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LUIGI CELLUCCI |
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SINTETICA BIOGRAFIA DELLO STUDIOSO SANDONATESE LUIGI CELLUCCI pubblicata in Il Convento di Vicalvi e la sua storia, (Ripubblicazione di testi e pubblicazione di scritti vari), Natale 2003, Cassino, Ass. Genesi, Ass. Cominium. La valle di Comino, e in modo particolare S. Donato V. C., vanta uno studioso delle vicende francescane agli albori del movimento religioso di forte levatura artistica, filosofica e letteraria: si tratta di Luigi Cellucci. Il personaggio, a dire il vero, è poco conosciuto nella Valle, ma è assai noto negli istituti universitari di filologia romanza, soprattutto in quello di Roma, dove ha collaborato alla rivista «Archivium Romanicum» fondata da Giulio Bertoni[1] e al Bollettino «Cultura Neolatina», due fiori all’occhiello dell’Istituto di Filologia Romanza, sui quali ha pubblicato articoli e saggi di natura artistica, letteraria e filologica. Il presente lavoro, stimolato dalla ripubblicazione di opere riguardanti le vicende francescane del convento di Vicalvi, non è una recensione dei lavori del Cellucci, ma una sorta di scheda bibliografica con l’augurio che quanto prima le sue opere possano essere divulgate fra i valligiani. Per quanto riguarda la sua biografia, il Cellucci ha stilato un chirografo che porta la data del 1955. Il documento, dal titolo “Notizie intorno alla vita e soprattutto agli studi di Luigi Cellucci”, è composto da circa venti fogli[2]. Ritengo che il documento sia l’ultimo scritto dell’autore, ma c’è da aggiungere che la bibliografia delle sue opere non è completa poiché, dopo il 1955, oltre alla ristampa delle Le leggende francescane del secolo XIII nel loro aspetto artistico, uscì sul Bollettino «Cultura Neolatina» un breve articolo dal titolo “Postille ad una recensione”, che si riproduce, ed in più altri e due saggi sul francescanesimo pubblicati sulla rivista «Frate Francesco». Nota biografica[3] Luigi Cellucci nacque a San Donato il 21 marzo 1876 e morì a Roma l’8 luglio 1962. Dopo aver conseguito la laurea in lettere all’età di 22 anni nell’Università di Pisa, dove fu allievo del Prof. Alessandro D’Ancona[4] e dal quale fu molto apprezzato, fu titolare di diverse cattedre: Lettere classiche e moderne, Filosofia, Storia dell’Arte, ma in particolare insegnò Lettere Italiane. Fu preside di Licei classici, tra i quali quelli di Arpino e di Alatri, ed ebbe come discepoli illustri studiosi, fra i quali il poeta Libero De Libero e il redattore capo della rivista di cultura francescana «Frate Francesco» Fausta Casolini. Nell’arco della sua vita fu presente ai grandi eventi del secolo scorso: partecipò alla Prima Guerra Mondiale combattendo in prima linea nelle trincee dell’Isonzo e del Carso, dove uscì illeso dagli attacchi austriaci con gas velenosi il 29 giugno del 1916. Nel periodo postbellico fu impegnato politicamente sostenendo il diritto alla libertà dell’individuo e combattendo con scritti, discorsi e contraddittori le ideologie politiche dittatoriali. Per questa sua liberalità ebbe a subire non pochi ‘fastidi’ da parte dei funzionari politici durante il fascismo e nel 1936 fu costretto a lasciare il suo incarico di preside e di insegnante. Da questa data fino alla fine dei suoi giorni ebbe modo di dedicarsi a tempo pieno ai suoi studi letterari, privilegiando la filologia e la storia dell’arte. Nel 1937 entrò in contatto con il Bertoni collaborando con lui alla rivista e al Bollettino dell’Istituto di Filologia Romanza ed in più ebbe l’incarico di partecipare alla compilazione del Dizionario dell’Accademia d’Italia[5] nell’elaborazione dei lemmi che vanno dalla parola “piacciaddio” alla parola “picca”. Nel 1949 fu nominato socio dell’Arcadia con lo pseudonimo di “Crisandro pentesileo”. La sua attività letteraria ebbe inizio nel 1908 con studi sul Settecento e con la pubblicazione dell’opera: Un poligrafo del Settecento (l’abate Giambattista Roberti), in Studi di letteratura italiana, vol. VIII, pp. 64-184; Napoli, Iovene, 1908. Il lavoro fu recensito favorevolmente da varie riviste e dal Giornale storico della letteratura italiana (vol. LII, p. 452), nel quale si legge: Lo
studio del Cellucci.... è indagine metodicamente condotta e
pregevole... Nei moltissimi scritti prosastici del Roberti, che il
Cellucci esamina, sono da notare gli elementi numerosissimi
ch’egli estrae utilmente per la storia del costume. Ci sarebbe da
farne un gustoso commento al Giorno.
