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I  "MASS MEDIA" DI UNA VOLTA"                       

       Il titolo di questa  ricerca che potrebbe far pensare a studi socio-antropologici impegnati nella comparazione della diffusione di notizie in tempi passati con i più sofisticati mezzi di comunicazione di oggi è, in realtà, il pretesto per rivisitare il mondo contadino di ieri al fine di recuperare  e registrare  un comportamento sociale che oggi non esiste più; lontano da me. quindi, uno studio della fenomenologia del linguaggio nel suo aspetto semantico, pedagogico ed evolutivo. Il mio intento è unicamente quello di esporre in maniera molto semplice quali erano i canali di informazione  riservati ad una società che trascorreva la vita a stretto contatto con la natura e che era in continua lotta con la stessa per poter sopravvire, ed inoltre è quello di spiegare quali erano i suoi passatempi e divertimenti. Il ricordo dei molti canti agresti che si facevano nella valle di Comino è rimasto nitido grazie al fatto che nella zona il fonografo, la radio ed il televisore hanno fatto il loro ingresso soltanto intorno alla metà degli anni 'Sessanta allorché le abitazioni rurali ebbero la tanto sospirata energia elettrica. Nei tempi antecedenti, quindi, la mancanza di tali mezzi di comunicazione ha fatto sì che i canti delle giovani contadine ed i suoni di organettisti, pifferai e zampognari si tramandassero di generazione in generazione per alleviare il duro lavoro dei campi e per trasmettere  messagi sociali per una sana condotta di vita. Prima di analizzare questi messaggi è necessario tratteggiare le condizioni socio ambientali della Valle. Il feudalesimo nelle nostre contrade termina agli inizi del 1800 come istituzione giuridica ma gli usi e costumi dureranno ancora per oltre un secolo. Il motivo del mancato aggiornamento alle nuove leggi sociali è dovuto a molte cause e fra le tante ad una inadeguata informazione. L'emittente più accreditata ed attendibile all'epoca, per il mondo contadino, era il clero che, tramite i canonici più loquaci e comunicativi, nelle feste comandate, informava il popolino sull'andamento della situazione politica, economica e sociale. Inoltre esso era l'unico ad offrire con i solenni riti religiosi una variegata coreografia che agli occhi della gente appariva come spettacolo e divertimento. I canonici, sentendosi responsabili dell'integrità morale della società, spesso redarguivano con severi moniti le giovani contadine  per certi canti "scollacciati" che avevano ascoltato, facendosi carico di visitare di tanto in tanto le famiglie per insegnare loro le preghiere da recitare mattina e sera; e ai bambini insegnavano filastrocche riguardanti la vita della Sacra Famiglia o la vita dei Santi Martiri. Fra le tante insegnarono la seguente :

 

Quando Santa Barbara nasceva

subito la sua mamma si morì

il padre non s' l'aveva a che fa'

e a una grotta scura l'andò a buttà

passa la Madonna e s' la raccoglie

e con due angeli la fece battezzà

dopo venticinque anni venne la nòva

che Barbara s'era fatta grande

suo padre ci si mise per la via

e tutti ci dicevano "addonna vai"?

Vado a ritrovare Barbarella mia!

Quando fu in mezzo alla strada

piglia un sasso e ci bussò alla porta.

S'affaccia Santa Barbara alla finestra

con la palma in mano e la corona in testa.

Oh! tàta, tàta che sei venuto a fare

figlia ti so' trovata a maritare

Oh! tàta, tàta io stò maritata

il figlio di Maria mi so' pigliata.

Il figlio di Maria si lascia andare

in ricco imperatore ti voglio dare.

Il figlio di Maria non si lascia mai

il ricco imperatore si lascia andare.

Suo padre sentì quella nòva

ci dié uno schiaffo e perse la parola

suo padre sentì quella novella

ci dié uno schiaffo e cadde morta in terra.

Casca una saetta di valore

e ammazza gl' puàtr' k' gl'imperatore

casca una saetta di valente

e ammazza gl' puàtre k' tutta la gente.

