Home

 

MUSICA E CULTURA ETNICA

 

LE "TORCACANE"  NEI LORO ASPETTI SOCIO-ANTROPOLOGICI

             La presente comunicazione, che si pone a metà tra il memoriale e l'individuazione di alcuni messaggi socio-antropologici contenuti nei canti agresti in uso durante i lavori  stagionali (e soprattutto nel tempo della mietitura), è finalizzata a far rivivere un'epoca in cui il ceto sociale agricolo e bracciantile trovava la "valvola di sicurezza" di un lavoro mal retribuito e altamente frustrante, nelle manifestazioni mimico-canore. I canti erano caratterizzati  dal linguaggio e dai contenuti che trasgredivano le regole imposte da una società stratificata.

       I lavori agresti della mietitura, della trebbiatura  e della vendemmia, quantunque nei millenni non abbiano sofferto le situazioni che oggi impongono i grandi stabilimenti industriali con la "catena di montaggio", dovevano tuttavia articolarsi in modo tale da offrire all'uomo-macchina una variante che fungesse da incentivo alla produzione e al tempo stesso creasse situazioni socio-ambientali idonee  al continuo rigenerarsi della civiltà contadina.

      La "Torcacana" o "Incanata", come viene comunemente chiamata in molte zone dell'Italia, è stata una delle varianti dei pesanti lavori agricoli, e il suo messaggio sociale spazia da sempre nel campo degli studi antropologici, nel campo dell'etica e nel campo dell'economia. Il termine "torcacana" probabilmente significa "canto del fastello di grano", essendo la parola composta da "torca" = fastello e "cana" = canta, voce verbale derivante dall'imperativo latino del verbo "canere". I canti hanno origini antichissime e si ricollegano ad un rituale propiziatorio della raccolta delle messi in uso presso il popolo osco. Nell'antichità essi furono chiamati "Fescennini" e si sono perpetuati nel tempo, giungendo fino ai nostri giorni e resistendo perfino agli anatemi scagliati dal potere ecclesiastico.

      Per la storia di questi canti e per le loro tematiche di fondo, segnalo il saggio del Prof. Alfonso Di Nola, "Un rituale laico, l'Incanata dei mietitori". Lo studioso, analizzando il cerimoniale dell'incanata, lo considera come ...elemento inserito nelle dinamiche istituzionali antiche che regolano i rapporti di violenza, di potere e di lavoro fra gruppi umani. Il rituale viene visto come... occasione di forte aggressività e di ribellione contro una condizione umana frustrata e mortificata, dovuta all'abuso della forza lavoro del ceto bracciantile. Gli attori dell'incanata sono sempre tutti e prevalentemente non-proprietari delle messi e del suolo, e cioè braccianti proletari e contadini poveri costretti ad integrare la rendita annuale con prestazioni di forza lavoro in terreno altrui o anche, in alcune occasioni, sono contadini che procedono allo scambio gratuito delle opere con altri contadini".

      In sintesi la tensione sociale che si generava fra due opposti ceti, quello bracciantile e contadino da una parte e quello dei padroni dall'altra, veniva superata nel momento in cui si dava la possibilità al ceto subalterno di poter esprimere la sua rabbia con insulti, parole oscene, canti sdegnosi e ambigui, restando immune da qualsiasi pena. Il canto ricomponeva  così anche la differenza tra le classi sociali e giustificava la tecnica di sfruttamento.

      Questo il significato socio-antropologico delle "Torcacane" o "Incanate". Ma i canti che si facevano nella valle di Comino e che sono scomparsi col sopraggiungere dei mezzi agricoli meccanici, contenevano messaggi sociali più blandi di quelli sopra esposti. Certo non erano  scevri da rabbia o aggressività,  ma negli anni che seguirono l'ultimo conflitto mondiale essi si posero principalmente come diversivo alla "routine" lavorativa.

      Con l'aiuto del ricordo di anziani mietitori, cercherò di distribuire alcuni canti nell'arco della giornata lavorativa, spiegando di volta in volta il messaggio sociale in essi contenuto.

