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LA VILLA DELLA PESCA

            La Villa nell'Italia centro meridionale, alla metà del quindicesimo secolo, nasce su basi umanistiche letterarie come concezione monumentale dell'edificio, che è considerato luogo di riposo temporaneo, di ricevimento, di ritiro o studio, con giardini annessi che offrono la possibilità di ricreare scenari mitologici e letterari. La villa della pesca in Posta Fibreno nasce invece sul modello della villa rustica romana descrittoci da Varrone, Catone e altri abbinato al model­lo palladiano del Veneto, che viene attuato sulla scorta di precise necessità pratiche come quella di autosufficienza economica e centro di raccolta del materiale, oltreché come delizia estiva.  I ricchi commercianti veneti, infatti, decisero di dotarsi di residenze nelle loro proprietà di campagna, che consentissero loro di condurre un’esistenza di pari dignità a quella cittadina e di attendere contemporaneamente in prima persona all’amministrazione delle aziende agricole. I Gallio, da esperti commercianti quali erano, nei primi decenni del '600, realizzano sulle sponde del Fibreno un vasto complesso aziendale che G.P.M.Castrucci, nel 1632, descrive dettagliatamente nella seconda parte della "Descrizione del ducato di Alvito nel Regno di Napoli". La villa a quest'epoca consisteva in una tenuta di 200 tomoli[1] a palmo napoletano, ovvero circa 65 - 66 ettari di terreno, ed era suddivisa in boschetto, arbore­to, pomario e giardini diversi; in più nella villa vi sono: la cantina esposta ad ostro con due belle torri per albergo del giardiniere, due fontane, la peschiera dove sono racchiusi i singolari e pregiati carpioni, una chiesuola , il procoio per le vacche con una torre per albergo dei pescatori, l’uccelliera, il casino della pesca ed infine il portale di accesso alla villa di ordine tuscanico, fatto solo per ornamento e bellezza[2]. I duchi Gallio ebbero una particolare predilezione per la villa della pesca sia per la bellezza del luogo sia perché, avendo beni sulle rive del lago di Como, si sentivano a loro agio nel vivere sulle sponde del lago Fibreno che in qualche modo ricordava la terra d’origine. Negli anni che vanno dal 1633 al 1636, il duca Francesco I acquista intorno alla villa, nelle località Colle della Spina, Ponte Tapino, Ceronio, le Caminate e Pozzo dell'impiso, ben 22 appezzamenti di terreno a favore della camera ducale[3].

            L'elemento più importante della villa oggi, è il casino poiché esso conserva nel primo piano  diciannove stucchi in altorilievo ed incorniciati che riproducono fedelmente i beni al sole della potente famiglia Gallio di Como, che nel 1595 acquistò la contea di Alvito. Non so se definire il casino come uno scrigno dove i duchi facevano bella mostra dei loro possedimenti o l'album di famiglia di casa Gallio.

            Prima di presentare gli stucchi, ritengo opportuno, alla luce di documenti inediti pervenutici ultimamente, dare informa­zioni sulla villa.

            Nell'entrata a piano terra del casino, sulla sinistra, si trova murata un'epigrafe con scritta latina in cui si legge: 1588 / al genio dell'incantevole Fibreno / delizia delle ninfe e dei pesci / allettato dalla salubrità dell'aria e dall'amenità / del luogo / in questo suo podere / preparò agli amici ospitale sog­giorno / Giulio Licio”[4]. Il casino infatti, sorse su una struttura primaria costruita dal notaio Giulio Lecce della Posta, che fu definita dal Castrucci "Albergo informe e senza ornamento alcuno, dei poveri pescatoretti[5]. Di questo fabbricato ci parla anche l'anonimo informatore del cardinale Tolomeo nel 1595 il quale, parlando della Posta e decantando la fontana de la regina, scrive: "quivi appresso vi è un principio d'un casamento non piccolo, fatto (credo) per poter godere la detta fontana con più comodità"[6].