Movendo dai principi cristiani e reggendosi su un umanitarismo
materiato di buon senso, il gesuita bassanese prende la difesa degli
umili e degli oppressi, investe i ricchi fastosi e crudeli, invoca
un trattamento migliore pei contadini, pei carcerati, pei negri.
Egli, insomma, attira nell’orbita
della dottrina cristiana le più vive aspirazioni sociali dei tempi
. Quanto alla forma, il Roberti rappresenta, col Bettinelli, quella
particolar maniera di scrivere che potrebbe dirsi «stile gesuitico»,
di cui l’Autore scruta l’origine e la storia, mettendolo in
relazione con gli altri atteggiamenti del pensiero e della parola in
quel tempo. Tutto questo è fatto con cultura, con discernimento e
con garbo, sicché il giudizio finale che se ne ricava sul Roberti,
umanista, artista, oratore, divulgatore del sapere, fautore d’una
conciliazione tra il cristianesimo e le tendenze novatrici del
secolo suo, è un giudizio perspicuo e retto. Un
passo dell’opera riguardante «lo stile gesuitico» fu pubblicato
dal Flamini[6]
nell’Antologia della critica
e dell’erudizione, 4a ediz., vol. II, pp. 245-249;
Napoli, Perrella; l’Antologia è una raccolta di pagine critiche e di commenti alla
letteratura italiana. La sua attività di insegnate, come egli stesso scrive, gli consentì di conoscere buona parte dell’Italia e di scoprire piccoli capolavori di arte. Sempre nel 1908 tenne una conferenza dal tema: L’aspirazione alla vita nella moderna letteratura, che fu pubblicata sulla rivista «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere e Arti,» Trani, Vol. XXIV, nn. 1 – 2. I suoi saggi sull’arte si occuparono inizialmente di arte romanica e due di essi furono pubblicati nel periodico «L’Arte» di Adolfo Venturi[7], i saggi sono: Le pitture benedettine di Santa Maria delle Grotte presso le sorgenti del Volturno, Roma, XVI, 1913, fasc. I, e Nuovi avanzi di pitture romaniche in Terra di Lavoro, 1920, anno XXIII, fasc. IV e V. Scrisse poi due articoli divulgativi dai titoli, L’arte medioevale nel Mezzogiorno d’Italia e L’Arte in Ciociaria, che vennero pubblicati nelle riviste: «Le Fonti» (1914-1915), «La Ciociaria», 1925 e «Rassegna del Lazio», 1926. Nel 1929, per i tipi della Società Dante Alighieri, pubblicò la sua opera migliore: Le leggende francescane del secolo XIII nel loro aspetto artistico. Il lavoro, molto elaborato, è di difficile lettura per chi non è addentro nella storia del francescanesimo, nella filologia romanza e nella storia della letteratura italiana. Nel 1957 fu fatta una ristampa dell’opera per i tipi della Società Tipografica Editrice modenese che fu inserita nella collezione «Studi e Testi» dell’Istituto di Filologia Romanza della Università di Roma. Alcune delle recensioni critiche sono riportate alla fine di questa scheda. Nel
1932 l’editore A. F. Formíggini di Roma pubblicò una raccolta di
poesie del Cellucci dal titolo “Ombre
e Bagliori”, edito dalla tipografia G. Ferraguti di Modena. La
raccolta[8],
rivista e accresciuta, fu ripubblicata nel 1962 dall’editore
Vittorio Bonacci di Roma con il titolo leggermente variato in “Ombre e Fulgori”. L’editore, nel risvolto di copertina, così
presenta l’autore: Impressioni
della femminilità e dell’amore; riflessi interiori di spettacoli
naturali e di scene e casi della vita; l’umana tristezza, il gusto
della solitudine e il senso d’isolamento anche in mezzo agli
uomini; il disgusto della volgarità e della perfidia; l’ansia nel
ricercare il significato dell’esistenza; infine un atteggiamento
spirituale austero, fiducioso e sereno, rispondente a un concetto
sano della realtà, con aspirazione ai suoi massimi valori: tali i
motivi dominanti in queste tenui fantasie del Cellucci, specchio
d’una sensibilità delicata.