      Il lavoro del mietitore iniziava alle ore sette del mattino per terminare verso le cinque o le sei pomeridiane;  in questo tempo, oltre alle soste per i pasti principali, si susseguivano anche brevi intervalli necessari a togliere la sete provocata dalla calura estiva. Durante  le pause  era lecito intonare i canti, che servivano a movimentare il lavoro e a renderlo più accettabile. La torcacana che quasi sempre apriva il repertorio era intonata quando il lavoro e la canicola cominciavano a farsi sentire e di conseguenza cominciava a farsi

sentire anche il bisogno di ristoro. La strofa cantata a distesa dal "capo-cavetta" o "caporale", a cui in coro si associavano gli altri mietitori, era:

              

                         "Gnora padrona

                      s' vuò mèt' l' jran'

                       c' vuòt' p'ccellate

                          e maccarùn'.

 

      Ovvero: "Signora padrona/ se vuoi mietere il grano/ ci vogliono biscotti/ e maccheroni."

      Nella strofa  si ravvisa  l'aggressione mascherata nei confronti del proprietario del campo e l'inizio della trasgressione delle regole delle "buone creanze", trasgressione che, come si vedrà in seguito, avrà un crescendo che spazierà nelle varie sfere del comportamento umano. Al di là del motivo aggressivo in essa contenuto, la "torca"  delinea molto bene la figura del "capo-cavetta" che rappresentava l'anello di congiunzione tra il proprietario terriero ed il ceto bracciantile. Egli era, infatti, il mietitore meglio retribuito poiché aveva il compito di "tirare" la squadra. Il significato recondito della strofa è chiaro:il "caporale", con il richiamo del cibo, si erge a tutore della squadra ben rappresentando le  aspettative di questa, e si assicura da una parte la produzione del lavoro  e dall'altra  assolve gli obblighi che ha assunto col proprietario terriero. Quasi sempre dopo la cantata, come se fosse un segnale prestabilito (e molto spesso lo era), arrivava il pasto detto comunemente la "colazione"1 accompagnato con un buon bicchiere di vino.

      Il  lavoro riprendeva alacremente e durante le brevi soste che si facevano, a turno i mietitori intonavano i canti ( quasi sempre estemporanei) che giocavano sulle rime, sulle parole sfottenti e sul doppio senso. In questa prima fase della giornata la componente satirica è quella che maggiormente permea  i canti. La satira è destinata al padrone del campo, al "caporale" o al più giovane della squadra; a volte però essa è rivolta ad una persona specifica, come nel canto che segue:

 

                        Fior di ginestra

              e la tua mamma non ti marita apposta

                per non levare il fiore alla....

                           finestra."

 

      La strofa, cantata da un giovane, ironizza sul veto o sul rifiuto posto dalla madre della ragazza alle  proposte di matrimonio da lui avanzate. Nella "torca" si rileva un comportamento aggressivo reso palese dal paragone tra la pianta di ginestra e la madre, ma si coglie anche un motivo di corteggiamento nel paragonare la ragazza ad un fiore. All'aggressione da parte del giovane, che dobbiamo considerare spavaldo e sicuro di sé, risponde la madre della ragazza che  rilancia l'insulto in forma indiretta, rivolgendosi alla figlia:

                                

                        " Ohi bella bella

                  n' t''nnammorà della cravatta

                       gl' quàn' p'curale

                         pur' la porta"

 

      Vi è in questa "torca" tutta la saggezza del mondo contadino conscio della sua povera ma dignitosa esistenza. Il monito dato dalla madre alla figlia è di non farsi accattivare dall'apparenza: in realtà anche il bellimbusto con la sua cravatta è un servitore del padrone come lo è il cane pecoraio del pastore.

      Ma il consiglio  molto spesso è respinto dalla giovine  che sente la necessità di trovare marito, perché spera in cuor suo di uscire da un ambiente fortemente frustrante. Ella, cogliendo l'occasione, manifesta le esigenze della sua età cantando:

 

                        "Ohi mamma mamma

               e k'ménzala ammannì quattr' l'nzola

               ka 'ne chiù tiemp' d' d'rmì sola."

