l’ultima protagonista di questa storia pubblicata in cinque
puntate, fu la figura ispiratrice del Convegno del 28 maggio 1994 per la
sua amicizia e relazione sentimentale con Franz Kafka. Infatti titolo
dell’Incontro, tenutosi a cinquant’anni dalla fine della guerra, fu
“L’ombra di Kafka in una pagina di storia locale”. Organizzato e
curato da un Comitato composto da: Carlo Pittiglio, sindaco; Stelio
Cardarelli, assessore alla cultura; Auro Massa, Domenico Cedrone, Mario
Amata, Rosanna Tempesta, Paola Visocchi, Costantino Jadecola, il Convegno
vide gli interventi, oltre che di Auro Massa e Domenico Cedrone, anche del
Prof. Domenico De Napoli dell’Università di Cassino, del Prof. Anacleto
Verrecchia dell’Università di Torino e di Federica Tatulli con la
lettura di alcuni brani dell’epistolario tra Kafka e Grete Bloch. Margaret
Bloch era nata a Berlino il 21 marzo 1882 da Louis e Jenny Megrovitz.
Donna colta della Mitteleuropa, nel 1913 incontrò lo scrittore Franz
Kafka, instaurando con lui un legame affettivo passato alla storia della
letteratura internazionale dopo la pubblicazione dell’epistolario a lei
diretto. I
contatti tra Margaret e Kafka si interruppero intorno al 1916. Nel 1940,
la donna si recò a Praga sulla tomba dello scrittore e di questa sua
visita scrisse al musicista Volfang Scrockhen, confessandogli che Kafka
era il padre del suo bambino, morto nel 1921 a Monaco, all’età di sette
anni. Il
29 luglio 1940, con nota del Ministero dell’Interno italiano n.
443/70533 del 18/7/1940, Margaret Bloch, ‘apolide di origine tedesca
ebrea’, fu internata nel comune di San Donato Val di Comino. Qui cambiò
diversi alloggi, passando dall’albergo Gaudiello in via Duomo,
all’abitazione dei Tullio in via Convento, dalla soffitta della famiglia
Coletti in via Napoli, all’abitazione dei Carcone in via Mazzini. Il 14
giugno 1943 si fece battezzare dal parroco, sacerdote Donato Di Bona e dai
padrini dottor Guido Massa e
signora Francesca Sipari. Di
recente ho intervistato alcune persone che l’hanno conosciuta: il signor
Donato Coletti, appartenente alla famiglia che ospitò Grete nella
soffitta di via Napoli; la signora Antonetta Perrella, da tutti conosciuta
come Ninetta, che abitava, e abita, al piano sottostante l’appartamento
dei Coletti; la signora Maria Gallo che, all’epoca dei fatti, abitava
nei pressi dell’albergo Gaudiello. Donato
Coletti, nato il 20/1/1928, ricorda che Margherita usciva sempre
stringendo sotto il braccio una borsetta bianca guarnita da una bordura
argentata. Ragazzo quindicenne, non prestava grande attenzione ai discorsi
che la donna intratteneva con i suoi genitori, ma ricorda che, alcuni
giorni in cui si sentiva particolarmente in pericolo, Margherita andava a
nascondersi nella zona della Torre e che suo padre, Cesidio Rocco,
sistemato il fagotto sotto la giacca, andava fin lassù a portarle
qualcosa da mangiare. Non c’era molto cibo in casa, ma quello che
c’era veniva ripartito
equamente tra loro e l’ospite. Ninetta
Perrella, nata il 30/10/1932, ricevette dalla Bloch cure e medicazioni per
essersi scottata alla gamba sinistra con dell’acqua bollente. Quando la
piaga rimarginò, Margaret regalò alla bambina, ‘per essere stata
coraggiosa’, un medaglione di madreperla con un’effigie muliebre.