            Sul finire del '500, una delle famiglie più importanti della Posta era quella dei Lecce, ben rappresentata dal suddetto Giu­lio, uomo di cultura, intraprendente e figura di primo piano, tanto che il Prudenzi, nel 1574, presentando lo stato di Alvito ad Antonio Cardona, duca di Somma, scrive: "Ha la Posta notai ed altri letterati; et tra esse et principali sono li Licii. Delli Lici parla Virgilio nella sua Eneide; et Licia[7] è città in Asia Minore"[8]. In un altro passo si legge: "Lo provvido notar Giulio Licio ha la mano sopra tutte le occorrenze perché serve alla corte con riverentia e destrezza, è inteso, sa dire il fatto suo e delli altri"[9]. Il notaio Giulio Lecce, che nel 1588 lo si ritrova come Conservatore dello stato di Alvito, pensò bene di edificare il rustico fabbricato, oltre che per gli amici e l'amenità del luogo, so­prattutto (data l'ottima posizione) per poter controllare l'ac­cesso o l'uscita delle barche che andavano a pescare nel lago. I pescatori infatti dovevano pagare la gabella per poter pescare, e alla fine del '500, la pesca nel lago rendeva annualmente al signore un'entrata annua di 180 ducati. In sostanza univa l'utile al dilettevole[10].

            Lo storico alvitano Domenico Santoro[11] scrive che nel 1600 (con molta probabilità) il podere e il casino del Lecce furono acquistati dal Cardinale Tolomeo. Tale data è stata suggerita da un'altra epigrafe mutila[12] che si trova dietro il portale di accesso alla villa, e che lo stesso studioso mette in dubbio. In effetti il podere del Lecce, stando alla documentazione finora consultata, non fu mai acquistato dai Gallio, poiché dalla lettura di atti legali inerenti la causa tra i duchi di Alvito ed il ramo Trivulzio[13], in cui vengono trascritti minuziosamente tutti gli strumenti di acquisto fatti dai Gallio dal 1595 al 1604, non vi è traccia del podere del Lecce. Questo fatto mi induce a formulare l'ipotesi che il podere fosse un bene feudale dello Stato di Alvito. Negli atti di compravendita della Contea di Alvito (mi riferisco alla vendita del principe di Conca  Matteo ed alla cessione dello Stato da parte del conte Matteo Taverna di Milano a favore del conte Tolomeo Gallio) il Lecce risulta feudatario e paga un censo di grana dieci l'anno[14]. Con molta probabilità i Gallio, su questo podere, esercitarono la "potestas rein­tegrandi[15]", togliendolo al Lecce per darlo in feudo ad Alessandro Tinto, come indirettamente informa il Castrucci, scrivendo: "Il casino antico albergo dei pescatori, che essendo in rovina, fu concesso in feudo ad Alessandro Tinto dall'eccellentissimo don Tolomeo Gallio duca d'Alvito, che lo ridusse alla forma che oggi si vede.”[16] Inol­tre, la data 1600 del portale deve essere considerata mutila ed offre la possibilità di leggere un anno che va dal 1613 al 1632, cioè l’anno in cui fu portato a termine la villa da Francesco I. Stando ai documenti dell’Archivio Trivulzio di Milano, fu proprio questo duca a completare il casino e la villa, infatti nella cartella TAM 335  in vari fogli si legge: “qui si ometta la partita delli ducati 5000, i quali dice il duca Francesco nel suo testamento haver speso nella fabrica del Casino della pesca e compra di diversi territori per il rilievo fatto nel foglio a parte".