 

     Ovvero: Mamma mamma/  comincia a preparare quattro lenzuola /poiché non è più tempo di dormire sola.

      Per i giovani l'epoca della mietitura, o meglio i periodi dei lavori che richiedevano la mano d'opera collettiva, erano quelli più attesi poiché offrivano l'occasione di intrecciare amori che quasi sempre sfociavano nel matrimonio. Non mancavano pertanto stornelli che venivano cantati dai giovani e che erano finalizzati a suscitare attenzione e simpatia. Le strofe contengono messaggi palesi o latenti riguardanti l'amore, la gelosia, il disprezzo e  spesso si intrecciano  in modo tale da essere dei veri e propri colloqui o alterchi. Ricostruisco questo intreccio, utilizzando le "torche" che mi è stato possibile reperire.

      Di solito era il giovane mietitore ad iniziare il corteggiamento con la seguente strofa:

                         "Quanta si bella

               e s' l' sa gl' Re ti manda a piglia

              k' 'na carrozza co' quattro cavalli."

 

      Nella strofa, molto garbata, c'è adulazione; il giovane fa leva sulla lusinga per esaltare  la bellezza della ragazza degna solo del Re, il quale  se ne fosse a conoscenza la manderebbe a prendere con una carrozza tirata da quattro cavalli. La giovane mietitrice, a cui è diretto il messaggio, può reagire in due maniere: rifiutare  il corteggiamento nel qual  caso risponde:

                        

                         " Cara compagna

                 'N' s'm'nà l' sal' ka non nasce

              'n fà pensier' amore ka n't' riesce."

 

      Non seminare il sale poiché non nascerà / non fare pensiero bello mio poiché non ti riuscirà.

 

      Oppure accettare  il corteggiamento, chiedendo in forma velata l'assenso della futura suocera con queste parole:

 

           " La mamma del mio amore é 'na bella donna      

               s' m' da gl' figl' la chiamo mamma

               s' no la chiam' scellerata donna."

 

      Cominciano a sorgere le rivalità e le gelosie e una delle giovani mietitrici, esclusa dal corteggiamento, aggredisce la rivale a cui era stato lanciato il messaggio, e canta:

 

                 "E statt' zitta tu r'fila pezze

                figlia d' k'rnut' e mala razza."

  

      "E  stai zitta tu linguacciuta/ figlia di cornuti e mala razza."

 

      Con questa strofa la donna tende a mettere in evidenza i lati peggiori della rivale, coinvolgendo nell'alterco anche la famiglia proprio per cercare di impedire il potenziale matrimonio fra i due giovani. La mietitrice che ha sentito esaltare la sua bellezza non ha difficoltà a rispondere,  inventandosi lì per lì la seguente strofa:

 

                 "Faccia d' 'na borragine pelosa

               vuò mette pecca a me mir granat'."

 

      "Faccia di una borragine pelosa/ e vuoi mettere pecca a me che somiglio ad una melagrana".

 

      Gli animi si scaldano e all'insulto segue altro insulto:

     

                "E statt' zitta tu mus' d' ciorla

            piscia alla p'gnatella e vatt'a col'ca."

 

      Con questa strofa l'alterco raggiunge l'acme, l'insulto è pesante non tanto per il "mus' d' ciorla", ovvero "muso di ciurluàna" che   nel nostro dialetto equivale a donna con capelli arruffati, quanto per il verso :"piscia alla p'gnatella e vatt' a col'ca." dove la parola "p'gnatella è riferita al sesso che  è definito "buono a nulla" ( fatta eccezione per la sua funzione fisiologica). Una delle mietitrici anziane, che possiamo configurare in una delle madri delle due giovani, cerca di "allentare" la tensione e di riportare la calma intromettendosi nella disputa e, rivolgendo il messaggio al giovane mietitore che con la sua "torca" ha creato tutto il trambusto, da persona accorta e saggia dice:

 

                         "Cara compagna

               chi vò la ruta che vada all' prata

              chi vò la figlia alla mamma la peta."