Purtroppo Ninetta si disfece del prezioso dono, regalandolo
successivamente ad una sua amica che lasciava S. Donato V.C. per
trasferirsi altrove. Maria
Gallo, nata il 6/3/1927, ricorda quando la Bloch alloggiava nell’albergo
Gaudiello insieme con altre signore altrettanto eleganti e colte.
Riferisce anche, come del resto già scritto al n. 4 di Ottobre-Dicembre
2005 , che a tradire il gruppo degli internati fu Enrichetta (Henriette
Bettmann), “donna dagli occhi stupendi” che si era innamorata di un
militare tedesco a S. Donato e che, fatta ubriacare ad arte, svelò i nomi
e gli alloggi dei suoi compagni. Riferisce inoltre che un anziano
internato soprannominato ‘Babbo vecchio’, amico di Enrichetta, , morì
nell’albergo Gaudiello e fu seppellito nel cimitero di S.Donato V.C., in
pigiama, scalzo e avvolto in un lenzuolo. Il
6 Aprile 1944 Sul
giorno dell’arresto degli internati ho scritto nel già citato n. 4 di
Ottobre – Dicembre 2005, ma quanto si riferisce qui è un’intervista
rilasciata dalla signora Pasqualina Perrella, allora giovanissima
impiegata al comune di San Donato. Di lei è stato scritto anche da
Francesco Perrelli su «Ciociaria Oggi» del 22 Novembre 2000. «C’era
la neve, avevo la febbre alta. Sentimmo bussare alla porta: era
l’interprete austriaco che era venuto a prelevarmi per condurmi al
Comando, in via Piave. Mia madre si oppose e l’ufficiale andò via per
tornare poco dopo munito di pasticche antipiretiche e pretese che ne
ingoiassi subito una. Così, al suo braccio, dovetti raggiungere il
Comando tedesco. Gli internati stavano tutti lì, anche Margaret Bloch, e
mi accolsero con sorrisi e ringraziamenti perché credevano che sarebbero
stati rilasciati loro i documenti falsificati, preparati da me e da altri
impiegati del comune, affinché potessero partire dal paese senza
pericolo. Ma quando udirono il tono perentorio con cui mi fu chiesto se la
grafia su quei documenti falsificati fosse la mia, si resero
immediatamente conto del tranello e della loro fine. Intanto arrivò anche
la mia collega, Carmela Cardarelli che subì lo stesso interrogatorio». Pasqualina
Perrella aveva 22 anni e, tra le mansioni da espletare quale impiegata
comunale pro-tempore, aveva
ricevuto anche quella di censurare le lettere che gli internati erano
obbligati a scrivere in italiano ‘arrangiato’, come la stessa
Pasqualina lo definisce. La
rottura del fronte di Cassino, nel maggio 1944, costrinse i militari
tedeschi alla ritirata e questo salvò Pasqualina, Carmela, gli altri
impiegati comunali e il podestà, che aveva firmato i documenti, dalle
punizioni che sarebbero seguite. Margaret
Bloch, Franz Kafka, Felice Bauer Scheda
biografica a cura del dottor Domenico Cedrone in occasione di un incontro
culturale tenutosi qualche anno fa per conto dell’Archeoclub “Valle di
Comino”. Margaret
Bloch è nota a San Donato Val di Comino per esservi stata internata,
insieme con altri ebrei, durante l’ultima guerra mondiale; ella viene
ricordata come l’amica di Kafka, ma nessuno di noi sandonatesi si è mai
preoccupato di conoscere quali siano stati effettivamente i suoi rapporti
con lo scrittore. La mia comunicazione vuole essere, pertanto, l’inizio
di una ricerca su quanto è stato scritto nella critica letteraria, nelle
ricerche biografiche e nelle recensioni giornalistiche sul rapporto Grete
- Kafka. In questa prima bozza mi sono avvalso di quanto riportato in
alcuni passi antologici dei diari dello scrittore, nell’epistolario
diretto a Grete e nella biografia di Kafka scritta da Ronald Hayman in
occasione del centenario della nascita dello scrittore.