 

   La filastrocca che veniva recitata la sera vicino al caminetto prima di andare a dormire, secondo le intenzioni di chi l'aveva insegnata, era finalizzata a redarguire il capo famiglia affinché non si comportasse come il padre di Santa Barbara. Il genitore, sia per trascorrere momenti di serenità con la famiglia che per variare il tipo di educazione, invitava il figlio maschio più piccolo a recitare altre strofette, come la seguente:

 

Trìnz Trìnz para parìnz

'gnor'  tàta é it' a Roma

p' k'mprà la cendr' e la crona

é k'mprat' gl' trìc tràc

p' sparà 'n cùr' alla jatta.

 

   La breve filastrocca ironizza sul comportamento di un antenato che in occasione dell'Anno Santo, recandosi a Roma, invece di umiliarsi nella basilica di San Pietro, si preoccupò di acquistare lo sparafuoco. La strofa acquista un particolare valore poiché il primo verso è un genuino e spontaneo "non sense" di cui la moderna pedagogia ha riscoperto i  valori.

   Ma anche all'epoca vi erano molte emittenti private che davano controinformazioni  e spettacoli insoliti ben accetti dal mondo contadino. Spesso nel paese, oltre ai funamboli, ai saltimbanchi e ai nerboruti uomini che facevano la "reclame" a Ferro-China Bisleri, arrivavano anche i "cantastorie" napoletani (il futuro mondo dei fumetti). Quest'ultimi, coadiuvati dall'intero nucleo familiare, si "piazzavano", nei giorni di mercato, nel posto più trafficato del paese. Dopo aver montato un trespolo, vi poggiavano sopra un cartellone contenente circa quindici immagini disegnate o stampate che, in sequenza, narravano con dovizia di particolari storie di tragici amori avvenuti nell'entroterra siciliano e napoletano. Era questo il telegiornale riservato ai nostri antenati e, anche se le notizie arrivavano in paese a distanza di settimane, esse si divulgavano nella comunità in pochissime ore, grazie al sublime impiego della parola. Essi portavano anche canti che la nostra comunità contadina raccoglieva, sciegliendo soprattutto quelli dai risvolti amorosi, come il seguente:

 

LE TRE SORELLE

 

C'erano tre sorelle

Napoli bella e rose d'amor

c'erano tre sorelle

e tutte e tre d'amor

 

Ninetta è la più bella

Napoli bella e rose d'amor

Ninetta è la più bella

e si mise a navigar.

 

Il navigar che fece

Napoli bella e rose d'amor

il navigar che fece

l'anello le cascò

 

Tu pescator dell'onda

Napoli bella e rose d'amor

tu pescator dell'onda

vieni a pescar più qua.

 

Vieni a pesca' il mio anello

Napoli bella e rose d'amor

vieni a pesca' il mio anello

che mi è cascato a me.

 

Quando te l'ho pescato

Napoli bella e rose d'amor

quando te l'ho pescato

che cosa mi darai.

 

Cento zecchini d'oro

Napoli bella e rose d'amor

cento zecchini d'oro

e una borsa ricama'.

Voglio un bacin' d'amore

Napoli bella e rose d'amor

voglio un bacin d'amore

se tu me lo vuoi dar.

 

Sissì te lo darei

Napoli bella e rose d'amor

sissì te lo darei

ma ci vedrà papà.

 

Andiamo dietro ai monti

Napoli bella e rose d'amor

andiamo dietro ai monti

e nessuno ci vedrà.

 

Ma ci vedran le stelle

Napoli bella e rose d'amor

ma ci vedran le stelle

e le stelle la spia non fan.

 

ma ci vedrà la luna

Napoli bella e rose d'amor

ma ci vedrà la luna

e la luna non può parlar.

 

Andiamo sopra il letto

Napoli bella e rose d'amor

andiamo sopra il letto

e ci vidde il suo papà

 

Quello che è fatto è fatto

Napoli bella e rose d'amor

quello che è fatto è fatto

mo' andiamoci a sposar.