 

      I canti si mantengono su questo tono fino all'ora del pranzo ovvero il piatto forte consistente in "maccheroni",carne,salsicce, cacio, prosciutto ed un generoso bicchiere di vino. Ad eccedere nella bevanda sono gli uomini, eccesso dovuto alla calura estiva, al sudore versato e al fatto che all'epoca era raro che la categoria bracciantile avesse in un sol giorno a disposizione tutto quel ben di Dio.

      Il lavoro ricomincia intorno alle ore due pomeridiane, sotto un sole cocente, un po' controvoglia; necessita pertanto l'incentivo che puntualmente viene dato dal "caporale" il quale intona strofe piccanti o dal doppio senso per risollevare gli animi e ridare lena al lavoro.  In questi canti gli studi antropologici hanno ravvisato il ricordo ancestrale delle orge che si facevano in tempi antichi come rito di esultanza per la raccolta delle messi.

      Quasi sempre la strofa che dava l'avvio a questo tipo di torcacana era la seguente:

 

                        " Ohi belle belle

              alzate la pannella di tanto in tanto

              finché si metta mano allo strumento:"

 

   La strofa ha doppia valenza; il capo-cavetta con molta abilità incita i mietitori al lavoro servendosi dei termini "pannella" e "strumento", che nel linguaggio corrente indicano il "grembiale" ed il "falcetto" per mietere (da tenere presente che le donne durante il lavoro della mietitura, per essere più libere nei movimenti, alzavano il grembiale all'altezza della vita annodandolo sulla sinistra). Ma la frase ha doppio senso e i termini vengono riferiti allegoricamente al sesso, allegoria che crea una nuova e più briosa atmosfera.

   Dal corteggiamento amoroso che si era sviluppato nella prima fase della mattinata, si passa ad un corteggiamento erotico ed alquanto lascivo finalizzato a scaricare la tensione accumulata per il lavoro stressante. Il rituale è identico a quello precedentemente esposto e ripropone le stesse tematiche relative all'aggressione ed alla canzonatura. Come un canovaccio prestabilito, è sempre il mietitore a fare le "avances" alla giovane mietitrice della squadra intonando il ritornello:

 

                        Te tiro e molla,

             ti voglio rinserrà dentra a 'na camera

               ti voglio fa vede come so gl'omini.

 

   Il canto è un invito rivolto ad una  donna che dobbiamo considerare ingenua ed inesperta che, trasportata dalla nuova atmosfera che si è creata e considerando  che non vi sono state riserve nel proferire termini che in tempi normali sarebbero stati ritenuti tabù, riciclando uno stornello citato in precedenza, dice:

 

                         Ohi mamma mamma

                      è tempo di maritarmi

                 ka la patacca m' s' fatta nera

 

    Mamma mamma/ è tempo di sposarmi/ poiché sono entrata nella pubertà.

   La strofa mette in risalto gli usi e costumi di un mondo subalterno in cui i matrimoni avvenivano in età precoce.

   In questi canti non mancano frecciate allusive che sovente sono rivolte al mietitore più anziano , il quale viene punzecchiato sulla fase discendente della sua attività amatoria. Il mietitore attempato, a giustificazione dei suoi anni e del suo comportamento canta:

 

 

                Alzai la pampanella e vidi l'uva

                creanza fu la mia non la toccare.

 

    Ovvero: ho avuto la buona occasione/ ma la mia saggezza é prevalsa.

    Alle parole remissive dell'anziano mietitore, come contraltare risponde il giovane della squadra che, alla presenza della moglie del proprietario terriero, non esita ad intonare la seguente torca:

 

                Da capo alla passata io t'aspetto

                 la padrona k' la fiaska 'mman'     

                               

E,incoraggiato dagli altri mietitori, continua:

 

 

                  sott' agl' z'nal' la p'rtava

                  la piparola k' pistava pepe.

 

Alla fine del solco io aspetto/ la padrona con il fiasco in mano/sotto il grembiule la portava/ la piparola che pista il pepe.

