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I "MASS MEDIA" DI UNA VOLTA" Quando Santa Barbara nasceva subito la sua mamma si morì il padre non s' l'aveva a che fa' e a una grotta scura l'andò a buttà passa la Madonna e s' la raccoglie e con due angeli la fece battezzà dopo venticinque anni venne la nòva che Barbara s'era fatta grande suo padre ci si mise per la via e tutti ci dicevano "addonna vai"? Vado a ritrovare Barbarella mia! Quando fu in mezzo alla strada piglia un sasso e ci bussò alla porta. S'affaccia Santa Barbara alla finestra con la palma in mano e la corona in testa. Oh! tàta, tàta che sei venuto a fare figlia ti so' trovata a maritare Oh! tàta, tàta io stò maritata il figlio di Maria mi so' pigliata. Il figlio di Maria si lascia andare in ricco imperatore ti voglio dare. Il figlio di Maria non si lascia mai il ricco imperatore si lascia andare. Suo padre sentì quella nòva ci dié uno schiaffo e perse la parola suo padre sentì quella novella ci dié uno schiaffo e cadde morta in terra. Casca una saetta di valore e ammazza gl' puàtr' k' gl'imperatore casca una saetta di valente e ammazza gl' puàtre k' tutta la gente. La filastrocca che veniva recitata la sera vicino al caminetto prima di andare a dormire, secondo le intenzioni di chi l'aveva insegnata, era finalizzata a redarguire il capo famiglia affinché non si comportasse come il padre di Santa Barbara. Il genitore, sia per trascorrere momenti di serenità con la famiglia che per variare il tipo di educazione, invitava il figlio maschio più piccolo a recitare altre strofette, come la seguente: Trìnz Trìnz para parìnz 'gnor' tàta
é it' a Roma p' k'mprà la cendr' e la crona é k'mprat' gl' trìc tràc p' sparà 'n cùr' alla jatta. La breve filastrocca ironizza sul comportamento di un antenato che in occasione dell'Anno Santo, recandosi a Roma, invece di umiliarsi nella basilica di San Pietro, si preoccupò di acquistare lo sparafuoco. La strofa acquista un particolare valore poiché il primo verso è un genuino e spontaneo "non sense" di cui la moderna pedagogia ha riscoperto i valori. Ma anche all'epoca vi erano molte emittenti private che davano controinformazioni e spettacoli insoliti ben accetti dal mondo contadino. Spesso nel paese, oltre ai funamboli, ai saltimbanchi e ai nerboruti uomini che facevano la "reclame" a Ferro-China Bisleri, arrivavano anche i "cantastorie" napoletani (il futuro mondo dei fumetti). Quest'ultimi, coadiuvati dall'intero nucleo familiare, si "piazzavano", nei giorni di mercato, nel posto più trafficato del paese. Dopo aver montato un trespolo, vi poggiavano sopra un cartellone contenente circa quindici immagini disegnate o stampate che, in sequenza, narravano con dovizia di particolari storie di tragici amori avvenuti nell'entroterra siciliano e napoletano. Era questo il telegiornale riservato ai nostri antenati e, anche se le notizie arrivavano in paese a distanza di settimane, esse si divulgavano nella comunità in pochissime ore, grazie al sublime impiego della parola. Essi portavano anche canti che la nostra comunità contadina raccoglieva, sciegliendo soprattutto quelli dai risvolti amorosi, come il seguente: LE TRE SORELLE
C'erano tre sorelle Napoli bella e rose d'amor c'erano tre sorelle e tutte e tre d'amor Ninetta è la più bella Napoli bella e rose d'amor Ninetta è la più bella e si mise a navigar. Il navigar che fece Napoli bella e rose d'amor il navigar che fece l'anello le cascò Tu pescator dell'onda Napoli bella e rose d'amor tu pescator dell'onda vieni a pescar più qua. Vieni a pesca' il mio anello Napoli bella e rose d'amor vieni a pesca' il mio anello che mi è cascato a me. Quando te l'ho pescato Napoli bella e rose d'amor quando te l'ho pescato che cosa mi darai. Cento zecchini d'oro Napoli bella e rose d'amor cento zecchini d'oro e una borsa ricama'. Voglio un bacin' d'amore Napoli bella e rose d'amor voglio un bacin d'amore se tu me lo vuoi dar. Sissì te lo darei Napoli bella e rose d'amor sissì te lo darei ma ci vedrà papà. Andiamo dietro ai monti Napoli bella e rose d'amor andiamo dietro ai monti e nessuno ci vedrà. Ma ci vedran le stelle Napoli bella e rose d'amor ma ci vedran le stelle e le stelle la spia non fan. ma ci vedrà la luna Napoli bella e rose d'amor ma ci vedrà la luna e la luna non può parlar. Andiamo sopra il letto Napoli bella e rose d'amor andiamo sopra il letto e ci vidde il suo papà Quello che è fatto è fatto Napoli bella e rose d'amor quello che è fatto è fatto mo' andiamoci a sposar.