La comparsa di Grete nella vita di Kafka avvenne tramite
l’amicizia che la stessa aveva con Felice Bauer, fidanzata dello
scrittore, una stenografa e dattilografa che lavorava a Berlino,
conosciuta da Kafka nell’agosto del 1912 in casa dei Brod[1].
Felice era una donna dal carattere forte, non molto bella, come
scrisse lo stesso Kafka nei diari: «naso quasi spezzato, capelli biondi
un po’ lisci, mento robusto». Kafka scrisse anche che, al secondo
sguardo, si fece un giudizio irreversibile di lei e che quel giudizio gli
ispirò il racconto Das Urteil (La Condanna).
L’approccio epistolare
con Felice iniziò alla fine di settembre di quell’anno e diede vita ad
una feconda corrispondenza tanto che Kafka scrisse per lei
duecentocinquantamila parole. Fra i due nacque un sentimento forte, ma così
contrastato che, in cinque anni di fidanzamento, vide un susseguirsi di
rotture e di rappacificazioni. Il motivo dei contrasti era che Kafka non
aveva alcuna intenzione di sposarsi né di avere figli. Nei suoi diari
scriveva che l’unico motivo per cui viveva era lo scrivere. Infatti, in
una lettera indirizzata a Grete nel giugno del ’14, scrisse: «ognuno si
solleva a suo modo dall’abisso, io mediante lo scrivere».
Circa un anno dopo quel tormentato rapporto, il 28 di agosto del
1913, Kafka scrisse una lettera al padre di Felice annunciandogli la
rottura del fidanzamento con la figlia e giustificando la sua decisione
col convincimento che la vita matrimoniale fosse una vita del tutto
monastica. Si
interruppe così la corrispondenza con Felice; la cosa, comunque, gli
procurò angoscia poiché le lettere erano motivo di ispirazione per i
suoi racconti.
Alla fine di ottobre, improvvisamente e con sorpresa, lo scrittore
ricevette due lettere: una di Felice e una dell’amica di Felice, Grete
Bloch. La lettera di Felice lo informava che aveva mandato la sua amica
Grete per una possibile mediazione; quella di Grete lo informava che lei
stessa stava recandosi a Praga da lui per cercare di ricomporre il
fidanzamento. Kafka si aspettava
di incontrare una donna zitella e robusta, mentre ai suoi occhi apparve
una giovane ragazza ventunenne, sottile e vivace, che spiccò
all’ingresso dell’albergo avvolta in una
stola di pelliccia.
Grete mise al corrente lo scrittore sui problemi che angustiavano
Felice in quel momento e fissò un appuntamento fra i due per il Natale
dello stesso anno.
Kafka, dopo il commiato dalla Bloch, decise di incontrarsi con
Felice, non a Natale, ma il sabato successivo alla visita di Grete.
L’incontro non sortì l’effetto sperato dallo scrittore che, tornato a
Praga, scrisse a Grete informandola sull’increscioso incontro con
Felice: «Così me ne ripartii da Berlino come un uomo che vi era andato
senza averne il diritto».
Lo scrittore, nella lettera, usò tutta la sua perizia letteraria
per portare dalla sua parte Grete. Subito dopo scrisse anche a Felice che,
imperterrita, continuò a non rispondere; la risposta di Grete, al
contrario, fu sollecita.
Esasperato per il silenzio di Felice, quattro giorni dopo Natale le
inviò una lunga lettera di 40 pagine, in cui fra le tante cose confessò
anche l’infedeltà con una ragazza svizzera, a Riva, e dichiarò di
essere disponibile al matrimonio. L’appello a Felice fu accorato: «Io
ti amo Felice, con tutto quello che in me è umanamente buono, tutto
quello che mi rende degno di stare tra i viventi. Se questo non è molto
io non sono molto».