   E' questa la strofa che, a mio giudizio, meglio rappresenta le valutazioni del Prof. Di Nola, allorché parla di appiattimento delle classi sociali ( per il limitatissimo periodo della mietitura) e che serviva a ricomporre e rendere accettabile la stratificazione sociale. Non a caso il ricordo di questo stornello ancora oggi è molto nitido nella memoria delle persone anziane che in passato hanno sacrificato la loro gioventù nei lavori bracciantili. Infatti il messaggio della torca risiede nell'uguaglianza degli impulsi interiori dell'individuo sia esso di agiate condizioni o non.

   La giornata lavorativa volge al termine e si chiude con il tono iniziale. I mietitori all'ora di lasciare il campo, in coro, richiedono il cibo guadagnato, cantando il seguente stornello:

 

                         'Gnora padrona

                      acconcia la  'nzalata

             ka l'ora dell'  'mbrenna e già venuta.

 

      Signora padrona/ prepara l'insalata /poiché è ora di far merenda.

     Ma a volte, e soprattutto allorché il lavoro si svolgeva a "prestagiornate", il proprietario cercava di trattenere il più a lungo possibile i mietitori; i quali per far intendere che la giornata lavorativa era giunta al termine cantavano:

 

                 E la padrona nostra té l' zerl'

                massera n' r'manna k' l' stelle.

 

     ovvero: La nostra padrona veste da stracciona/ stasera ci manda a casa a notte fonda.

         Quindi, raccolti gli arnesi del lavoro, fanno ritorno alla loro dimora canticchiando ritornelli dai toni più melodiosi e pacati come:

         

               Gl' sol' c' s' é  miss' a l' calare

                l'amore c' s' é miss a l' venire

 

    Oppure con toni più briosi:

 

                         Ohi bella bella

                 domenica t' compr' l' kuraglia

                e gl' r'cchin' k' l' campanelle.

   

      La presente comunicazione, letta a Patrica il 25 ottobre 1992 e accompagnata dalla manifestazione canora  alla quale hanno partecipato: la Sig.ra Lucia LEONE, la Sig.ra Michelina TEMPESTA, la Sig.na Lucia RUFO ed il Sig. Pietro  ERAMO (organetto), che ringrazio cordialmente, è stata riproposta in questa sede a richiesta della Lega Ambiente di San Donato V.C. per il recupero delle tradizioni popolari.

 Domenico Cedrone

 

CANZONATURA

       

 

                    ... E  gl'jas'n' k' r'cura

                         la mia canzon'

                      attakk'gl' a curt' e

                        dacc' poca biava.

    L'asino che riprende la mia canzone/ legalo stretto e dagli poca biada.

 

              Affacciat' alla finestra o ricciolona

                figlia di carbonaro tutta tenta.

                                

                          Sora Francesca

                alla cantina tua 'na bella frasca

            l' vin' a buon m'rcat' e l'acqua fresca.

     Signora  Francesca /sulla porta della cantina una bella frasca/ il vino a buon mercato e l'acqua fresca.

 

 

 

      IRONIA

 

               Tu sià ka i' so' un' d' gl' Abbruzz'

             segn' l' vakk' e non ci faccio prezzo.

     Tu sai che io sono degli Abruzzi/ segno1 le vacche e non bado a spesa.

 

                           'Gnora Maria

                alletta gl' p'cin' ka chieviccica

            e s' vé' 'n'acqua fort' t' gl'acciopp'ka.

     Signora Maria/ raduna i pulcini poiché pioviggina/ e se fa un acquazzone li azzoppisce.

 

                Mi voglio marità e mamma scioscia

               sign' ka n' gl' piac' gl' bardasc'

 Mi voglio maritare e mamma sbuffa/ segno che non le piace il ragazzo.

 

             'Gnora padrona e ka la serva t'arr'vina

                s'é l'é fatt' fa le contrachiavi

     Signora padrona la serva tua ti rovina/ ha fatto fare le controchiavi.

 

                   Papà Leone è diventato matto

               p' 'na parola k' c'é stata detta.