A conclusione del "telegiornale" dei cantastorie, seguiva il "carosello" allorché al centro della piazza appariva una figura originale, vestita da giullare e bardata con tanti strumenti sonori che formavano uno strano marchingegno. Il pover'uomo, che veniva appellato dai paesani "la banda a cav'c' 'n cur'," riusciva con rara abilità a suonare contemporaneamente l'armonica a bocca, il tamburo e i tamburelli, i piatti ed una sonagliera cucita all'estremità del berretto. La gente divertita per l'insolito spettacolo, tornando alla propria dimora rielaborava i testi e le musiche per riproporli in versione paesana nelle occasioni di lavori campestri collettivi o di sagre popolari. Il desiderio di comunicare con gli altri, di trasmettere messaggi o fare annunci di lieti eventi era forte e le comunicazioni avvenivano in modo plateale e con canti. Così le mamme, alle prime avvisaglie della crescita delle loro figlie, dimenticavano i moniti ecclesiastici e le iniziavano alla vita matrimoniale cantando: Mamma non mi mandà per acqua sola son piccolina e non mi so guardare un ragazzino che ci va alla scuola me l'ha promesso che mi vuol baciare. - Vacci figlia mia vacci sicura un bacio non ti porta alla sepoltura. In primavera, durante i lavori della potatura, le donne erano solite raccogliere i sarmenti ed essendo il lavoro facile e sopportabile, erano coadiuvate dalle giovani figlie e spesso si ascoltava il canto che segue: Da questa parte s'è preparato un fior che vuol
fiorire gl' fiùr' k' caccia so' rùsc' e biéglie k' pùr' gl'amant' fiàv' sta cuntiént'. Alla sposa finge di venirci il pianto nel vedersi in mezzo a tanta gente. Arriva gl' spùs' e ci si mette accanto. - Zitta Ninetta mia che non è niente.- La tòglie e la porta a 'na cambra galante dove c'è principio del divertimento. Le madri con questo canto annunziavano pubblicamente il menarca occorso alle giovani figlie ed esso era accolto con esultanza per il regolare e sano ritmo biologico della vita. La società contadina, proprio perché impegnata in un lavoro in cui annualmente si ripropone il ciclo della vita, facendo il paragone fra "semina - germoglio - frutto" con "fecondazione - gestazione - nascita", entrava in crisi quando una donna era sterile. La sterilità di una donna era motivo di dileggio nelle schermaglie o nei litigi che di frequente accadevano durante i lavori campestri. In realtà l'annuncio, in tempi in cui i matrimoni si contraevano in età precoce, era un implicito invito ai giovani a corteggiare la ragazza. In primavera, pertanto, la campagna con i suoi colori diventava teatro di uno spettacolo mimico-canoro i cui attori erano i giovani contadini. Gli stornelli che seguono si cantavano per far breccia nel cuore della donna, ed essi erano scelti con molta cura a seconda del soggetto che li doveva recepire. Così, ad una donna vanitosa si dedicava il seguente stornello: quanta si' bella e s' l' sa gl' re ti manda a piglia k' 'na carrozza co' quattro cavalli. Ad una
donna pratica ed attiva si cantava: fior della mela e della mela voi siete l' rama e del mio core 'na lunga catena. Al tipo ambizioso era riservata la seguente strofa: ohi bella bella domenica ti compro le curaglia e gl' r'cchìn' k' l' campanèlle. E alla ragazza romantica.... Oh! quante stelle vieni bellina mia vieni a contarle le pene che mi dai son piu' di quelle. Le donne a questi canti, sempre se il corteggiamento fosse di loro gradimento, rispondevano con stornelli che rilanciavano messaggi ben precisi, come quello di invitare il giovane a presentarsi ai propri genitori per la richiesta formale del fidanzamento nel rispetto di una tradizione atavica, e cantavano: mammma mamma appiènn' gl' k'ttùr' e fa la sagna ca passa lo mio amore e se la magna. La lusinga del corteggiamento le spingeva ad esternare la simpatia nascosta da tanto tempo con la strofa che segue: garofanetto so' quindici anni che ti porto in petto non t'ho potuto da' mai un bacetto Ma la