            Un altro interrogativo che si pone in merito alla villa riguarda l'anno in cui furono realizzati gli stucchi in essa presenti. Essi sono senza dubbio coevi agli stucchi della villa Viscogliosi-Buoncompagni di Isola del Liri, ed è quasi certo che l'artefice sia lo stesso. Lo storico postese Arduino Carbone[17] ritiene che gli stucchi furono realizzati tra il 1620 e il 1630, ma questa data è improbabile perché il Castrucci nel 1632, nella minuziosa descrizione del casino della pesca, non ne fa menzione. Fa menzione solo di quattro camini in stucco, di due “quadri” in cui erano poste le statue di Cice­rone e di Plinio il giovane e di una “lumaca” che conduceva ai piani  superiori. A mio avviso gli stucchi furono realizzati nella seconda metà del '600, quando donna Giustina, figlia del duca Tolomeo II diventa duchessa di Sora per aver sposato Gregorio Buoncompagni. Una ipotesi accetabile è che il casino della pesca avendo subito gravi danni per il terremoto dell'anno 1654[18] che fece crollare la chiesa di San Giovanni Evangelista di Alvito, fu  riattato negli anni che vanno dal 1665 a tutto il 1669, come si evince dalla cartella TAM 335, dove si riporta l'inventario delle spese sostenute in questi anni. Nel documento si legge: "Fabriche fatte dal sig. duca Tolomeo Iuniore tanto nel palazzo d'Alvito, quanto nel Casino delle cascate postine ripa­randosi il casino della Pesca, et in costruzione della piazza, strada che va alli cappuccini, et molt'altri edefici, ampliationi e miglioramenti". Nella cartella TAM 329, tra i conti vi è l'ap­punto: "il casino della pesca, che fu maltrattato dal terremoto et in farli li soffitti nuovi, ante di finestre, pavimenti ed altro per tutto il 1669 ... L. 24.000[19].

 

GLI STUCCHI

 

CASINO DELLA PESCA

Gli stucchi si trovano distribuiti in un lungo salone del primo piano e nelle camere ad esso adiacenti; nell’entrata del salone a sinistra si trova il casino della pesca con il portale. il Castrucci così scrive: “ Il portone è di ordine toscano, di lavoro a bugno, farsagliato con due rabeschi con le sua campanelle e cimasette con fregio, dove vi è l’iscrizione; vi sono tre guglie con li suoi piedistalli a destra e sinistra... vi sono tre armi, una in mezzo del Re Cattolico sopra l’iscrizione, a destra del Sig. Cardinale Gallio di Como e a sinistra dell’eccellenza del Sig. Duca don Francesco Gallio nipote.”.[20] Dopo aver descritto l’ombroso viale fiancheggiato da grossi olmi continua: “ Il casino è del medesimo ordine, con una bella prospettiva, comincia a destra e sinistra, con piedistallo e due scalini, siegue il ballatore con ringhiera alla porta nobile... Questo casino è di forma quadrata, in ogni parte uguale... vi sono tre finestre per banda.”. [21]

CASINO DI SANT’AGOSTINO

A destra si trova il casino di Sant’Agostino, villa detta anche la “gallietta”, edificata da Marco Gallio come residenza autunnale ed invernale in luogo soleggiato e riparato dal vento nei pressi della chiesa di Sant’Agostino a Como.

VICALVI

Continuando sulla parete destra vi è Vicalvi con il possente castello che l’informatore del cardinale nel 1595 così lo descrive: “Ne la cima del colle è piantato un castello o habitato in fortezza del Sig.re...Questa fortezza ha dentro buona habitatione, et copia di stanze per il Sig.re et sua famiglia, et soldati, sendoci due sale, camere assai, logge, cortile, cantine, tinelli, cucine, granaro, stalle, cisterne, con buone acque fresche, un poco di giardino, forno, fucina, prigione, et altre officine. Vi è dentro una cappella di S.ta Maria dove si dice messa...E' fornito il detto castello di artiglierie, moschettoni, balestre, corsaletti, armi in asta, munitione per far polvere, se bene quasi ogni cosa ha bisogno di risarcimento. S'entra per ponte levatoio, et per entrarvi dentro bisogna passare tre porte molto ben guardate  fiancheggiate e forti. La fortezza per essere in luogo alto, che non può essere battuta da nessuna banda, et essere ben cinta di fosse e di muraglie di grossezza incredibile, che in tal luogo è grossa 30 palmi.” Nel plastico è riconoscibile la chiesa di S. Giovanni ed in più una cava di sabbia nell’erto costone rivolto a ponente.

LA POSTA

La Posta è il più piccolo paese dello stato ed allora contava 60 fuochi. Oltre a la chiesa di Santa Maria e alle mura di cinta sono riconoscibili le scaturigini di acqua che alimentano il Fibreno; “Fra le altre scaturigini di acque, che sono sotto questo castello, vi ne una più bella de le  altre, dove le acque sorgo­no di piano come bollendo, et sono chiare, dolci et  fresche, donde ha meritato nome di fontana de la Regina.”