     Papà è diventato matto/ per una parola che gli è stata riferita.

 

     RABBIA    

 

      Fior di patata stasera a casa mia non ci venite

     se ci venite le scale zumpate.

     Fior di patata stasera non venite a casa mia/ se vi presentate vi farò rotolare per le scale.

 

                e vatt' a fa fr'cà mo' t' c' mann'

               iersera ti comprai mo' t' r'venne.

     Ora ti mando a quel paese/ ieri sera t'ho voluta adesso ti rivendo.

 

                te lo diceva ka se tr'vuava megl'

                           te lassava

             e mo  so tr'vuat' e ti lascio davvero.

     Te lo dicevo che se trovavo meglio ti lasciavo/ adesso che ho trovato ti lascio davvero.

 

 

     CORTEGGIAMENTO

                 affacciat' alla f'nestra se ci sei

              butta 'na goccia d'acqua se ce l'hai

                se non ce l'hai la padrona sei.

     Affacciati alla finestra se ci sei/ butta una goccia d'acqua se  l'hai/ se non l'hai la padrona sei.

 

          Fior della mela e della mela voi siete l' rama

                e del mio còre 'na lunga catena.

    Fior di melo e del melo voi siete i rami/ del mio cuore una lunga catena

 

                        E si chiama Pietro

             mi fa 'na guardatutura m' pare un ladro

              le ha rubato le chiavi a San Pietro.

    Si chiama Pietro/ mi guarda come se fosse un ladro/ è stato lui a rubare le chiavi a San Pietro.

 

                  dammi na rama dei tuoi capelli

             e la metto per catena al mio orologio.

    Dammi dei fili dei tuoi capelli/ li metto per catena al mio orologio.

 

                  Per nome vi chiamate Veneranda

               e gli uomini per te fanno la ronda.

    Il tuo nome è Veneranda / e per te gli uomini fanno la ronda.

 

                 L'acqua degl' mar' é turchinella

               vicino al suonatore 'na regginella.

    L'acqua del mare è azzurrina/ vicino al suonatore una regina.

 

         acqua corrente vorrei rifà pace col primo amante

               ka quando lo lasciai ero innocente.

      Acqua corrente/ vorrei fare pace col primo amore/ poiché quando lo lasciai ero innocente.

  

      AMOROSE

 

                        L'aria l' vent'ra

              e chi m'ha levato lo mio amore 'canto

                pure le mura mni danno tormento.

     L'aria, i venti / e chi mi ha tolto vicino il mio amore/  anche le mura della casa mi danno tormento.

 

                  Garofanetto so' quindici anni

                      che ti porto in petto

               non t'ho potuto dà mai un bacetto.

         variante  (mo ch'èngl' megl' amor' m' si lassata).

     Ragazzo mio sono quindici anni / che ti ho nel cuore/ e non ho potuto darti mai un bacio.

 

                 E ve' 'n'acquarella valle valle

               correte amore mio alla capannella.

     E viene un'acqua valle valle/ correte amore mio alla capanna.

 

              Chi so' se romanelli che vanno a Roma

               lasciano le ragazze con tante pene.

     Chi sono questi romanelli che vanno a Roma/ lasciano le ragazze con tante pene.

 

 

                          Avesse avesse

                 tutte le pene mie ti ricontasse

             sott' a 'na capannella e poi chiovesse.

     Se potessi / tutte le mie pene ti racconterei/ sotto una capannella e poi piovesse....

 

                         Oh quante stelle

               vieni bellina mia vieni a contarle

              le pene che mi dai son più di quelle.

 

  ALLUSIVE

 

                E torcacana... m' l'appr'm'ttist'

              e 'n cap' agl'iann' t' la car'siast'.

     E torcacana... me la promettesti/ e all'inizio dell'anno l'hai tosata.

 

                     Abbass't' m'ntagna e poi ti alzi

                       voglio vedé il mio amore quando si scalza.

     Abbassati montagna e poi ti alzi/ voglio vedere il mio amore  quando si scalza.                                        

       

               E chiù alza gl' sol' e chiù fa kall'

          chiù cresce lo mio amore  e chiù si fa bello.