Vi appariscono, a vicenda, momenti di amaro fastidio e di
smarrimento, ed altri di gioiosa e sognante contemplazione, di
pienezza di vita e di onesta risoluzione. Voci semplici e spontanee:
nulla di artificioso, di eccessivamente raffinato, di ermetico.
Qualche affinità con i simbolisti e i crepuscolari è sorta
dall’intimo, non ricercata. Nella
nota introduttiva a questa seconda edizione delle sue poesie, che
porta la data del maggio 1962, il Cellucci, dopo aver informato il
lettore che le prime poesie erano state scritte intorno agli anni
‘20, con tono un po’ accorato e un po’ malinconico scrive: «Da
allora la Poesia rare volte è venuta a ricercarmi, né io mi son
curato di cercar lei per mio conto, pago di vagheggiarla presso i
suoi più fortunati familiari. Nel preparar la presente edizione,
m’è parso di ritrovare una vecchia amica che prodigiosamente
abbia conservato la sua giovinezza». Dopo la pubblicazione delle Leggende francescane, sia per il fascino dell’argomento in sé, sia per l’opportunità di allargare il campo delle ricerche alla storia letteraria e alla filologia della lingua italiana, i suoi studi e le sue indagini ebbero come obiettivo l’analisi di testi religiosi del XII – XIV secolo. I suoi saggi furono pubblicati soprattutto nella rivista «Archivium Romanicum», nel periodico «Cultura Neolatina», nella rivista «La Rassegna della Letteratura Italiana», in «Arcadia», Accademia Letteraria Italiana (atti e memorie) e in «Frate Francesco». In «La Rassegna della Letteratura Italiana», a. XLI, n. 3, nel 1933 fu pubblicato il saggio dal titolo: Sul valore artistico dei “Fioretti di S. Francesco”. In «Archivium Romanicum» furono pubblicati i seguenti saggi: a) Le “Meditationes vitae Christi” e i poemetti che ne furono ispirati, Firenze, Olschki; vol. XII, 1938, n. 1. b) Varie redazioni della predica di San Francesco agli uccelli, vol. XXIV, 1940, nn. 2-3. a) Il latino di fronte al volgare in Italia nei secoli XIII e XIV, Vol. I, 1941, fasc. I. b) Il cum e il per nel “Cantico di frate sole” vol. II, 1942, fasc. III. c) La poetica di Dante e la sua poesia, vol. X, 1950, fasc. I d) Recensione a N. Scivoletto, Fra’ Salimbene da Parma e la storia politica e religiosa del secolo decimoterzo, vol. XI, 1951, fasc. I-II. e) Postille a una recensione, Vol. XX, 1960, fasc. I. In «Frate Francesco» furono pubblicati: a) Le laudi francescane di Jacopone da Todi, Roma, a. I, n. IV, 1954. b) Luca Wadding e il preteso “Floretum”, Roma, a. IV, n. II, 1957. c) Ancora del “Floretum” citato da Wadding, Roma, a. V, n II, 1958. Il lavoro che diede lustro a Luigi Cellucci è senza ombra di dubbio Le leggende francescane del Secolo XIII nel loro aspetto artistico. Uno studio sul francescanesimo molto approfondito, ricco di leggende riguardanti il poverello d’Assisi e i suoi compagni. L’opera, che è un florilegio di racconti del primitivo francescanesimo, è un’interessante testimonianza di latino volgareggiante, oltre ad essere un’importante fonte storica per lo studio del movimento religioso. L’autore già dal titolo sottolinea l’aspetto artistico dei racconti contenuti nell’opera e nella premessa paragona il suo ad un libro di storia dell’arte che per essere tale deve avere molte illustrazioni, così un libro di storia letteraria “massime quando si occupi di scritti non molto conosciuti, è bene che abbondi di citazioni, affinché il lettore abbia la riprova di quel che si viene osservando e ne riceva l’impressione diretta”. L’opera del Cellucci è precisa, puntuale, elaborata in maniera certosina. A esemplificazione del suo modo di procedere negli studi si veda l’articolo Postille ad una recensione, dove l’autore per un ‘distinguo’ sul lemma da usarsi tra ‘scarpa’, ‘sandalo’ o ‘calzatura’ dedica un intero paragrafo. Nella
sua biografia l’opera viene presentata così: “Quivi
sono esaminate dapprima le leggende di autori contemporanei alle
origini dell’ordine serafico, soprattutto quella, di tipo
letterario, di Tommaso da Celano, sintetiche, calde, incisive che
idealizzano un po’ la figura di Francesco presentandola nei tratti
ritenuti più notevoli, ma senza alterarne la fisionomia storica, e
quella dei “soci speciali”, che in stile volgareggiante, con
vivo senso del reale e concreta abbondanza, riproducono fedelmente i
casi ordinari e straordinari della vita religiosa dei vecchi tempi.