 

 

A conclusione del "telegiornale" dei cantastorie, seguiva il "carosello" allorché al centro della piazza appariva  una figura originale, vestita da giullare e bardata con tanti strumenti sonori che formavano uno strano marchingegno. Il pover'uomo, che veniva appellato dai paesani "la banda a cav'c' 'n cur'," riusciva con rara abilità a suonare contemporaneamente  l'armonica a bocca, il tamburo e i tamburelli, i piatti ed una sonagliera cucita all'estremità del berretto. La gente  divertita per l'insolito spettacolo, tornando alla propria dimora rielaborava i testi e le musiche per riproporli in versione paesana nelle occasioni di lavori campestri collettivi o di sagre popolari.

   Il desiderio di comunicare con gli altri, di trasmettere messaggi o fare annunci di lieti eventi era forte e le comunicazioni avvenivano in modo plateale e con canti. Così le mamme, alle prime avvisaglie della crescita delle loro figlie, dimenticavano i moniti ecclesiastici e le iniziavano alla vita matrimoniale cantando:

 

Mamma non mi mandà per acqua sola

son piccolina e non mi so guardare

un ragazzino che ci va alla scuola

me l'ha promesso che mi vuol baciare.

- Vacci figlia mia vacci sicura

un bacio non ti porta alla sepoltura.

 

   In primavera, durante i lavori della potatura, le donne erano solite raccogliere i sarmenti ed essendo il lavoro facile e sopportabile, erano coadiuvate dalle giovani  figlie e spesso si ascoltava il canto che segue:

 

Da questa parte s'è preparato un fior che vuol fiorire

gl' fiùr' k' caccia so' rùsc' e biéglie

k' pùr' gl'amant' fiàv' sta cuntiént'.

Alla sposa finge di venirci il pianto

nel vedersi in mezzo a tanta gente.

Arriva gl' spùs' e ci si mette accanto.

- Zitta Ninetta mia che non è niente.-

La tòglie e la porta a 'na cambra galante

dove c'è principio del divertimento.

 

   Le madri con questo canto annunziavano pubblicamente il menarca occorso alle giovani figlie ed esso era accolto con esultanza per il regolare e sano ritmo biologico della vita. La società contadina, proprio perché impegnata in un lavoro in cui annualmente si ripropone il ciclo della vita, facendo il paragone fra "semina - germoglio - frutto" con "fecondazione - gestazione - nascita", entrava in crisi quando una donna era sterile. La sterilità di una donna era motivo di dileggio nelle schermaglie o nei litigi che di frequente accadevano durante i lavori campestri. In realtà l'annuncio, in tempi in cui i matrimoni si contraevano in età precoce, era un implicito invito ai giovani a corteggiare la ragazza. In primavera, pertanto, la campagna con i suoi colori diventava teatro di uno spettacolo mimico-canoro i cui attori erano i giovani contadini.

   Gli stornelli che seguono si cantavano per far breccia nel cuore della donna, ed essi erano scelti con molta cura a seconda del soggetto che li doveva recepire. Così, ad una donna vanitosa si dedicava il seguente stornello:

 

quanta si' bella

e s' l' sa gl' re ti manda a piglia

k' 'na carrozza co' quattro cavalli.

 

Ad una donna pratica ed attiva si cantava:

 

fior della mela

e della mela voi siete l' rama

e del mio core 'na lunga catena.

 

Al tipo  ambizioso era riservata la seguente strofa:

 

ohi bella bella

domenica ti compro le curaglia

e gl' r'cchìn' k' l' campanèlle.

 

E alla ragazza romantica....

 

Oh! quante stelle

vieni bellina mia vieni a contarle

le pene che mi dai son piu' di quelle.

 

Le donne a questi canti, sempre se il corteggiamento fosse di loro gradimento, rispondevano con stornelli che rilanciavano messaggi ben precisi, come quello di invitare il giovane a presentarsi ai propri genitori per la richiesta formale del fidanzamento nel rispetto di una tradizione atavica, e cantavano:

 

mammma mamma

appiènn' gl' k'ttùr' e fa la sagna

ca passa lo mio amore e se la magna.