CARPELLO

Carpello principio del Fibreno, in questo stucco sono rappresentate le sorgenti del Fibreno, le cosiddette “cascate postine” ed i molini da esse alimentati che rendevano al Signore oltre 1000 tomoli di grano l’anno. In detto luogo  l’informatore consiglia il cardinale di costruire cartiere, balchiere e risiere, ma in un altro passo scrive: “Quivi il sig.re Duca di Sessa, già padrone de lo stato, fece fare de le risiere, et per due anni li fece sementare, et si ricolse del riso assai, ma però fu più la spesa che la presa.  

CAMPOLI

            Nello stucco di Campoli sono riconoscibili: la massiccia torre quadrata posta al centro del paese, la chiesa di Sant’Andrea, la cinta muraria ed il Tomolo, la dolina intorno a cui sorge il paese. “Vicino il castello sul dorso de l'istesso colle, dove egli è posto, è una fossa  grande, tonda, fatta naturalmente senza alcun esito né apertura, et è fatta a guisa di conca, la quale tutta si coltiva, et si vede netta, et bella, ch'è cosa molto singo­lare, et no so dove se ne vede un'altra simile”.

GRAVEDONA: PIANTA E PALAZZO      

            Nella parete di fronte all’entrata da destra a sinistra si trova lo stucco raffigurante il castello di Gravedona e la sua pianta. Il palazzo Gallio di Gravedona fu iniziato a costruire nel 1583  e fu progettato da Agostini Tebaldi, nel 1993 è stato pubblicato un volume su questo palazzo i cui autori sono. Mariuccia Belloni Zecchinelli e Luigi Mario Belloni.

ATINA           

            Dalla parete sinistra, ritornando verso l’entrata, si ha la veduta dell’anticissimo Atino tutto cinto di mura. Sono riconoscibili la chiesa cattedrale di Santa Maria dove era custodito il corpo di San Marco e il palazzo ducale. L’informatore, parlando della prima scrive: “ La chiesa è fuori de la terra un tiro di balestra, et per questo non vanno li canonici ad officiare se non l'estate le feste. In altro tempo offitiano ad un'altra chiesa, overo Oratorio, che è dentro la terra ne la piazza, dove si tiene il Sant.mo Sacramento.     e del castello “In questa terra sudetta d'Atino in mezzo di essa su la piazza, il Sig.re ha  un bello palazzo per sua habitatione, se ben non è del tutto finito,  ma si può anco habitare così et godere.  

PICINISCO

            Di Picinisco, sono riconoscibili la chiesa di S. Lorenzo  e la chiesa di Santa Maria così descritte: “La chiesa maggiore dove offitiano detti preti, è fatta di nuovo, et è assai bella, fatta in ...  tutta, con un bel campa­nile attaccato, fatto tutto di pietra quadrata si chiama ...Fuor de la terra un tiro di balestra, hanno S.ta Maria chiesa loro matrice antichissima per la quale hanno gran divotione , et hora la restaurano tutta.” in quanto al castello scrive: “In questo luogo il Sig.re ha un castello piccolo ma assai ben fatto con li suoi balzi et. fianchi, et ponti levatoi; sta in cima de la terra che di la scuopre quasi tutto lo stato; ha spazio attorno da potervi aggiungere maggior fabrica.”

 

  SANTO DONATO

            Nel plastico di Santo Donato è rappresentata l’alta torre, “In questo castello il sig.re ha una torre posta in capo la terra, con un paro di ... app.o cinto di muro, fatta più per fortezza de la terra et per una ritirata che per habitatione, essendo luogo disastroso et alpestre.”, la chiesa del patrono, la chiesa di Santa Maria e San Marcello, la chiesa dell’Annunziata e la porta a levante del castrum.

ALVITO

            Segue lo stucco di Alvito dove è riprodotta fedelmente la cinta muraria, la chiesa di San Nicola, la chiesa di San Simeone, il Peschio ed il Castello. Scrive l’informatore: ”Alvito è posto in un monte esposto a mezo giorno et la terra è divisa in tre parti, la prima che è la maggiore sta a le falde del monte, et fa 400 fuochi quivi è la piazza, il palazzo del signore, la casa dove habita il Gov.re. Una bella casa fatta da Mons.re Helvino già Vescovo d’Anglone, et The.ro generale di Papa Paolo 3°, la chiesa collegiata, et quasi  tutto il lotto de le terra. 