Segue l’illustrazione delle leggende composte nella seconda metà
secolo, massime dei racconti immaginosi di Ugolino da Montegiorgio,
anch’essi in latino più o meno volgareggiante, nei quali il
Santo, pur conservando la sua squisita umanità, ci apparisce
sublimato nel sovrumano, in una serie di scene e casi meravigliosi.”
La
critica fu favorevole al suo lavoro e, nello stesso anno, C. Naselli
sul periodico «La rassegna della Letteratura Italiana» diretta da
Achille Pellizzari[9],
scriveva: ...L’ampia
trattazione, condotta con comprensione e intelligenza forma un
nutrito capitolo della nostra storia letteraria del Duecento...
L’A. chiarisce il tempo e il modo onde sorsero i primi vaghi
racconti francescani, le vicendevoli relazioni e il loro valore come
opere di letteratura artistica; accompagnata nel suo rapido crescere
e rinnovarsi questo ramo dell’agiografia, esaminando prima le
leggende scritte da frati che avevano conosciuto san Francesco
personalmente, poi le narrazioni di francescani entrati
nell’ordine dopo la morte del Santo e che rivelano, anche nel loro
carattere novellistico, il persistente lavorio della tradizione
orale… È frequente il caso di sorprendere in queste prose o versi
di umili e talora indotti scrittori una vivezza, una leggiadria
d’arte veramente notevoli, e questo dà modo al Cellucci di
scrivere belle pagine di ricostruzione storica e di analisi critica
specialmente sulle leggende stese da Tommaso da Celano, dai frati
Leone, Rufino ed Angelo da Ugolino da Montegiorgio, e sulla Vita
fratris Iuniperi d’ignoto autore. Sempre
sulla stessa rivista, nel 1930, F. Magnani in merito alle Leggende francescane così si esprimeva: «Oltre
al pregio storico ed artistico, il volume del Cellucci ha quello di
offrire una lettura piana e dilettevole, onde è da prevedere
ch’esso avrà diffusione fra un pubblico più vasto che non sia
quello degli studiosi». Lusinghiero è poi il commento di Giulio Natali[10] sulla rivista «L’Italia che scrive», maggio 1930.
Il Cellucci, studiando le leggende e le cronache francescane,
dettate in un latino sotto il quale trasparisce la spontanea vivezza
del volgare e preannunzianti le novelle, le leggende, le cronache
italiane, ha scritto un importante capitolo della nostra storia
letteraria del secolo XIII.
Francesco De Sanctis, mentre apprezzò la poesia iacoponica,
ignorò, le narrazioni sacre del Dugento; disse che a questo secolo,
il cui studio fu quello di allegorizzare e dimostrare anziché di
rappresentare. mancò la leggenda. Ora il Cellucci trova in queste
leggende, e fa gustare al lettore, stupende rappresentazioni
artistiche, o, come direbbe ad altro proposito lo stesso De Sanctis,
«pagine animate e potenti assai più sul tuo spirito che non tanti
romanzi moderni. Studium
litterarium quod... Cellucci Legendis franciscanis saec. XIII
consecravit et cum amore non minus ac acumine est prosecutus...
omnem meretur laudem, dignumque est quod in litteratura franciscana
recentiori locum occupet eminentem. In una postilla del Cellucci si legge che N. Sapegno nel Volume Il Trecento (Storia letteraria d’Italia), Milano, Vallardi, 1934, definiva “ottimo” questo lavoro (p. 506), e se ne giovava nel capitolo sulla letteratura religiosa.