     Più si alza il sole e più fa caldo/ più cresce il mio amore e più si fa bello.

 

                C'javess' la virtù k' té gl' poce

                 azzekka p' l' koss' quit' quit'

                  e và truvuà la cesa s'm'nata.

     Potessi avere la virtù del pidocchio/ che sale piano piano sulle cosce/ per arrivare " alla cesa s'm'nata"

 

                           Maria Nicola

              dimm'  s' la tié rotta o la tié sana

               la tina k' k'mpremm' a Piazza Nova.

    Maria Nicola/ dimmi se l'hai rotta o l'hai sana/ la tina che comprammo a Piazza Nova.

 

               In mezz' al mar' c'é un pesce tondo

                quand' ved' l' bell' a galla sal'

              quand' ved' l' brutt' torna a fondo.

 

 

 VARIE

                          Fior d'acquavite

                ritorn' dagl' mar' tutta bagnata

              k' 'na palmuccia 'man' tutta fiorita.

    Fior d'acquavite/ ritorno dal mare tutta bagnata/ con la palma in mano tutta fiorita.

 

                  una due tre quattr' e quaranta

                  gl' p'cural' l' pecora conta.

    Uno due tre quattro e quaranta/ il pecoraio le pecora conta.

 

                          Alvito è bello

               e sta fabbricato a ferro di cavallo

              ci sta la gioventù col sangue bello.

    Alvito è bello/ è costruito a forma di ferro di cavallo/ c'è la gioventù col sangue bello.

 

                 La canna é piccolina e tenerella

                 così siete voi figlia di mamma.

    La canna è piccola e tenera / così siete voi figlia di mamma.

 

                           Mamma mamma

               appienn' gl' k'ttur' e fa la sagna

              ka passa lo mio amore e s' la magna.

     Mamma mamma prepara le lasagne/ poiché viene il mio amore e le mangia.

 

                 E quand' s' marita la ciociara

             e chi gl' dà gl' spuak,e chi la ciocia

            gl' spuak e rutt e la ciocia squarciata.

     Quando si sposa la ciociara/ chi le dà lo spago e chi la ciocia/ lo spago è rotto e la ciocia squarciata.

 

 

 

           DISPETTOSE

 

                          Brutta civetta

             t' si miss' a fa gl'amor' k' chi passa

            é passat' gl'amor' mie' e t' c' si messa.

      Brutta civetta/ ti sei messa a fare l'amore con tutti/ è passato l'amore mio e ti ci sei messa.

 

                          Cumm' si nera

               vacc' a ricere a mamm'ta k' t' lava

               'na scorza d' l'mon' e 'n co' rena.

      Quanto sei nera/ vai a dire a tua madre che ti lavi/ con una scorza di limone ed un po' di rena.

 

                         Cumm' si brutta

          vatt'c' a jettià agl' mar' ka l'acqua scappa

              t' piglia la balena e poi ti rietta.    

     Quanto sei brutta/ se ti butti al mare l'acqua scappa/ ti inghiotte la balena e poi ti ributta.       

 

                  T' pozzan' piglià tant' saette

               p' quanta punt' puort' all' scarp'

              p' quanta maglie puort' all' cavzett'

       Possa tu ricevere tante saette/per quanti punti porti alle scarpe/ per quante maglie porti alle calze.

 

                         Fiore di nocchia

               e s' t' chiapp' sola p' la macchia

              t' facc' fà gl' strill' la ranocchia.

       Fior di avellano/ se ti trovo sola nel bosco/ ti faccio fare il grido della ranocchia.

 

              

      La maggior parte di queste "torche" mi sono state riferite dal Sig. Angelantonio CEDRONE e alcune dalla Sig.ra  Francesca GIOVANNANGELI di Campoli Appennino.

 

                                          Domenico Cedrone

 

 

Sito Ufficiale dell' Associazione Culturale Genesi

Via Ponte di Tolle  - 03046  - San Donato Val di Comino (FR) (by Pietro  Eramo)

Home