 

La lusinga del corteggiamento le spingeva ad esternare la simpatia nascosta da tanto tempo con la strofa che segue:

 

garofanetto

so' quindici anni che ti porto in petto

non t'ho potuto da' mai un bacetto

 

Ma la verifica del buon esito del corteggiamento si aveva allorché i due giovani, dopo aver palesato pubblicamente i propri sentimenti e con l'assenso dei familiari, si appartavano cantando i seguenti stornelli:

 

avésse avésse

tutte le pene mie ti ricontàsse

sott' a 'na capannèlla e poi chiovésse.

 

La donna, accettando l'invito, rispondeva:

 

e scita 'n'acquarella valle valle

correte amore mio alla capannèlla

 

   Tra i tanti canali di informazione c'era anche quello dei giovani i quali, non trovando lavoro in casa, erano costretti ad emigrare nell'agro romano per la raccolta del fieno o nella Maremma Toscana per accudire le mandrie di bestiame. La loro partenza veniva salutata dalle donne con la seguente strofa:

 

chi so' sti fenaroli che vanno a Roma

lasciano le ragazze con tante pene..

 

La permanenza fuori di casa li portava ad acquisire costumi e canti che riproponevano in chiave locale, una volta tornati in paese, come il seguente stornello di matrice toscana:

 

Tu rondinella che passi per mare

aspetta ti voglio dire due parole

voglio pelà una penna al tuo volare

per scrivere 'na letterina a lo mio amore

ma se lo trovi a tavola a mangiare

digli che mangia e che pensa all'amore

e se lo trovi a letto a riposare

sbassa le ali e non fate rumore.

 

   C'erano poi i canti che si facevano durante la mietitura ma che qui tralascio poiché oggetto di una mia comunicazione, già fatta a Patrica nell'ottobre del 1992. Ne voglio rievocare alcuni che si intonavano durante la spannocchiatura del granturco, lavoro che si svolgeva alla fine del mese di settembre, iniziando all'imbrunire per terminare alle due o alle tre di notte. Il lavoro consisteva nel togliere i cartocci alle pannocchie ammonticchiate sull'aia colonica che in alcuni casi raggiungevano l'altezza di due o tre metri. Alla sommità del mucchio sedeva un organettista che con le sue note doveva tenere allegri e svegli i giovani contadini tutti presi nel lavoro. I canti erano lunghi e spesso ripetitivi, allusivi e finalizzati a dare ritmo, briosità, e a trasmettere messaggi diversi.

 

LA SPOSA

 

Che si mangiò la sposa nella prima sera ?

 mezzo piccioncìn, mezzo piccioncin.

 

Che si mangiò la sposa nelle due sere ?

Due tortorelle e mezzo piccioncìn.

 

Che si mangiò la sposa nelle tre sere ?

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn.

 

Che si mangiò la sposa nelle quattro sere ?

Quattro granate ben spaccate

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn

 

Che si mangiò la sposa nelle cinque sere ?

Cinque anguille ben pelate

quattro granate ben spaccate

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn

 

Che si mangiò la sposa nelle sei sere ?

Sei e sei cardellini

cinque anguille ben pelate

quattro granate ben spaccate

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn

 

Che si mangiò la sposa nelle sette sere ?

Sette galli cantatori

sei e sei cardellini

cinque anguille ben pelate

quattro granate ben spaccate

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn

 

Che si mangiò la sposa nelle otto sere ?

Otto porci ammazzatoia

sette galli cantatori

sei e sei cardellini

cinque anguille ben pelate

quattro granate ben spaccate

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn

 

Che si mangiò la sposa nelle nove sere ?

Nove bovi marchigiani

otto porci ammazzatoia

sette galli cantatori

sei e sei cardellini

cinque anguille ben pelate

quattro granate ben spaccate

tre palombe a lariolà

due tortorelle e mezzo piccioncìn.

 

Che si mangiò la sposa nelle dieci sere ?

Una scatoletta di confetti

pe' manda? la sposa a letto.

 

 

   Il canto si presenta come scioglingua e, in tempi in cui la scuola era appannaggio di pochissime persone, aveva una funzione didattica. La ripetizione dei versi, infatti, serviva ad esercitare la memoria e a rendere spigliata la donna nel parlare, fatto molto importante per trovare marito. L'ultima strofa racchiude il consiglio che le madri davano alle figlie: quello di concedersi solo dopo il matrimonio.