Non
poteva certo mancare il parere della rivista francescana «Frate
Francesco», sulla quale
Fausta Casolini nel maggio-giugno 1930
scriveva: ...Libro
d’analisi e di sintesi, scritto dopo lunga indagine dei problemi
della letteratura... francescana, in relazione con la cultura del
tempo e con lo svolgimento della letteratura delle origini.... per
la prima volta ci dà una compiuta valutazione estetica di quelle
opere agiografiche, fin qui considerate quasi unicamente nel loro
valore storico-religioso.... La
Casolini sarà poi meno avara nei suoi giudizi in una recensione
alla seconda edizione che riporto integralmente. Chi
conosca i due articoli - Luca Wadding e il preteso «Floretum»
e Ancora del «Floretum» citato dal Wadding -
pubblicati dal Cellucci nella nostra Rivista, rispettivamente nel N.
2° del 1957 e nel N. 2° del 1958, sa con quanta diligenza e con
quanto acume l’Autore (ch’ebbi maestro negli studi liceali)
persegua le indagini critiche intorno alle Fonti francescane, e con
quale scrupolosa attenzione egli riveda, aggiorni, corregga, se
occorre, i propri giudizi su l’una o l’altra questione. È
il criterio seguito anche nel preparare la recente seconda
edizione del riuscitissimo, originale ed ampio studio
storico-letterario, che vide la prima volta la luce nel 1929. È una
veramente «corretta ed accresciuta» edizione questa, nella quale
sono considerati gli apporti dei critici di un buon quarto di
secolo, giacché se la «Premessa alla seconda edizione» porta la
data del maggio 1955, il volume fu «finito di stampare» il 21
marzo 1958; infatti la lettura di alcune pagine dimostra come
durante la composizione tipografica l’A. abbia continuato le
indagini e curato la messa a punto di qualche altro particolare. Citiamo,
a mo’ d’esempio, a p. 63 qualche chiarimento alla tesi che la Legenda
trium sociorum riproduca a un dipresso le note inviate a
Crescenzio, ma integrate e collegate attraverso la «Seconda Celano»
e la mantenuta convinzione intorno al valore del filone immesso da
Leone Angelo e Rufino nelle «leggende» francescane, anche se gli
Editori di «Analecta Franciscana X» restarono nella loro posizione
di riserva (cfr. p, 8) – l’elaborata esposizione delle relazioni
tra gli Actus di fra
Ugolino da Montegiorgio ed I
Fioretti (pp. 139 e ss.). In
massima parte nuovo è il Cap. V (la prima edizione ne contava
quattro) con lo studio sulla Chronica
di fra Salimbene, condotto con gustoso rilievo, e sulle Laudi
francescane di Jacopone nella loro efficace varietà di toni e
figure e con più larga scelta di testi riguardanti le relazioni di
viaggi nell’Estremo Oriente. Nuove sono pure le due Note finali
sul testo latino e stile delle Leggende e sui volgarizzamenti. Ma
più di questi particolari piace rilevare come sia raggiunta la
precipua finalità dell’opera, ossia la valutazione artistica
degli scritti francescani del Duecento, attraverso l’esame dei
fattori storici, religiosi, d’ambiente, e della capacità creativa
o rappresentativa degli autori, anche di quelli che non si
impegnarono con intenti d’arte. Tale analisi è condotta
direttamente sui testi, le cui opportune citazioni dimostrano al
lettore l’attitudine e la perizia del Cellucci, la sua
comprensione del clima nel quale agiografi e cronisti e compilatori
e poeti così diversi per indole e per formazione culturale
scrissero ispirandosi agli ideali francescani. Ecco in evidenza la
tecnica e l’ispirazione di Tommaso da Celano, la bravura di Enrico
d’Avranches, le figurazioni vivaci di Salimbene, l’impeto di
Jacopone, la spontaneità dei Tre Socii. Così l’agiografia, con
le sue tradizioni e con i suoi influssi nell’Italia di san
Francesco ebbe spunti originali, che giustificano la ricerca dei
letterati.