Anche questa lettera non ebbe risposta, però Felice scrisse una
lettera a Grete in cui definiva lo scrittore «un “poveraccio”
che continuava a menare il can per l’aia». Grete girò la lettera a
Franz il quale prontamente rispose, promettendo che nulla avrebbe detto a
Felice di questo suo gesto.
Il ruolo iniziale di Grete, quindi, fu quello di fare da mediatrice
tra Felice e Kafka con il compito di parteggiare per l’amica. Oltre alla
lettera, Franz inviò a Grete una copia del romanzo di Ernest Weiss, Galera.
Grete tardò a rispondere e lo scrittore, timoroso di averla offesa
e presagendo brutte notizie, otto giorni dopo le scrisse di nuovo. Grete
rispose rassicurandolo e questo gesto offrì allo scrittore l’occasione
di iniziare una fitta corrispondenza con la stessa, anzi, la invitò ad
una corrispondenza più intima, dicendo: «E quando Lei scrive di se
stessa non dovrebbe più aggiungere il fatto che questo non può
interessarla, Franz».
La corrispondenza si fece sempre più stretta e Grete gli inviò
gli estratti delle ultime lettere di Felice. E per tale gesto, Kafka le
scrisse: «Lei non agisce male trascrivendomi le frasi delle lettere di
Felice, anzi fa benissimo, è molto gentile e intelligente. Brutto non è
ciò che Lei fa, brutta è soltanto la situazione nella quale si trova in
questo momento tanto per colpa di Felice quanto per colpa mia». In
un’altra lettera egli volle rimuovere
il ruolo di Grete come mediatrice e scrisse: «Non voglio più aiuto, voglio soltanto sentire (sempre se Lei lo voglia) un pochino
come sta».
Esasperato sempre di più per il silenzio di Felice, fece un altro
viaggio a Berlino, anche questo senza esito e, ritornato a Praga, scrisse
a Grete, inviandole una copia di Das
Urteil e mettendola al corrente di una frase di Felice detta in
presenza del dottor Weiss: «Sembra che Fraulein Bloch ti interessi moltissimo»; poi
aggiunse: «d’altra parte è proprio vero che, se devo una relazione a
qualcuno, questo qualcuno è Lei, soltanto Lei. Se in questi due giorni
qualcosa mi ha fatto bene, è stato il pensiero di Lei, della sua
fidatezza e veridicità». Da
questo momento, la corrispondenza tra Grete e Kafka si fece intensa. Lo
scrittore prospettò a Grete un incontro a Vienna, per la Pasqua, per
visitare la stanza di Grillparzer; che il desiderio di incontrarla fosse
forte si evince da alcuni passi delle lettere a lei indirizzate: «In ogni
caso se a Pasqua sarò a Praga, dobbiamo vederci o a Praga, o a Vienna o,
che sarebbe la cosa migliore, a metà strada nella selva Boema o altrove».
Quando ormai la speranza di una riconciliazione con Felice stava
per spegnersi, Kafka ricevette da lei una lettera che permise ai due di
fidanzarsi nuovamente e di stabilire la data del matrimonio per il mese di
settembre.
Il nuovo stato di cose non impedì però allo scrittore di
continuare la corrispondenza con la Bloch e il 23 marzo del ‘14 le si
rivolse con queste parole: «Lei è - ora sto dicendo qualcosa di
terribilmente stupido, ma il mio modo di dirlo lo è - lei è la creatura
più cara e più dolce, la migliore». Al telegramma di congratulazioni
che Grete gli aveva inviato per la riconciliazione con Felice, egli
rispose che desiderava fortemente tenerle la mano e, poi: «Il mio
fidanzamento o matrimonio non fa la minima differenza alla nostra
relazione, che, per me almeno è ricca di possibilità amabili cui non
posso rinunciare».
Le scriveva tutti i giorni e in una lettera del 15 aprile confessò:
«Provo un innegabile desiderio di Lei» e la invitò ad incontrarsi con
lui e con Felice.