verifica del buon esito del corteggiamento si aveva allorché i due giovani,
dopo aver palesato pubblicamente i propri sentimenti e con l'assenso dei
familiari, si appartavano cantando i seguenti stornelli: avésse avésse tutte le pene mie ti ricontàsse sott' a 'na capannèlla e poi chiovésse. La donna, accettando l'invito, rispondeva: e scita 'n'acquarella valle valle correte amore mio alla capannèlla Tra i tanti canali di informazione c'era anche quello dei giovani i quali, non trovando lavoro in casa, erano costretti ad emigrare nell'agro romano per la raccolta del fieno o nella Maremma Toscana per accudire le mandrie di bestiame. La loro partenza veniva salutata dalle donne con la seguente strofa: chi so' sti fenaroli che vanno a Roma lasciano le ragazze con tante pene.. La permanenza fuori di casa li portava ad acquisire costumi e canti che riproponevano in chiave locale, una volta tornati in paese, come il seguente stornello di matrice toscana: Tu rondinella che passi per mare aspetta ti voglio dire due parole voglio pelà una penna al tuo volare per scrivere 'na letterina a lo mio amore ma se lo trovi a tavola a mangiare digli che mangia e che pensa all'amore e se lo trovi a letto a riposare sbassa le ali e non fate rumore. C'erano poi i canti che si facevano durante la mietitura ma che qui tralascio poiché oggetto di una mia comunicazione, già fatta a Patrica nell'ottobre del 1992. Ne voglio rievocare alcuni che si intonavano durante la spannocchiatura del granturco, lavoro che si svolgeva alla fine del mese di settembre, iniziando all'imbrunire per terminare alle due o alle tre di notte. Il lavoro consisteva nel togliere i cartocci alle pannocchie ammonticchiate sull'aia colonica che in alcuni casi raggiungevano l'altezza di due o tre metri. Alla sommità del mucchio sedeva un organettista che con le sue note doveva tenere allegri e svegli i giovani contadini tutti presi nel lavoro. I canti erano lunghi e spesso ripetitivi, allusivi e finalizzati a dare ritmo, briosità, e a trasmettere messaggi diversi. LA SPOSA Che si mangiò la sposa nella prima sera ? mezzo
piccioncìn, mezzo piccioncin. Che si mangiò la sposa nelle due sere ? Due tortorelle e mezzo piccioncìn. Che si mangiò la sposa nelle tre sere ? tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn. Che si mangiò la sposa nelle quattro sere ? Quattro granate ben spaccate tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn Che si mangiò la sposa nelle cinque sere ? Cinque anguille ben pelate quattro granate ben spaccate tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn Che si mangiò la sposa nelle sei sere ? Sei e sei cardellini cinque anguille ben pelate quattro granate ben spaccate tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn Che si mangiò la sposa nelle sette sere ? Sette galli cantatori sei e sei cardellini cinque anguille ben pelate quattro granate ben spaccate tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn Che si mangiò la sposa nelle otto sere ? Otto porci ammazzatoia sette galli cantatori sei e sei cardellini cinque anguille ben pelate quattro granate ben spaccate tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn Che si mangiò la sposa nelle nove sere ? Nove bovi marchigiani otto porci ammazzatoia sette galli cantatori sei e sei cardellini cinque anguille ben pelate quattro granate ben spaccate tre palombe a lariolà due tortorelle e mezzo piccioncìn. Che si mangiò la sposa nelle dieci sere ? Una scatoletta di confetti pe' manda? la sposa a letto. Il canto si presenta come scioglingua e, in tempi in cui la scuola era appannaggio di pochissime persone, aveva una funzione didattica. La ripetizione