Forse quando ad una giovane studente dell’Università
pavese il prof. Ireneo Sanesi suggerì come tesi di laurea uno
studio sulle «Fonti francescane», intendeva che giungesse a
conclusioni simili a queste del pregevole libro dei Cellucci. «Ma
non eran da ciò le proprie penne»: lo dico oggi, col sorriso di
chi ha esplorato l’estesa piaga ed affinato per molti anni la
sensibilità del gusto, per dichiarare con quale gioia
dell’intelletto io abbia ripercorso su questa più ricca seconda
edizione l’iter del prof. Cellucci attraverso sì vasta materia
con la sicurezza dello esperto, ammirando «gli svariati motivi
artistici ... Nei vaghi racconti che illustrano il misticismo, la
carità, l’umiltà, la tolleranza delle offese, il gusto della
povertà, i graziosi miracoli e la santa follia di Francesco e
ritraggono intorno a lui le figure dei compagni nelle loro diverse
qualità morali... Nei rapimenti estatici la realtà è idealizzata
e ne son messi in rilievo gli aspetti capaci di suscitare l’eco più
vivace nel lettore». Questo giudizio sugli Actus ci sembra indicare in scorcio lo spirito di tutta la felice
presentazione della ricca letteratura francescana delle origini.
A p. 121 del mio libro, a proposito dell’andata dei frati
in Germania, io osservo - in una nota riprodotta dalla prima
edizione - che fra Giordano da Giano nella sua cronaca ha scambiato
Mittenwald con Matrei, da lui nominato in seguito, mentre Matrei
precede Mittenwald. Ora, la predetta nota andava soppressa o
modificata, poiché il p. G. Fussenegger, nello scritto
Wo liegt das «Mittenwalde» der Chronik von Giano? (Franziscanische
Studien, vol. 31, 1949, p. 152 s.; cfr. Arch.
Franc. Hist., vol. 44, 1951, p. 233) ha provato l’esattezza
dell’itinerario tramandato da fra Giordano, mostrando con sicuri
documenti dei secoli XIII e XIV che allora il nome; di Mittenwald si
attribuiva anche al passo del Brennero, il quale appunto, andando
verso la Germania, si trova prima di Matrei. A p. 143, io colloco il tempo della composizione dei Fioretti,
cioè del volgarizzamento degli Actus,
tra il 1322 (morte di fra Giovanni della Verna e quindi terminus
post quem del compimento degli Actus)
e il 1396 (anno del più antico codice datato che finora si
conosca), ma ritenendoli con maggior probabilità della metà del
secolo o di poco posteriori. Su ciò non mi allontano
dall’originaria opinione del Bughetti, il quale nella sua edizione
dei Fioretti (Firenze, Salani, 1926, p. 20) li assegna alla seconda
metà del secolo XIV, «senza andar troppo verso la fine».
Certo i termini entro cui può ammettersi l’esecuzione di
tale volgarizzamento sono assai distanti tra loro, e sarebbe
desiderabile una datazione più precisa. Il Bughetti cerca appunto
di darla in uno scritto posteriore, al quale il Pratesi mi rimanda (Una
parziale nuova traduzione degli Actus accoppiata ad alcuni capitoli
dei Fioretti, Arch. Franc.
Hist., vol. 21, 1928, p. 515 ss. e vol. 22, 1929, p. 63 ss.,
spec. p. 112 s.), ma gli argomenti su cui fonda le sue conclusioni
non mi sembrano molto solidi. Il Bughetti nota che il compilatore
della Chronica XXIV Generalium
ha attinto copiosamente dagli Actus, e ne doveva aver davanti un esemplare più antico di quello
da cui sono stati volgarizzati i Fioretti: esso difatti mancava del
capitolo corrispondente al 37° dei Fioretti, capitolo che il
suddetto compilatore non ha trascritto, la qual cosa avrebbe fatta
di certo, se lo avesse conosciuto, trattandosi d’un racconto
interessante e caratteristico. Da ciò il Bughetti deduce che,
provenendo i Fioretti da
un esemplare degli Actus
che ha aggiunto il suddetto capitolo, ed è quindi da credere più
recente di quello da cui attinge la Chronica,
anche la composizione di essi Fioretti
è da ritenere posteriore a quella della Chronica,
che nel suo complesso si pone verso il 1369. Così i due termini
entro cui va collocato il volgarizzamento degli Actus