In questo momento Grete, consapevole della situazione paradossale
che si era venuta a creare, richiese indietro le sue lettere che non
riebbe; tornò ad insistere, invitando lo scrittore a bruciarle subito
dopo il matrimonio, ma Kafka le rispose: «Bene, non sono ancora sposato».
Il 21 di aprile ci furono gli annunci ufficiali del fidanzamento e ai
primi di maggio Franz invitò Grete a raggiungerlo a Praga, scrivendo: «Non
so ancora bene come dirlo, ma spesso mi sembra letteralmente
indispensabile avere Lei qui quando Felice farà la sua prima visita a
casa mia». La corrispondenza proseguì sempre più intima e Grete gli
inviò anche una sua fotografia, Kafka apprezzò il gesto, affermando che
questa era stata la cosa più bella tra quelle che lei gli aveva mandato
e, nel ringraziare, le fece apprezzamenti lusinghieri, definendola «una
donna florida, rembrandtiana, assai meglio di Felice». La invitò, poi,
ad inviare altre foto e le inviò una sua scrivendo: «Non per ricambiare,
che sarebbe buffo, ma perché sento di volerlo fare.»
In una lettera dell’8 maggio la informò che, d’accordo con
Felice, avevano deciso che lei, Grete, doveva andare ad abitare con loro,
per i primi tempi dopo il matrimonio, e, il 25 maggio, le scrisse ancora:
«Nella mia relazione con Felice non c’è, cara Fraulein Grete, la più
piccola cosa che Lei non abbia diritto di conoscere al pari di Felice».
Grete partecipò alla festa di fidanzamento a Berlino, nella casa
dei Bauer, il primo giugno 1914 e Franz, di ritorno a Praga, il 3 giugno
le scrisse: «Lei non può sapere che cosa significa per me, ma anche
quello che Lei sa deve renderla consapevole che Lei fa per me tutto ciò
che un essere umano può fare per un altro in una situazione in cui la
comprensione incompleta non limita la portata della sua simpatia per me, e
che tutto questo è sempre focalizzato in quello che lei fa, specialmente
nel suo sguardo, che ha il suo effetto». Dopo il rinnovato fidanzamento
con Felice e nell’approssimarsi la data del matrimonio, in Kafka ritornò
l’angoscia e nei suoi diari annotò: «Mi sono sentito legato come un
delinquente. Se con catene vere mi avessero messo in un angolo con davanti
i gendarmi e mi avessero lasciato guardare soltanto così, non sarebbe
stato peggio. E questo fu il mio fidanzamento. E tutti si sforzavano di
farmi ridere e, non riuscendoci, di sopportarmi com’ero. Felice meno di
tutti con piena giustificazione, perché soffriva più di tutti. Ciò che
per gli altri era soltanto spettacolo per lei era minaccia».
L’unico sollievo, in quel momento, fu lo scambio epistolare con
Grete e, ripetendo alcune frasi dette a Felice, le scrisse: «Poche righe
mi bastano ma di quelle ho veramente bisogno. Due frasi e la sua firma
sono sufficienti». Ronald Hayman nella
biografia scrive che se Kafka fu, come Max Brod giunse a credere, il padre
di un bambino di Grete Bloch, esso probabilmente venne concepito in
quest’epoca.
E Grete, nel 1940, scrivendo al musicista Volfgang Scrocken in
merito alla visita fatta alla tomba di Kafka a Praga, ebbe a dire: «era
il padre del mio bambino, che quando aveva quasi sette anni morì
improvvisamente a Monaco, nel 1921» e continuò, dicendo che aveva dovuto
separarsi dal bambino a causa della guerra.