   Restando nell'ambito della spannocchiatura, un altro canto era il seguente:

 

MATTECO

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' agl' per'

ca tu vid' ca s'araddòrm'

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' alla gamba

ca tu vid' ca s'araddòrm'

 

e la gamba che cammina

e gl' per' k' puòk c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' al ginocchio

ca tu vid' ca s'araddorm'

 

il ginocchio che ritorna

la gamba che cammina

e gl' per' k' puok c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' alla cossa

ca tu vid' ca s'araddorm'

 

e la cossa k' s'ngrossa

il ginocchio che ritorna

la gamba che cammina

e gl' per' k' puok c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' alla rosa

ca tu vid' ca s'araddorm'

 

la rosa k' s' sfronna

e la cossa k' s'ngrossa

il ginocchio che ritorna

la gamba che cammina

e gl' per' k' puok c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' alla cur'

ca tu vid' ca s'araddorm'

 

e gl' cur' la 'ncrap'natùra

la rosa k' s' sfronna

e la cossa k' s'ngrossa

il ginocchio che ritorna

la gamba che cammina

e gl' per' k' puok c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' alla pancia

ca tu vid' ca s'araddorm'

 

e la pancia k' s'aggrampa

e gl' cur' la 'ncrap'natura

la rosa k' s' sfronna

e la cossa k' s'ngrossa

il ginocchio che ritorna

la gamba che cammina

e gl' per' k' puok c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

Mattèco mio Mattèco

tu lo vedi che vuò sta donna

 

e tu trùccac' alla schina

ca tu vid' ca s'araddorm'

 

e la schina k' va scin'

e la pancia k' s'aggrampa

e gl' cur' la 'ncrap'natura

la rosa k' s' sfronna

e la cossa k' s'ngrossa

il ginocchio che ritorna

la gamba che cammina

e gl' per' k' puok c' conta

votat' affiànk e fatt' 'n suonn'.

 

   Il titolo "Matteco", che originariamente doveva essere "me teco", mi induce a pensare che il canto sia il soliloquio di un uomo o un colloquio con l'"alter ego" finalizzato a scoprire il punto debole della donna. Il canto,  infatti, tocca tutti i punti erogeni ritrovando il più sensibile nella schiena. L'ultima strofa ha però un doppio significato per la società contadina perché, se è vero che il punto debole della donne è la schiena, e pur vero  che in dialetto sandonatese, con eufemismo, si diceva: "Eh! gl' marit' c'é tr'ccuàta la schina", riferendosi ad un colorito alterco fra marito e moglie in cui la donna aveva avuto la peggio.

   Terminato il lavoro, i giovani non tornavano subito a casa ma, attardandosi sull'aia, aprivano la danza del "Salterello" napoletano. Infine, essendo il periodo il più propizio per i matrimoni,  prima di andare via, salutavano i futuri sposi con il canto seguente:

 

   Le carrozze son già preparate

i cavalli son pronti a partire

dimmi bella se vuoi venire

a fare il viaggio di nozze con me

 

Quando saremo nel viaggio di nozze

inviteremo gli amici e i parenti

scioglieremo i nostri strumenti

la sposina faremo danzar.

 

Nel giardino sei tu la mia rosa

nel lettino sei tu la mia sposa

la baciai e le dissi sei mia

questa notte tu dormi con me.

 

Mi alzai la mattina alle nove

mi trovai abbracciata all'amore

mi lavai con acqua e sapone

per svanire quei baci d'amor.

 

   La presente ricerca è stata fatta con la collaborazione della Sig:ra Lucia Leone, della Sig.ra Michelina Tempesta e del Sig. Decina Donato protagonisti reali dell'epoca rievocata.

    Ringrazio, inoltre in qualità di attori, la bambina Serena Antonellis, la giovane Marina Antonellis, la Sig.na Lucia Rufo, il Sig. Pesce Marziano e lo strumentista Eramo Pietro.

  Ferentino 18.3.1995

                                                                                                                          Domenico Cedrone

Sito Ufficiale dell' Associazione Culturale Genesi

Via Ponte di Tolle  - 03046  - San Donato Val di Comino (FR) (by Pietro  Eramo)

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