si accostano, e vengono ad essere il 1369 e il 1396. Dato un po’
di tempo per la formazione dell’esemplare da cui derivano i
Fioretti e per la relativa traduzione, e dato un po’ di tempo tra
l’autografo e il codice Mannelli, che è il più antico codice
datato finora conosciuto, «cadremo - scrive il Bu,ghetti –
intorno al 1380, che è, per la storia e la linguistica insieme, la
data più ragionevole e soddisfacente dei Fioretti». D’altra
parte, Bartolomeo Pisano, che scriveva la sua opera
De conformitate vitae b., Francisci ad vitam Domini Iesu negli
anni 1385-90, si vale molto degli Actus,
e mostra di conoscere anche il capitolo che manca alla suddetta Chronica
e corrisponde al 37° dei Fioretti;
tuttavia non risulta che conosca l’opera volgare, attingendo
sempre ai testi latini. Il Bughetti suppone che, quando egli
scriveva, la «novità libraria» Fioretti
di San Francesco non fosse ancora giunta a Pisa. Ciò pure
consiglierebbe ad accostare la data di composizione dei Fioretti
alla fine del secolo. Le precedenti argomentazioni sono ingegnose, ma a mio
credere peccano di semplicismo, ed offrano il fianco a varie
obiezioni dubitative. Già, tanto nel caso della Chronica XIV Generalium quanto in quello del De conformitate, si tratta di argomenti a silentio, i quali sono sempre poco probanti. E poi non è sicuro
che il compilatore della Chronica
attingesse direttamente da un testo complessivo degli Actus, e non piuttosto ne riproducesse i racconti da altri testi nei
quali si erano trasfusi. Ma ammettiamo che avesse a sua disposizione
un esemplare unico degli Actus
mancante del capitolo corrispondente al 37° dei Fioretti:
non ne viene di conseguenza che esso fosse più antico di quello da
cui furono tratti i Fioretti.
Poteva, anche non contenendo il predetto capitolo, essere più
recente; p. es. nel caso che fosse stato copiato da uno più antico.
Diversi codici degli Actus descritti dal Sabatier appartengono al secolo XV e sono quindi
posteriori ai Fioretti, e
tuttavia mancano del capitolo 37° e di altri capitoli di questi,
forse perché ne mancava il loro archetipo. Del resto, anche nel
caso che il compilatore della Chronica
abbia avuto a sua disposizione un esemplare degli Actus
più antico di quello da cui derivano i Fioretti, può darsi
benissimo che, ciò nonostante, questi siano stati composti
anteriormente. Bisogna ricordare che la Chronica
fu compilata fuori d’Italia, in un paese lontano da quello dove
sorsero i Fioretti, e che al compilatore di essa così questi come la loro
fonte potevano essere rimasti sconosciuti. In quanto al Pisano, non
risulta che conoscesse i Fioretti ma nemmeno è dimostrato il
contrario. Egli scriveva in latino (eravamo agl’inizi
dell’umanesimo ), conosceva i testi francescani latini: è
naturale che si valesse di questi piuttosto che dei volgari, anche
se non gli erano ignoti. Per le ragioni ora esposte, mi sembra che la prova d’una
datazione precisa dei Fioretti
non sia stata raggiunta, e se non si venga a conoscenza di nuovi
documenti, ci si debba contentare delle generiche indicazioni sicure
elle possediamo. A p. 169, a proposito di fra Ginepro in pericolo, per opera
del diavolo, d’essere impiccato, io scrivo che, nel perquisirlo,
gli trovarono addosso una lesina (con cui soleva raccomodarsi le
scarpe) e un acciarino (che gli serviva ad accendere il fuoco).
Sulla qual cosa il Pratesi osserva: «Non mi sembra molto probabile
che fra Ginepro portasse le scarpe, a meno che la parola non indichi
qui una qualunque calzatura». In realtà io non guardai per il
sottile, e mi riferii a qualsiasi tipo di calzatura (cosa di cui
anche il recensore ammette la possibilità). Certo avrei fatto
meglio a riprodurre il termine usato dal volgarizzatore trecentesco,
cioè «le suola», che traduce il «soleas»
del testo latino. La solea
è il sandalo, mentre una vera scarpa si chiamerebbe calceus.