Avvicinandosi la data del matrimonio, Kafka temeva e nello stesso
tempo sperava inconsciamente che Grete facesse leggere a Felice le lettere
che lui le aveva inviato; dal canto suo le scrisse rassicurandola che non
aveva fatto parola a Felice della loro corrispondenza e che mai
l’avrebbe fatto. Il 29 giugno, in soli quattro giorni, scrisse a Grete
quattro lettere e in una di queste la consigliò di non andare a Berlino
il sabato successivo per un incontro che egli avrebbe avuto con Felice.
Motivo della decisione fu che Grete aveva letto alcuni passi delle lettere
a Felice. Ronald Hayman, in merito, commenta che Kafka restò sconcertato
nell’apprendere che Grete aveva letto a Felice passi delle sue lettere:
«Il voltafaccia fu improvviso ma non difficile da comprendere se lei
era stata ingravidata da Kafka. Né è difficile credere che lei non
volesse parlargli della gravidanza». Il giorno 11 luglio Kafka si recò a
Berlino e dovette affrontare quello che lui chiamò «una Corte di
Giudizio» formata da Felice, Grete, Erna, sorella di Felice, ed Ernest
Weiss.
Alcuni passi delle lettere indirizzate a Grete erano stati
sottolineati in rosso, segno che in questo incontro dovette essere proprio
Grete a leggere ad alta voce i passi alla “Corte di Giudizio”.
Successivamente, nei suoi diari, Kafka scrisse di essersi sentito
diabolico, nonostante l’innocenza completa, colpa apparente di Fraulein
Bloch. Questo avvenimento lo ispirò poi per la stesura di Der Prozess (Il Processo). Questo episodio segnò una nuova rottura
del fidanzamento con Felice e la fine del rapporto epistolare con Margaret
Bloch.
Sarà Grete il 15 ottobre a scrivergli, annunciandogli che c’era
ancora la possibilità di matrimonio con Felice. Nella lettera di
risposta, lo scrittore disse: «La sua lettera è stata per me una grande
sorpresa […] scrive bensì che io La odio, ma non è vero. Anche se
tutti dovessero odiarLa non la odio io, e non solo perché non ne ho alcun
diritto. E’ vero che nell’Arskanischer Hof è stata mia giudice, una
cosa abominevole per Lei, per me, per tutti. Ma era soltanto apparenza, in
realtà ero al suo posto e ci sono ancora».
Attese con impazienza una risposta e, quando giunse, restò deluso tanto
da scrivere nei diari: «Pensieri così volgari che non li posso nemmeno
mettere per iscritto». In
seguito, ci fu una rappacificazione e il 23 - 24 maggio 1915, Franz,
Felice e Grete passarono la Pentecoste in Svizzera insieme.
L’atteggiamento distaccato, ma anche affezionato di Kafka nei
confronti di Grete si può evincere da due cartoline indirizzate a Felice.
Il 31 agosto del 1916, ai margini di una di queste, scrisse: «Come fa a
sopportarlo Fraulein Bloch e che significa ciò per lei?». E in
un’altra scritta il giorno seguente: «Le sofferenze di Fraulein Grete
mi toccano profondamente, certamente non l’abbandonerai ora come hai
fatto sovente, piuttosto incomprensibilmente, in passato. (Posso capire
meglio di chiunque altro. Accade spesso che mentre si tenta ad ogni costo
di entrare in qualche luogo si è presi per il colletto e accompagnati
fuori) in modo direi incomprensibile. Se puoi aiutarla, agisci pure per
conto mio». Un po’ sibilline queste parole, ma, stando alla ricerca
letteraria, non si trattava di una sofferenza dovuta ad una presunta
gravidanza, quanto piuttosto ad una depressione morale che la Bloch stava
attraversando.
Per noi sandonatesi Grete entrò in scena nel 1940. Io
personalmente anni addietro ho registrato il ricordo che i sandonatesi
hanno di Grete e quello che vado a comunicare è un ricordo collettivo.
I sandonatesi che l’hanno conosciuta ricordano molto bene Grete.