dei versi, infatti, serviva ad esercitare la memoria e a rendere spigliata la donna nel parlare, fatto molto importante per trovare marito. L'ultima strofa racchiude il consiglio che le madri davano alle figlie: quello di concedersi solo dopo il matrimonio. Restando nell'ambito della spannocchiatura, un altro canto era il seguente: MATTECO Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' agl' per' ca tu vid' ca s'araddòrm' Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' alla gamba ca tu vid' ca s'araddòrm' e la gamba che cammina e gl' per' k' puòk c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' al ginocchio ca tu vid' ca s'araddorm' il ginocchio che ritorna la gamba che cammina e gl' per' k' puok c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' alla cossa ca tu vid' ca s'araddorm' e la cossa k' s'ngrossa il ginocchio che ritorna la gamba che cammina e gl' per' k' puok c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' alla rosa ca tu vid' ca s'araddorm' la rosa k' s' sfronna e la cossa k' s'ngrossa il ginocchio che ritorna la gamba che cammina e gl' per' k' puok c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' alla cur' ca tu vid' ca s'araddorm' e gl' cur' la 'ncrap'natùra la rosa k' s' sfronna e la cossa k' s'ngrossa il ginocchio che ritorna la gamba che cammina e gl' per' k' puok c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' alla pancia ca tu vid' ca s'araddorm' e la pancia k' s'aggrampa e gl' cur' la 'ncrap'natura la rosa k' s' sfronna e la cossa k' s'ngrossa il ginocchio che ritorna la gamba che cammina e gl' per' k' puok c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Mattèco mio Mattèco tu lo vedi che vuò sta donna e tu trùccac' alla schina ca tu vid' ca s'araddorm' e la schina k' va scin' e la pancia k' s'aggrampa e gl' cur' la 'ncrap'natura la rosa k' s' sfronna e la cossa k' s'ngrossa il ginocchio che ritorna la gamba che cammina e gl' per' k' puok c' conta votat' affiànk e fatt' 'n suonn'. Il titolo "Matteco", che originariamente doveva essere "me teco", mi induce a pensare che il canto sia il soliloquio di un uomo o un colloquio con l'"alter ego" finalizzato a scoprire il punto debole della donna. Il canto, infatti, tocca tutti i punti erogeni ritrovando il più sensibile nella schiena. L'ultima strofa ha però un doppio significato per la società contadina perché, se è vero che il punto debole della donne è la schiena, e pur vero che in dialetto sandonatese, con eufemismo, si diceva: "Eh! gl' marit' c'é tr'ccuàta la schina", riferendosi ad un colorito alterco fra marito e moglie in cui la donna aveva avuto la peggio. Terminato il lavoro, i giovani non tornavano subito a casa ma, attardandosi sull'aia, aprivano la danza del "Salterello" napoletano. Infine, essendo il periodo il più propizio per i matrimoni, prima di andare via, salutavano i futuri sposi con il canto seguente: Le carrozze son
già preparate i cavalli son pronti a partire dimmi bella se vuoi venire a fare il viaggio di nozze con me Quando saremo nel viaggio di nozze inviteremo gli amici e i parenti scioglieremo i nostri strumenti la sposina faremo danzar. Nel giardino sei tu la mia rosa nel lettino sei tu la mia sposa la baciai e le dissi sei mia questa notte tu dormi con me. Mi alzai la mattina alle nove mi trovai abbracciata all'amore mi lavai con acqua e sapone per svanire quei baci d'amor. La presente ricerca è stata fatta con la collaborazione della Sig:ra Lucia Leone, della Sig.ra Michelina Tempesta e del Sig. Decina Donato protagonisti reali dell'epoca rievocata. Ringrazio, inoltre in qualità di attori, la bambina Serena Antonellis, la giovane Marina Antonellis, la Sig.na Lucia Rufo, il Sig. Pesce Marziano e lo strumentista Eramo Pietro. Domenico Cedrone
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