Ginepro, stando alla sua leggenda - che del resto è tardiva e
favolosa -, non andava scalzo, ma avrà portato una specie di rozzi
sandali, forse pezzi di cuoio legati con lo spago. Una qualunque
calzatura bisognava ammetterla per giustificare il possesso della
lesina, particolare necessario al racconto. Noterò
ora alcune edizioni che il Pratesi segnala, a complemento della mia
bibliografia. Per le opere in latino: TOMMASO detto Di ECCLESTON, De
adventu Minorum in Angliam, nuova ed. a cura di A. G. LITTLE,
Manchester, Morman, 1951; Legenda
prima Sancti Antonii (detta Assidua)
edita da R. CESSI, Milano 1936; Giovanni RIGAULD,
Vita beati Antonii, nelle due coll. a cura di F. CONCONI «Le
leggende di Sant’Antonio da Padova», Padova1930, e «Le fonti
della biografia antoniana», ivi 1931. In quanto ai volgarizzamenti,
io volli indicare soprattutto quelli dei Trecento e del
Quattrocento, per mostrare la fortuna che le leggende francescane
hanno avuta nella nostra letteratura religiosa volgare di quei
secoli. Per le versioni del tempo presente, mi limitai a poche
indicazioni, alle quali volentieri aggiungo quelle fornite dal
Pratesi, riguardanti le traduzioni della prima leggenda di
Sant’Antonio detta Assidua
(Padova 1946); della Vita
Antonii del RIGAULD (Quaracchi 1902); della cronaca di Giordano
da Giano (Brescia 1932). Il Pratesi ha cura anche di allungare il mio
errata-corrige, e dì ciò anche è utile prendere appunto. Si legga
dunque, nella nota a p. 121, Matrei in luogo di Mitrei. Ma le
correzioni ortografiche di alcuni nomi riferentisi ad agiografi
francesi del secolo XII (p. 19, righe 24, 26, 29) non mi sembrano
giuste, poiché le grafie Saint-Tron, Fleuri, Thierri possono
ammettersi accanto a Saint-Trond, Fleury, Thierry, e sono quelle
usate nella grande Histoire Littéraire de la France dei Padri
Maurini (vol. X). In tale opera, ed anche nel Manitius, è sempre
scritto Saint-Evroul e non Saint-Evroult, come corregge il Pratesi. Al quale rinnovo l’espressione della mia gratitudine per
l’intelligente, accurata, benevola recensione.
Domenico Cedrone, [1] Giulio Bertoni (Modena 1878, Roma 1942), filologo e linguista, ha insegnato Filologia romanza all’Università di Friburgo (Svizzera), all’Università di Torino e all’Università di Roma. [2] Il titolo asteriscato riporta in nota: “Scritta da esso. È la più diffusa di quante ora ne esistano”. [3] Note biografiche del Cellucci sono state fatte da: A. Lauri, Dizionario degli uomini illustri e dei cittadini notevoli della Terra di Lavoro, Sora, Tip. D’Amico, 1913; G. Quadrotta, Scrittori e giornalisti della Provincia di Frosinone, Arpino, Soc. Tip. Arpinate, 1933; G. Amodio, Fatti e uomini di S. Donato Val Comino, Tipografia dell’Abbazia di Casamari, 1981. In più, alcuni suoi lavori sono citati in molte bibliografie fra cui: quella della Storia Letteraria d’Italia della Vallardi e quella dell’Enciclopedia Italiana e del Repertorio Bibliografico della Storia della Letteratura Italiana compilato presso la Columbia University di New York. [4] Alessandro D’Ancona (1835 – 1914) fu in Italia il caposcuola del metodo storico applicato alle indagini letterarie. Fu titolare della cattedra di Lettere Italiane all’Università di Pisa e la sua vasta opera segnò il rinnovamento degli studi letterari in Italia [5] Il Bertoni era un Accademico d’Italia ed ebbe gran parte nella pubblicazione del Dizionario, opera prevista in cinque volumi dei quali uscì solo il primo nel 1942. [6] Francesco Flamini (1868 – 1922) fu critico letterario. Allievo di D’Ancona, insegnò Letteratura Italiana all’Università di Padova e successe al maestro nell’Università di Pisa. [7] Adolfo Venturi (1856 – 1941), storico dell’arte, nel 1898 fondò «L’Arte», che per oltre quarant’anni fu il più importante periodico di arte in Italia. [8] Nella prima pagina bianca del libretto, a pie’ pagina, con grafia dell’autore, si legge: “N. B. In attesa d’una nuova edizione riveduta e aumentata, si fanno alcuni ritocchi a mano”. [9] A. Pellizzari (1882-1948) fu critico letterario. Insegnò letteratura italiana nelle Università di Messina, Catania e Genova [10] G. Natali – (1875 - 1965), letterato, insegnò letteratura italiana nella facoltà di Magistero dell’Università di Roma, fu titolare di cattedra di letteratura italiana nell’Università di Catania. In età giovanile si dedicò alla poesia, i lavori più importanti riguardano le correnti letterarie italiane del Settecento e dell’Ottocento. |
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