Di lei mi hanno parlato: Caterina Bartiromo, moglie di Coletti Cesidio
Rocco, che la ospitò per un anno; il dottor Vincenzo Tocci, il dottor
Auro Massa, l’ufficiale dell’anagrafe comunale Bruno Massa, Laura
Fabrizi, Pierina Negrini e il dottor Marco Tenenbaum. Dalle notizie che mi
hanno fornito è emerso che Margherita, come tutti la chiamavano qui in
paese, era cinquantenne, esile, capelli bianchi, occhi neri scintillanti e
inquieti, persona molto colta, dalla viva intelligenza, generosa e, ha
aggiunto Marco, alquanto mistica.
Aveva bisogno di parlare, di comunicare con la gente per non
sentirsi estranea e, soprattutto, avvertiva la necessità di rendersi
utile per non essere di peso alle famiglie che la ospitavano a pranzo o a
cena. Mi ha detto Caterina: «Molto
spesso rientrava a casa, portando frutta e ortaggi di stagione, non so
come se li procurasse, Margherita non voleva essere soggetta a noi e si
rendeva utile come poteva». Quando a Caterina nacque il primo figlio,
Grete, dopo l’esultanza che la stessa Caterina ritenne eccessiva, in
pochi minuti riuscì a reperire una scatola di borotalco per l'igiene del
bambino, un prodotto di cui a quei tempi forse in paese non si conosceva
neanche il nome. Margherita frequentava quasi tutte le famiglie
sandonatesi; spesso si recava in casa Paglia per conversare con Enrico e
Gabriella Levi, dalla famiglia Carcone che poi la ospitò fino al giorno
della deportazione e presso la famiglia del dottor Guido Massa. «La sera
– mi ha riferito Bruno Massa - spesso veniva
a casa nostra e parlava con mio padre per ore intere, ma non so di
cosa parlassero. Molto
probabilmente parlavano anche di Kafka, poiché mio padre aveva una
biblioteca di oltre quindicimila volumi fra cui alcune opere dello
scrittore. Credo che parlassero anche di concetti filosofico –
religiosi; mio padre era un cattolico ed esercitò indubbiamente una forte
influenza sulla conversione di Grete al Cattolicesimo. Nel giugno del
'43, infatti, Grete si fece battezzare nella chiesa di Santa Maria e San
Marcello e padrini furono i miei genitori».
Ho chiesto a Marco Tenenbaum se la conversione di Grete fosse
stata dettata dalle esigenze del momento o se fosse stata spontanea.
Marco mi ha risposto che Margaret era una mistica, assillata da problemi
esistenziali e, avendo trovato appagamento nei valori universali del
concetto filosofico - religioso, aveva abbracciato volentieri il
Cattolicesimo.
Al suo rapido spostarsi tra le famiglie di San Donato, Margherita
alternava lunghe e solitarie passeggiate verso il Tracciolino o verso il
cimitero, a volte giungendo fino a Gallinaro, dove reperiva gli ortaggi di
cui ha parlato Caterina. Con Pierina parlava spesso del suo amore per
Kafka e di un figlio avuto da lui, così come ne parlava con il dottor
Vincenzo Tocci e con lo stesso Tenenbaum, che mi ha detto con rammarico:
«Credevo che parte di quello che diceva fosse frutto della sua estrosa
fantasia e dei suoi problemi interiori, e penso anche che qualcuno in
paese la giudicasse male, ma era normale che, a quei tempi, gente semplice
come i Sandonatesi, non potesse comprendere il comportamento di una
persona vissuta in una capitale come Berlino». Nelle interviste che ho
condotto alcune donne non ne hanno parlato bene e questo solo per il fatto
che molto spesso Margherita sedeva davanti ai bar e alle cantine per
assistere al gioco delle carte e della ‘passatella’. Infine
l’Olocausto. Il nome di Margaret Bloch non risulta negli elenchi delle