            La 2.da parte è posta a mezzo monte, et fa di 60 fochi, comunemente si dice lo Peschio, dove ancora sono di belle case.

            La 3.a parte è su la cima del monte, dove sta posto il castello, o habitazione in fortezza de li sig.re, et fa da 150 fochi, et si chiama comunemente il Castello. In tutto fa  più di 600 fuochi”.  In merito alla cinta murarie dice:” Quanto al temporale gran miglioramento è quello che ha già fatto principiar V. S. Ill.ma di far risarcir le muraglie d’Alvito, che sono in buona parte ruinate, di modo che quasi per tutto di giorno et di notte  si può entrar dentro la terra , cosa molto opportuna al mal fare, et indegna d’una terra così grossa et capo di contado.

SAN NICOLA        

Nella prima camera a destra del salone vi è raffigurata la chiesa di San Nicola che è descritta così: “Fuor d’Alvito vicino la terra nel fine de la piazza del mercato, vi è una chiesa grande chiamata S.to Nicola, con un convento di frati conventuali di san Francesco, dove dimorano per l’ordinario 14 et 15 frati. ha il monasterio d’entrata 500 ducati: ha horti, et possessioni attaccate, et è luogo molto bello, grande, et dilettevole. La chiesa è grande, et bella, et ne la prima cappella a man dritta, quando si entra, vi è un bel quadro di pittura fatto da Raffaele d’Urbino.

COLLEGIO GALLIO

In questa sala vi è poi uno stucco nel cui cartiglio non vi è alcuna scritta. Il fabbricato, da informazioni fornitemi dal Prof. Bonacina , è il Collegio Gallio di Como.

LA GALLIA E VILLA DEL CARVO

Nella seconda camera a destra si trova la Villa Gallia di Como costruita da Marco Gallio nel 1615 sui resti fatiscenti del museo dell’umanista e storico di Como Paolo Giovio e la villa del Carrovo a Cernobbio detta poi villa d’Este, costruita dal Cardinale Tolomeo Gallio, progettata sempre dal Tebaldi, essa fu poi acquistata nel 1815 da Carolina di Brunswick, principessa di Galles e nel 1873 fu trasformata in albergo che è oggi, il lussuosissimo Grand Hotel di Villa d’Este.

CASTELLO DI ALVITO E BELMONTE

            Nella prima camera a sinistra del salone vi è rappresentato il castello di Alvito verso levante dove è riconoscibile la chiesa di Santa Maria e Belmonte con a centro l’alta torre che, scrive l’informatore: “In questo castello il Sig.re ha una torre alta, et intera che la quale non s'affitta, et per hora non serve a niente”..

GALLINARO

Nella seconda camera si hanno gli stucchi di Gallinaro e Settefrati. In quello di Gallinaro è  riconoscibile la chiesa di San Gerardo: “E' fuori de la terra, et de li borghi un'altra chiesa chiamata San Gerardo, la quale è di gran devotione, et vi concorre molta gente forestiera a la sua festa, et vi è  una bella reliquia del detto santo, ch'è un braccio intiero, quale si tiene con gran venerazione. L’informatore non parla della chiesa di ... in quando doveva essere in costruzione, infatti egli scrive: ”In questo luogo non vi sono feudatari, né la Corte ci ha casamento  alcuno, uno che già se n'è havuto, è stato concesso  da li signori passati a la terra per farne una chiesa  quale già tutta via si fabrica, et con l'aiuto del Signore  presto si vedrà finita.  

SETTEFRATI

In quello di Settefrati è riprodotta la torre, la chiesa di Santo Stefano, la chiesa della Madonna  delle Grazie e la chiesa di Santa Felicita e dei santi Sette Fratelli suoi figli.

STEMMA DEI GALLIO

In più vi sono due stucchi raffiguranti i simboli dello stemma dei Gallio, l’aquila e il leone.