vittime di Auschwitz, come ha riferito anche il dottor Auro Massa, ma la
sua morte nel campo di sterminio ci è data dalla testimonianza di Rosa
Myler, pubblicata dal giornalista Enzo Tortora su «La Nazione» nel 1970:
«Ci portarono da San Donato a Fossoli e di qui in vagone piombato ci
portarono in Germania. Ci fecero scendere ad una stazione dal nome
tragico: Auschwitz: E qui, all'ingresso del campo (eravamo tantissimi)
adottarono una tattica curiosa. Facevano entrare i deportati a coppie,
Greta Bloch e io eravamo vicine, ci tenevamo per mano. Un tedesco ci
smistava. Uno a destra, uno a sinistra. Non c'era un disegno logico;
sembrava che volessero semplicemente alloggiarci in baracche lontane l'una
dall'altra. Invece, chi andava a sinistra, entrava (come capitò a me, per
puro caso) in un baraccamento. Chi andava a destra, finiva subito nelle
camere a gas. Alla povera Greta dissero ‘a destra’». L’iter
della storia Sul finire degli anni ‘60, mi trovavo insieme con altre mie coetanee
nello studio dell’abate, don Donato Di Bona, per un incontro di
Teologia, quando sentimmo suonare alla porta. La sorella dell’abate aprì
e introdusse il giornalista e conduttore televisivo Enzo Tortora. Avevo
completato le scuole superiori, ma poco e niente avevo studiato sulla
seconda guerra mondiale e tanto meno sull’Olocausto, anche se tra i
libri di narrativa che ci scambiavamo fra amici c’era Il
diario di Anna Frank. Dal dicembre 1970 al maggio 1984, andai ad
abitare proprio in un appartamento sottostante la soffitta di via Napoli e
fu in quel periodo che i vicini di casa, i Coletti e i Perrella, mi
parlarono degli ebrei che avevano trovato riparo sotto il nostro stesso
tetto. Nel 1994, come ho già scritto nel n. 2 di Aprile – Giugno 2006,
partecipai all’intervista ai coniugi Tenenbaum; nel 2000 avvenne la
conoscenza con Barbara e Peter Koppe, nipoti di Oswald Adler e Trude
Glaser, dei quali ho scritto nel n. 3 di Luglio – Settembre 2005. Da
ultimo, nel novembre 2002, feci un inaspettato viaggio in Polonia per il Comenius
European Education Project con altre quattro colleghe di scuola.
Sostammo a Varsavia, a Cracovia ed, infine, chiedemmo di essere
accompagnate ad Auschwitz: per nessun motivo saremmo ripartite dalla
Polonia senza prima aver visitato quel luogo che per me rappresentò da
subito l’inferno realizzato dall’uomo. In quell’occasione mi vennero
alla mente le parole dello scrittore Fred Uhlman: «Piansi come non avevo
mai pianto prima di allora e come spero di non piangere mai più. Piansi
sulla mia famiglia assassinata, sui miei amici morti, sui miei ricordi
inveleniti, sulle migliaia e migliaia di ebrei e cristiani massacrati.
Piansi sulla Germania».[2] E con la rivisitazione delle storie pubblicate sulla rivista “Centro
Documentazione e Studi Cassinati” ho voluto rendere un omaggio memoriale
postumo a quanti morirono nei lager nazisti e restituirli alla vita
attraverso la forza della scrittura; un omaggio anche a quanti riuscirono
a salvarsi e a tutti i sandonatesi che si prodigarono per dare aiuto. Essi
sono più numerosi di quelli nominati e realizzarono in tempo di guerra
quella che oggi è definita la cultura dell’accoglienza e
dell’incontro empatico con l’alterità, condizione fondante per la
costruzione della pace tra tutti i popoli della terra.
[1] Max Brod, intimo amico di Franz, ebbe un ruolo di grande importanza nella produzione letteraria dello scrittore. [2] F. Uhlman, Storia di un uomo, Milano, Feltrinelli, 1993, pp. 110-111
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