Ringrazio l’Avv. Carlo LA PIETRA che cortesemente ci ha permesso di effettuare il servizio fotografico, l’amico fotografo Mario PISELLI ed il Prof.  p. Giovanni BONACINA del Collegio Gallio di Como per la collaborazione offerta.


[1]  Il tomolo nelle nostre zone corrisponde a poco più di 3.300 metri quadrati.

[2]  G. P. M . CASTRUCCI, Descrizione del Ducato d’Alvito nel Regno di Napoli, Napoli, 1863. pp. 165-181. Uno studio recente in merito alla disposizione della villa è stato fatto da ISA BELLI BARSALI: La Villa Gallio presso Posta Fibreno e i suoi stucchi come documento topografico, in AA. VV. : La Media Valle del Liri, dall’antichità ad oggi,Roma 1977, pp. 179-189.

[3] Archivio  di Stato di Milano, da ora A.S.M., ..... Il duca Francesco I, oltre ai terreni nominati, acquista nel territorio dello Stato di Alvito molte chiuse, mole, frantoi e forni, sviluppando al massimo l’economia rurale secondo i concetti moderni di Azienda agricola ed Impresa agricola. Questa forma di economia darà di fatto i suoi buoni profitti, tanto che in meno di trent’anni la rendita del ducato passerà da ottomila ducati l’anno a diciottomila.

[4] Cfr. D. SANTORO,  Pagine sparse di storia alvitana, Chieti, 1908.

[5] G. P. M. CASTRUCCI, o. c. p.

[6] A.S.M  Relazione familiare de lo Stato d’Alvito, fatta a l’Ill.mo Sig. Card.le di Como, 1595, m.s.

[7] Le osservazioni del Prudenzi che potrebbero apparire come fantasticherie in realtà indicano in modo vago l’origine ebraica del Lecce il cui vero cognome è Levi. Siamo nel periodo della Controriforma in cui imperversano “la caccia al vil marrano” e “la caccia alle streghe”; molto probabilmente il notaio non navigava in buone acque  e fu spogliato del podere. Lo stesso Domenico Santoro, intuendo un fatto poco chiaro, scrive: “Non tardò poi il Gallio a mettere gli occhi su la villa detta della Pesca” oc. pag. 160

8 D. SANTORO, o.c. pag. 252.

 

[9]  D. SANTORO, ibidem, nota.

[10] Nel 1792 la famiglia Conte di Arpino acquistò dai Gallio la Villa della Posta insieme con il “diritto proibitivo” della pesca nel lago. Dopo l’eversione del feudalesimo, nel 1809, un certo Baldassarre Celli di Vicalvi entrò nel lago con la propria barca per pescare, dando origine ad un contenzioso (forse il primo nelle nostre contrade) che la commissione giudicatrice risolse a favore del Celli, rendendo liberi l’accesso e la pesca nel lago.Cfr. A: LEPRE: Terra di Lavoro, in : Storia del Mezzogiorno, V, Editalia, Napoli, p. 207.

[11] D. SANTORO, o.c. pag. 161.

[12] D. SANTORO, o.c. pag. 162. ... SUBDITOS SIMUL... DESIDERARENT QUAE VERUM PRINCIPEM DECENT VILLAM HANC ADOR.....VIIS POMARIIS PISCINIS EXORNATAM ABUNDAM A. D. M.D.C.

[13] TAM  335

[14] Cfr. D. SANTORO o.c. vol. II, pagg. 105, 112.

[15] cfr. D. SANTORO o.c. vol. II, pag. 122.

[16] G. P. M. CASTRUCCI o.c. p. 117.

[17] Cfr. A. CARBONE, Giustiniano Nicolucci e la sua patria, Casamari, 1971. p.. 361

[18]  Cfr. D. SANTORO, Notizie storiche sui grandi terremoti dell’Alta Campania e specialmente nella Valle Cominese, Sora 1985. pag. 27

[19]  La somma di lire 24.000, l’equivalente di 8.000 ducati, fu impegnata anche per riparare altri edifici pubblici ed ecclesiastici.

[20] G. P. M. CASTRUCCI, o.c p. 168.

[21] G. P. M. CASTRUCCI, o.c. p.169.